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mag 20
edoardo @ 08:31

Cronaca di un atto eroico

Stamattina, prima di uscire di casa per andare al lavoro, stavo mettendo a posto in sala.
E fin qui tutto normale. Una giornata iniziata come tante altre, che non dovrebbe riservare grosse sorprese.
Ovviamente non sapevo che stavo per vivere un’avventura terrificante.

Molti di quelli che mi conoscono sanno che sono aracnofobico.
Non ho bisogno di una tarantola o di una migale per andare fuori di testa, mi bastano anche ragnetti più piccoli e modesti.
Oltretutto, chi ne sa un po’ sull’argomento, sa che le tarantole sono praticamente innocue (il loro veleno è simile -per pericolosità- a quello delle vespe) e che le migali sono raramente pericolose per l’uomo; molto più temibili sono quelli più piccoli: partendo dal ragno vagabondo e via via scendendo e passando per il ragno dei cunicoli (forse il più velenoso in assoluto), il ragno delle banane, la famigerata vedova nera, fino ad arrivare ai due più pericolosi ragni italiani, cioè la malmignatta e il ragno violino.
Ebbene sì: sono informato sull’argomento, perchè il nemico va conosciuto!
Non so da dove nasca questa paura, forse un trauma da piccolo… chissà?
Di certo mi impaurisce (e come tutte le cose che fanno paura, un pochino mi affascina) il modo di muoversi dei ragni.
Tutte quelle zampe che si muovono insieme, in quel modo simultaneo e quasi ipnotico. Una danza strana, per certi versi macabra e senza dubbio incantatrice.

Tornando a questa mattina, mentre riassettavo, con la coda dell’occhio ho notato una strana macchia nera sul muro.
“Quella stronza della donna delle pulizie avrà fatto qualche danno!” ho subito pensato.
Mi è poi bastato guardare con più attenzione per capire che non si trattava di una macchia.
Eccolo lì! Il mio nemico, il mio incubo, la mia sfida.
Era troppo presto per chiamare qualcuno che venisse ad ucciderlo per me e non potevo scappare e lasciarlo lì.
Chissà dove me lo sarei ritrovato stasera…
Tenete presente che io non ho MAI ucciso un ragno. Semplicemente perché non ci sono mai riuscito.
Il mio pensiero è sempre lo stesso: “E se si infila in qualche fessura della scarpa e poi mi risale sul braccio?”.
Stupido, lo so. Ma è più forte di me.
Allora, dopo circa quindici minuti di riflessione a quattro metri di distanza, in una condizione psichica che mi causava spasmi e palpitazioni ogni volta che uno spiffero d’aria mi sfiorava o che un granello di polvere si posava su di me, mi sono fatto coraggio e mi sono avvicinato.
Ho preso una borsa di carta (rigida e piatta) e tenendo i piedi ad almeno un metro dal muro ed avvicinando solo il braccio, gli ho dato un colpetto storditore, ho lasciato cadere la borsa di carta per terra e sono corso a nascondermi dietro il divano.
Ho rotto la finestra, ho preso un pezzo di vetro, mi sono strappato la t-shirt nera e li ho fissati insieme; quindi ho preso una biro che fortunatamente era lì vicino e con la cicca che stavo masticando ho costruito un rudimentale specchietto.
Senza alzarmi ho controllato, dallo specchio appunto, che la situazione fosse tranquilla, che il campo fosse libero.
Degno del miglior McGiver insomma, se non fosse che la missione era fallita: il mostro era ancora là.
A guardarmi con aria di sfida o, più probabilmente, a dormire ignaro di ciò che io stavo passando per colpa sua.
Ho provato a quel punto un po’ di rispetto per il mio avversario e mi sono detto: devo finirlo in maniera degna.
Mi sono alzato, ho aggirato il divano-trincea e sono andato a raccogliere la borsa di carta.
Senza pensarci troppo gli ho dato un altro colpo, stavolta più deciso.
E lui è caduto a terra. Ho provato terrore nel vederlo cadere: non sapevo se una volta toccato il suolo, sarebbe corso via. E invece se ne è rimasto lì, stordito e innocuo. Ad aspettare il colpo di grazia.
Colpo di grazia che, per non sbagliare, gli ho inferto con un volume dell’enciclopedia Treccani.
Per concludere l’opera, con due rotoli di carta igienica ho raccolto i resti diel mio nemico appena perito e li ho buttati nel gabinetto.
Mi sono sentito ridondante di soddisfazione, ma subito dopo il vuoto ha preso spazio in me: perché so che ho vinto una battaglia, ma la mia guerra, l’eterna lotta tra il bene e il ragno, non finirà mai.
Almeno ho fatto un passo verso la virilità, anche se sinceramente non sarei pronto a rifarlo.
Per chi se lo stesse chiedendo, il mostro in questione era il pericolosissimo Pholcus Phalangioides.
Guardate su Google se volete capire di cosa si tratta.

Ti ho vinto, o mostro dal nome latino.
Ora riposi accanto a Plutone nell’Ade e forse impaurirai i più grandi guerrieri della mitologia.
Porta loro il messaggio che qui, sulla terra, un eroe di nome Edoardo ti ha sconfitto con onore.

apr 28
edoardo @ 09:07

E così siamo giunti alla fine.
Terzi classificati.
Un ottimo piazzamento per una squadra esordiente.

E’ stato un torneo bellissimo, abbiamo messo in piedi una squadra competitiva in ogni reparto. All’inizio c’è stata qualche incomprensione ma poi tutto è andato per il meglio.
Abbiamo fatto soffrire tutti! Avremo anche perso qualche punto ingenuamente, ma abbiamo battuto avversari che avevano qualcosa più di noi.
Abbiamo vinto, lottando strenuamente un quarto di finale bellissimo contro tutto e tutti,uscendone malconci e rimaneggiati. Nonostante ciò ci siamo fatti valere in semifinale e nessuno mi toglierà mai la convinzione che meritassimo di andare in finale.
Ma non abbiamo niente da recriminare!
E gli applausi di ieri sera nello spogliatoio sono stati più che meritati. Per tutti!

Ma veniamo ad analizzare, nello specifico, cosa ci riserva il futuro:

Ale Bertozzi

bertoz
Diventerà un rapper negro. Ma i suoi testi saranno intrisi di delusione e sensi di colpa, per colpe che non ha.

 

Mamo

mamo
Girerà altri spot che pubblicizzano la bellezza, sempre distinguendosi in positivo. Ma per noi resterà sempre la causa di ogni nostra sconfitta.

 

Roby

roby1

Dopo essere sfuggito per anni all’InterPol, farà lo sciocco errore di finire in Texas, dove anche reati come rubare un pacchetto di cicche sono puniti con la pena capitale. Figuriamoci la pedofilia…

 

Campana

owen

L’intervento al cuboide andrà male e con una gamba sola, dopo aver perso il lavoro come controfigura di Owen Wilson, non andrà bene nemmeno come sosia del Tenente Dan.

 
Destan

destan

Prima metterà su un’impresa edile in cui farà fare l’operaio a Max, poi si sputtanerà tutto comprando sigarette.

 

Carre

ITALY SOCCER AC MILAN RONALDO

Non fidatevi di lui! nel giro di due anni fonderà un’altra squadra con cui ci verrà ad affrontare. Ovviamente si porterà dietro quelli con la personalità più debole e malleabile.

 

Nico

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Finirà nella Tolomea a guardare all’insù, con le lacrime che gli si congeleranno negli occhi.

 

Alfredo

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Fargli il paragone con Al Pacino (anche per il nome) sarebbe troppo facile. Quindi perché dovrei fare fatica a trovarne uno difficile? Diventerà un motivatore che ne ha viste di tutti i colori. Ogni maledetta domenica.

 

Ambreus

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Acquisterà sempre più potenza e finalmente, dopo che avrà ucciso un paio di difensori avversari, verrà rispettato e si sentirà come Dio. Anzi, come Dio con una pistola in mano!

 

Edo

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Non vincerà mai niente e continuerà a scrivere commiati ed epitaffi.

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Scherzi a parte, ragazzi.
Ribadisco che è stato veramente un bel torneo e ringrazio tutti.
Rimane un’ultima questione in sospeso: la coppa che ci siamo strameritati!
Io dico intanto che lasciarla al bar è escluso, anche perché vedo molto difficile una nostra re-iscrizione l’anno prossimo (a Magenta intendo).
Renderla itinerante è un problema quindi io direi che ci sono 3 possibilità.
O facciamo una colletta e ne facciamo fare tante altre nove e ne teniamo una per uno (ed è quello che proporrei io), o fondiamo una nostra “sede sportiva” che può essere un bar che frequentiamo tutti e la lasciamo lì (ma questo si può fare anche in futuro), oppure dobbiamo scegliere di comune accordo – come squadra - chi se la tiene.
Visto che fare una votazione per alzata di mano potrebbe essere imbarazzante, io consiglio un sondaggio. Anonimo e soprattutto al di sopra delle parti.
Così come le opzioni del sondaggio, appunto…

[poll id="5"]

Come vedete sono stato imparziale!
Votate (chi vota se stesso è una merda!) e, al limite, aggiungete comenti e idee…

E, sempre, forza A.S. Terisco!!!

mar 09
edoardo @ 18:59

Un sabato che poteva essere come tanti altri, si è rivelato una giornata da ricordare per il Mr. Luca Salvalaggio e per (l’ormai ex) bomber Eddie Gnoli.
Un’occasione che, ricordiamolo, è stata snobbata da Nico Cazziglioni, Oskar Akillikov, e Max Lamazza… 

Dopo una stressante settimana di lavoro, l’occasione per lo svago la fornisce l’Inter.
Il viaggio per Genova parte sotto i migliori auspici: sospinti da unvento mica male, mister e pupillo partono per la ridente Zena, patria di De André, di bruno Lauzi, dei pansotti, del pesto e, lo stavamo per scoprire, dell’esimio professor Hawking. 
La noia dell’andata è rotta dalla chiamata a MA: il mitico, che è in fase di perlustrazione al MIsex, ci ricorda che i piaceri della vita possono stare anche tra due rughe.
E alla luce di ciò, ricordandoci quanto siamo fortunati, Luca ed io arriviamo a Genova Ovest. In tutto, da Milano, il viaggio è durato 1h e 30 minuti. Non male.
Purtroppo da Genova Ovest a Genova Est ci vogliono un’altra ora e 45, e se contiamo anche il parcheggio e la coda allo stadio, l’ingresso coincide con il fischio d’inizio.
Proprio mentre ci sediamo (nell’ultima fila che più in alto non si poteva) Ibra firma la vittoria con un pallonetto mirabolante. E proprio mentre Ibra segna, i genovesi iniziano a prendere di mira la mia macchina, rigandone le portiere.
Al 20′ minuto, con il risultato in cascina, io mi sono alzato già 17 volte per far passare i ritardatari e al microfono, lo speaker dello stadio annuncia (in collaborazione con Castorama) che sono in vendita due portiere (rigate) di Audi A3 blu, 4 gomme Bridgestone Potenza con cerchio in lega da 17″, due sedili in pelle per Audi A3, un’ipod, un autoradio con navigatore satellitre e anche una scatola di biscotti (che tanto lasciavo lì perché non mi piacevano).
Il secondo tempo si apre con un botto. I soliti tifosi coglioni, pensiamo noi.
No. La mia macchina è saltata in aria.
Poi la partita finisce. Usciamo e ci dirigiamo al parcheggio.
Lì chiediamo se c’è un bagno pubblico. Ci viene indicata la carcassa di un’Audi A3 blu che – cazzo – sembra proprio la mia…
Per consolarci, ci facciamo consigliare un ristorante di pesce a Nervi dove “si mangia il pesce divinamente”.
Durante il viaggio chiamiamo qualche amico per capire se i gol dell’Inter fossero buoni.
Nico dice che il primo è in linea, il secondo non si capisce bene.
Oscar assicura che il primo è buono, il secondo più sì che no.
Max, il più obiettivo, dice che nel primo gol Ibra è tenuto in gioco da 7 uomini, che nel secondo la palla è dentro di almeno 40 cm e che Lee Oswald non ha ucciso Kennedy.
Per non farsi mancare nulla ci descrive la merenda che ha preparato per se e per i figli: scampi vivi, tartarre di tonno, tartarre di spada, spine di pesce palla, pinna di squalo, tartarre di sirena e olive taggiasche.
Tante, tantissime olive taggiasche.
A proposito di pesce, arriviamo al ristorante…
Sti genovesi… non sanno nemmeno cosa sia il pesce fresco.
In totale mangiamo 4 gamberi e 2 ostriche di plastica e paghiamo il tutto a caro prezzo.
Per fortuna c’è una bottiglia di Pigato che ci dà quel pizzico di effervescenza che ci serve per affrontare la serata: decidiamo di farci una romantica passeggiata sul lungomare di Nervi.
Il cllima è ottimale (15°) e il rumore del mare ci rende anche un po’ filosofi.
E ci torna in mente MA, ormai dedito all’acrotomofilia.
Finalmente troviamo un baretto in cui darci sotto con gli alcolici, stando però attenti al prezzo.
Ordianiamo dos mojitos.
“Quant’è?
“10 euro

Luca giustamente ne tira fuori 20.
No ragazzi: 10 euro in totale. % l’uno!“.

Ce ne faccia 10 per piacere. A testa!“ 

E così, il gestore, un rasta 50enne ce li fa apparentemente tosti. Assaggiamo.
Commento (mio): “Vabè, non è forte!”.
Chiediamo se si può andare a bere sulla passeggiata. Risposta: “No, altrimenti danno la multa a voi e a me!” (che coi prezzi che corrono a Nervi sarà stata intorno ai 15 euro…).
Siccome però non vogliamo fare casini, ci sediamo sulla terrazza del bar, da cui si ha la vista sulla passeggiata e, quindi, sulle bellezze (…) liguri intente a festeggiare la festa della donna.
Improvvisamente ci si presenta davanti una scena al limite tra il surreale e il tragicomico:  in mezzo ad un gruppo di ragazzine, il bel Pete Dhoerty si fa bello del suo taglio di capelli, quand’ecco arrivare di gran carriera il grande Stephen Hawking che sembra avere l’aria di uno che ha qualcosa di importante da dire.
Sul monitor della sua evolutissima carrozzina compare questo messaggio: IL MONDO NON RUOTA INTORNO ALLA BELLEZZA, MA ALL’INTELLIGENZA.

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Dalle parole si passa subito alle mani. Luca e io, increduli, assistiamo a questo scontro fra titani.
E’ subito chiaro che la disputa si può risolvere solo con la morte di uno dei due contendenti, causata dal volo giù dalla scarpata, ma per fortuna di tutti interviene un loro amico comune, che per sedare la rissa sceglie un’arma diversa dal convenzionale mettersi in mezzo: le bestemmie.
Il giovane, spaccando ripetutamente in due il cielo, fa capire a Pete e Stephen che o loro la smettono o Dio si metterà presto a piangere.
Ricevuto il messaggio i due si allontanano parzialmente: uno arretrando sulle proprie gambe, l’altro soffiando dentro a una cannuccia elettronica.
Come ciliegina sulla torta, Stephen si riavvicina a Pete, sempre con lo stesso identico sguardo e gli tende (metaforicamente, ovvio) una mano, lasciando che il led luminoo esprima il suo pensiero: SCUSA, NON CI SONO STATO PIU’ DENTRO.
Risposta di Pete: “Scusa, non ci sono stato più dentro nemmeno io!”.
Ed è tutto finito così, nel nulla.
Finito lo spettacolino è ora di andare.
Appena il mio piede scende il primo gradino, mi accorgo che in fondo il mojito non era così leggero.
Cominciamo a percorrere la strada a ritroso, con passo decisamente spedito.
Mani in tasca, faccia nella sciarpa e discorsi filosofici sui Massimi Sistemi®.
Ad un certo punto, Luca Salvalaggio si accorge che stiamo battendo una pista che non gli è familiare.
La sua tesi è supportata dall’accento francofono dei passanti. Chiediamo. Praticamente siamo arrivati a Mentone.
E menomale che Luca conserva un barlume di sensatezza, perchè io sarei tranquillamente arrivato a sormontare i pirenei e a conquistare la Spagna…
Dietrofront e arrivo al parcheggio.
Il viaggio di ritorno è stato un’agonia. Sia per il sonno (in macchina abbiamo dormito entrambi), sia per la musica che ogni tanto ci svegliava, ma ogni tanto era nemica.
Mi rendo conto che per arrivare vivo a casa, devo fermarmi a prendere una bottiglietta di Coca Cola e qualcosina da mangiare.
Ovviamente la prima area di servizio si trovava a 45 km di distanza. Facendo una fatica immane ci arriviamo.
Scende Luca e ritorna (correndo) con Grisbi, quadratini di Loacker, una cassa di Coca, 10 panini, salame, vino, Pocket Coffee e una lattina di Burn Energy Drink. Si siede e dice: “Dentro non c’era nessuno!“.
Iniziamo a banchettare e io, per curiosità, assaggio la Burn.
Senza rendermene conto sono già a 220 che zigzago tra le macchine in autostrada e sono i miei occhi a lampeggiare per farli spostare. In 7 minuti sono a casa, roba che nemmeno il Coroner con la AMG.
Lascio giù Luca che ha bevuto mezza lattina di Burn (e da sabato sera non è ancora riuscito a chiudere occhio) e mi allontano.
Mi viene voglia di berne ancora, ma intimorito dalla reazione che avrebbe potuto fare col mojito, opto per la scelta più saggia: la verso fuori dal finestrino.
Inavvertitamente la bevanda finisce in un tombino… ecco quello che è accaduto dopo:


 In particolare, fate attenzione a quello che accade dal secondo 16 al secondo 22…

E questo è tutto.
In attesa della prossima avventura, non si può che salutarsi con KAWABONGAAA!!!!

 

Massimi Sistemi® è un marchio registrato Luca Salvalaggio™

feb 03
edoardo @ 19:37

ratto elena

E molte vite sono morte per me sullo Scamandro,
e io, che pure tanto ho sofferto, sono maledetta,
ritenuta da tutti traditrice di mio marito
e rea d’aver acceso una guerra tremenda per la Grecia.”

Elena, Euripide. 412 a. C. circa

Da quando esiste il mondo, gli uomini si fanno la guerra.
I motivi per cui i popoli si distruggono a vicenda sono svariati: economici, politici, razziali, religiosi…
Ma la guerra più sanguinosa e tragica di tutti i tempi, che risale a migliaia di anni fa venne scatenata da un motivo che non ha nulla a che vedere con quelli sopra citati: una donna.
Nel 1250 a.C. il re troiano Paride rapì la moglie del re greco Menelao.
Ne venne fuori la guerra di Troia.
La donna era la figlia di Zeus. Era la donna più bella del mondo, contesa da re, ammirata dagli dei, amata dai popoli.
Era mezza umana e mezza divina.
Era Elena.
A causa del ratto di Elena, molti uomini perirono, ingenti eserciti si scontrarono, popolazioni intere si annientarono.

A più di 3000 anni di distanza i 3 protagonisti di questa splendida rubrica (MA, Eddie e il nister Luca Salvalaggio), vestono i panni dei più grandi eroi achei per vincere la guerra e riprendersi la ragazza, che per affinità storiche ed epiche, chiameremo “Elena”.

Dimenticatevi i locali più “in” di Fashion City, dimenticatevi il Giannizzero.
La serata da eroi si è svolta in trasferta, a Lentate sul Seveso.
C’è da dire che, inizialmente, uno dei tre eroi, appresa la destinazione si era fatto un programma veramente astuto (e infatti l’eroe in questione è paragonabile per ingegno, scaltrezza e tatuaggio ad Ulisse):

ore 17.30: toaletta + colluttorio
ore 18.30: ingerire nr. 1 compressa di cialis. Meglio 2
ore 19.00: indossare goldone e tenerlo su che non si sa mai
ore 19.30: gel per capelli
ore 20.00: libero sfogo alle fantasie (il goldone potrebbe risultare scomodo; in tal caso, sostituirlo)
ore 20.30: passare a prendere Luca Salvalaggio
ore 22.00: far ingerire con l’inganno a MA nr. 4 compresse di “Caval Domato” (sonnifero per cavalli)
ore 23.30: 52×5= 260 euro con Elena. Chiedere arrotondamento a 250

Come si può facilmente evincere, il piano sulla carta era infallibile. E voi direte: bell’amico.. menomale che c’è Luca Salvalaggio a stare vicino a MA.
E infatti il buon mister proponeva di portare con noi delle armi che, a dir suo, avrebbero aiutato MA a non soffrire.
In realtà, così come il sottoscritto, voleva inibirlo. Come? Con proiettili d’argento, un crocefisso benedetto e, se l’avessimo trovato entro sera, il Sacro Graal. Non avendolo trovato (secondo qualche mito e leggenda, infatti, sarebbe contenuto proprio nel ventre di Elena), abbiamo ripiegato sul classico paletto di frassino da infilzare nel cuore.

Ma andiamo con ordine. Il giovine Eddie, ossia io, arriva puntuale come un orologio svizzero sotto casa di MA. Gli altri due compari avevano il cellulare spento, probabilmente per non farsi trovare e lasciarmi a casa. Ma io, che non mi do mai per vinto, ma soprattutto non mi sarei fatto scappare una serata del genere per nulla al mondo, suono tutti i citofoni di via Stillicidio, svegliando anziani signori, destando coppiette innamorate ed innervosendo ogni cane del circondario.
Finalmente, trovo il campanello giusto e la serata può partire.
Va detto che, nel progettare la serata, il mister (che poi è anche il fashion-stylist del gruppo) aveva detto: “Ma sì, andiamo in un posto da muratori… vestiamoci da barboni.
Io, che barbone non sono, trovo il compromesso di jeans, camicia e cardigan. Il tutto impacchettato in un bellissimo Moncler azzurro che a Lentate sul Seveso è un must! Subito MA, che ricordiamolo, è il re di Fashion City e quindi è solito auto elevarsi ad arbiter elegantiae del gruppo, mi fa notare che non sono alla sua altezza e che sono vestito giusto per andare a sciare o, alla meglio, per interpretare il Grande Puffo nella recita di Natale. Io sorrido, lo assecondo e intanto con le dita accarezzo il barattolo di narcotizzanti per cavalli che ho nella tasca del Moncler, pensando a quando gliene farò ingerire nr. 4 compresse.
Il mister si presenta in abito di Tom Ford (così, un nome a caso… mica l’abbiamo visto per davvero).
In più, a completare il gruppo, un amico di MA, più piccolo di me, ma vestito meglio: Andreotti.
Andreotti ufficialmente viene per fare da supporto a MA. Ufficiosamente metterà in cantiere almeno 6 mesi di seghe.
In macchina, nei due sedili davanti ci sono un ragazzo distrutto e quello che non ne può più di consolarlo, mentre dietro il mister e il suo pupillo si divertono a fare i viados…

Immagine 026

La serietà sulle nostre facce, è indice della preoccupazione per il nostro amico MA

La strada per Lentate è lunga e tortuosa. Chissà quando arriveremo…
Tempo di formulare questo pensiero ed è già ora di scendere. Lo space shuttle su cui ci siamo mossi ha rispettato la fama di cui gode.
Il commento che tutti ci aspettiamo da MA è: “Fashion City – Lentate in 7 minuti netti. Alboreto is nothing!”.

Invece niente.

Al momento di entrare, MA non è nervoso. È in canottiera ma non sente il freddo, fuma due sigarette contemporaneamente e racconta le vicende che hanno portato a questa serata.
La storia d’amore che tutti sognano, quella che fa male allo stomaco (vabè, al mister se fa male lo stomaco è per uno stronzo gigante, ma fatemi tornare poetico), quella che non ti fa dormire, quella che dopo un anno, tante liti, tanti problemi, ti tiene ancora lì a pensare a lei. E tiene lei a pensare a te.
E in fondo sei ancora innamorato. E saresti disposto a fare una guerra.
Il maschio italiano è unico al mondo…

 All’ingresso MA si commuove davanti ad un poster, di fianco al quale ce n’è un altro con scritto (a caratteri cubitali) “venerdì 9 e sabato 10 gennaio, Lei è qui per voi”.
Entriamo, io cerco di nascondere il Moncler azzurro per non far fare brutte figure a MA, il mister in frac si muove verso il bancone con l’incedere tipico di uno che va a ritirare il premio Nobel, Andreotti sparisce misteriosamente.
Poco dopo Andreotti riappare magicamente dal bagno, il mister torna con 4 cocktail e MA chiede: “Ma ci sarà stasera? Non è che viene solo domani?”.
E sì che eravamo dall’altra parte del locale, ma il poster si leggeva benissimo…
Ma forse era solo un po’ nervoso.
Assaggiamo i cocktail. Si erano dimenticati la parte a gradazione alcolica. Vado al bancone a chiedere un allungo, assaggio e capisco che gli alcolici sono annacquati. Solo un pirla avrebbe potuto pagarne degli altri. Noi abbiamo preso una ventina di cocktails in quattro.
Inanto MA si interroga e si dà risposte da solo: il tema principe è la reazione che lei potrà avere alla sua vista.
Secondo lui, ci sono due possibilità: 1- lei gli darà uno schiaffo. 2- lei sarà contenta di vederlo, forse lo abbraccerà, ma niente di più.
Questo nefasto pensiero lo manda in depressione, ma per fortuna c’è la spalla di Andreotti su cui piangere. Intanto il mister è stato attratto dalla visione della dea verde, una tedesca di 198 cm con la faccia della ragazza della porta accanto, ma con due fette di roast beef in mezzo alle gambe. Si dice che al mister piaccia molto il roast beef.
E finalmente arriva Elena. La donna per cui MA sarebbe disposto a scatenare una guerra.
MA ha esaurito tutta la sua adrenalina. Ormai è tranquillo. Cambia il piano per abbordarla ogni 4,3 secondi. Alla fine manda il mister, la cui fama di seduttore è arrivata fino a Lentate, ad acchiapparla per lui.
E finalmente, il momento della verità…
Come reagirà Elena alla vista di MA? Lo schiaffeggerà? Lo abbraccerà e se ne andrà? Sarà felice di vederlo?

Siccome non si può paragonare una dolce fanciulla ad uno sporco formichiere, userò una metafora più aggraziata: immaginatevi una farfalla che tira fuori mezzo metro di spirotromba per succhiare tutto quello che può da un fiore.
Ecco, Elena si è fiondata su MA, baciandolo ed accarezzandolo dappertutto, proprio come una farfalla. Una farfalla molto eccitata.
E guardandoli in quel quadretto che è un mix di romanticismo ed erotismo, commossi come davanti al finale di Via col vento, capiamo che si è raggiunto l’happy ending che tutti ci aspettavamo.
Possiamo tornare a casa contenti, con la vittoria della guerra in tasca. Il ratto di Elena è stato vendicato.

No cari lettori, purtroppo non è finita così!

E poi non potrei mai lasciarvi senza i contorni che hanno contribuito a rendere la serata indimenticabile, senza il finale vero, senza il rientro a casa…
Dovete sapere infatti, o affezionatissimi, che il vostro mister nel locale sembra una trottola che rimbalza tra tre punti: la versione in carne e ossa della Valentina di Crepax, la sua dea verde e uno strano tizio bergamasco che, toccandosi gli occhialini sul naso e, di tanto in tanto, facendo la classica conchiglietta con lamano per sentirsi l’alito dice di essere innamorato di Elena.
Trattasi, ovviamente, di un nostro avversario… un troiano. E di troiani, lì dentro, ce ne sono tanti.
Come lo sfigatissimo rasta che si avvicina a MA e inscena con lui questo fantastico dialogo:
Sfigato Rasta: “Scusa, ma tu sei il tipo di Elenagrimaldi?” (Notare: il ragazzo in questione ha un accento bergamasco molto marcato, indossa all’interno del locale  un giubbotto da neve chiuso sino al collo e pronuncia il nome Elenagrimaldi senza pause né soste, ma con una scintilla di brillore negli occhi).

MA: “No.”

SR: “Ah perché se eri il tipo di Elenagrimaldi ti davo la mano…”

MA: “Eh no…”

SR: “Ah no eh… perché ho visto che vi baciavate… quindi non sei il tipo di Elenagrimaldi?”

MA: “Eh lo so, ma non sono io…”

SR: “Ah, va bè, la mano te la do lo stesso!”

E il grande e magnanimo MA, re di Fashion City, stilista che farà le scarpe a Tom Ford, si abbassò a dare la mano a quello lì che probabilmente, due minuti prima si era passato la mano tra i rasta.
Un altro troiano da menzionare assolutamente è l’uomo che ha ispirato la canzone “Baffo Natale” di Elio e le storie tese.
E’ l’esatta copia di Sandy Marton con i baffi. Solo un po’ invecchiato e un po’ più terrone. Ma vestito come Sandy 25 anni fa.
Arrivati più o meno alle ore 2.30 il mio piano è ormai fallito, anche perché non potrei mai fare un torto a MA.
L’ultima occasione di combinare qualcosa mi si presenta quando Elena va al bancone con addosso un vestitino che è stato fatto usando in totale 12 centimetri di stoffa.
Vedendola là appoggiata al bancone, Andreotti corre in bagno, MA si mette a piangere e io mi giro verso il mister e mi bullo in questo modo: “Ora vado là, le alzo appena appena il vestitino e le faccio un male che non se lo dimentica più.”. Poi mi rendo conto di essere dotato di un regolo. E nemmeno del regolo da 10, di quello da 9. Quindi per non fare brutta figura, lascio perdere.

numeri_in_coloreIn blu, il pisello di Eddie

 Alla fine, scattata qualche foto ricordo e preso la foto autografata per mio fratello (che non si è ancora ripreso), si fa ora di tornare a casa.
Iniziamo ad uscire e lasciamo MA a salutare la sua Elena. Nessuno saprà mai cos’è successo e cosa si siano detti.
Fatto sta che tornando a casa, MA non dice una parola.
Arrivati a Fashion City, ci fermiamo un attimo ad aspettare il Coroner della città, che sta tornando da qualche serata in giro per lo stivale.
Poco male, perché tanto la temperatura era buona (7 gradi sotto zero) e rende piacevole l’attesa.
Il coroner arriva alle 5.00 e ci propone di andare a bere qualcosa. A dire il vero non sono sicuro che la proposta fosse rivolta anche a me, dato il colore del mio giubbotto. E siccome Andreotti è ormai stremato, si decide di andare a letto.

L’arrivo a casa è alle ore 5.30. la sveglia è puntata alle 7.30.
Due belle ore di sonno intense e godute e poi il risveglio.

Analizziamo i risvegli dei protagonisti, partendo per cavalierato da Elena, che rivolgendosi al suo attuale, stronzo e sfigato fidanzato, usa le parole donatele da Euripide; versi che solo le menti illuminate potranno comprendere: “Io per l’amore ch’ebbial mio sposo, vorrei seco morire;ma qual per lui grazia sarebbe, mortecon lui già morto avere? I doni funebrilascia dunque ch’io rechi al suo cadavere;e i Numi a te quello ch’io bramo accordino,e a questo stranier, che meco all’operasi accinge. E in me la sposa che tu meritid’avere, in casa avrai: ché MenelàoTu benefichi e me: ché tutto ormaitende a buon fine.”Mister: sorriso stampato in faccia, alzabandiera più vigoroso del solito, telefonata a Eddie per chiacchierare e ricordare.Eddie: sorriso stampato in faccia, preoccupazioni del lavoro spazzate in un attimo, pensiero che vola subito a MA.Andreotti: “Aaaaaahhhh! Non ci vedoooooooooooooooooo!”MA: strano sentore di amaro in bocca, sensazione di spaesamento, sputa 4 o 5 sigarette fumate, si rende conto di essere su una panchina di largo la Foppapedretti, guarda la foto di Elena che stringe in mano e, con una lacrima che scende, alza lo sguardo al cielo e pensa: “Forse ho fatto una cazzata, come tante ne abbiamo fatte insieme. Ma la guerra non è finita. E noi siamo destinati a fare altre cazzate, a rivederci presto e, forse, a stare insieme. Ci vediamo presto, Elena!” Ci vediamo presto, Elena…

set 15
edoardo @ 07:04

In questo pezzo, mi rivolgerò direttamente a te, essere umano di sesso maschile, in età compresa tra i 16 e i 55 anni, che sei o sei stato coinvolto in una relazione sentimentale.
So che mi capirai.
 
I soggetti compresi nella fascia di età sopra citata, vivono una vita normale.
Qualcuno lavora e qualcun altro studia. Solitamente si passa con la propria ragazza/fidanzata/moglie qualche sera della settimana e poi, ovviamente, il week end.
La femmina media, passa la settimana ad essere dolce al telefono, a dire che le manchi, e a farti sapere che non vede l’ora che arrivi il week end per stare un po’ insieme a coccolarsi (il che, nell’ottica del maschio dominante, dovrebbe auspicabilmente portare a rapporti di natura intima).
Invece, arrivato il week end, la femmina si trasforma in vorace e assatanata macchina da shopping.
Non vede altro. Non sente altro. Non vuole altro.
Sembra essere stata programmata per non sentire la stanchezza e non percepire le condizioni climatiche avverse. Che ci siano 40 gradi all’ombra o 12 sotto zero dentro il negozio, la femmina macina chilometri ed entra in tutti i negozi aperti. Tutti!
Solitamente, in negozi da una o due vetrine non c’è da preoccuparsi troppo. Persino da Accessorize, non si perde più di un quarto d’ora, data la dimensione dei locali.
Ma il terrore, o mio caro maschio, lo provi passando davanti ai grandi mostri multipiano come Bershka, H&M, Sisley, Benetton e, ovviamente, il peggiore di tutti: Zara.
 
Analizziamo la tipica domenica pomeriggio, in cui tu, maschio, hai voglia soltanto di stare in casa in mutande a guardare Sky Calcio Show (vuoi per vedere tutti i gol, vuoi per le tette della D’Amico), ma la femmina vuole andare da Zara.
La femmina, che apparentemente può sembrare furba, sfrutta le debolezze maschili con subdole e bieche promesse di seratine piccanti, in cambio di una “passeggiatina”.
Come dirle di no?
Anche perché un rifiuto porterebbe inevitabilmente a scenate del tipo: “Non te ne frega niente di me, non stiamo mai insieme e quando abbiamo l’occasione preferisci stare sul divano a far niente!”.
E allora indossi un paio di scarpe comode, guardi l’orologio e constati tristemente che sono le 14.40. Mandi un messaggio a qualche amico, chiedendo di essere tenuto aggiornato sui risultati e ti prepari ad un pomeriggio di sofferenze.
Intanto va detta una cosa: a tutti piace fare shopping. Il maschio normale ed eterosessuale, resta in un negozio in media 1 minuto e 07 secondi. Entri, prendi svogliato il capo che ti piace e che già volevi comprare, non lo provi perché tanto se è una maglia la M ti va bene e se è un paio di pantaloni figurati se conosci il significato di numeri come 40 o 42, individui la cassa senza coda, paghi e te ne vai.
Felice per l’acquisto, guardi la tua compagna per proporre un pausa, un gelato e – nel caso in cui scorgesse un sorriso nella sua faccia – addirittura il rientro a casa.
La ragazza, purtroppo, è già entrata in modalità “comprare”. Ha gli occhi bianchi luminescenti, come un cyborg, cammina a non più di 5 centimetri dalle vetrine e bisogna pregare che sulla sua strada non incroci un bambino, altrimenti questo verrebbe schiacciato senza ritegno.
Ad un certo punto, in lontananza, vanno addensandosi nuvole grigie. Gli immensi portoni di Zara, spalancati per permettere l’affluenza media di 195 persone al secondo, ti accolgono e non ti sorprenderesti se accanto al brand ci fosse scritto “Lasciate ogni speranza, voi maschi ch’entrate!”.
Ti giri per chiederle se è proprio necessario, ma lei non è più al tuo fianco.
Ti rigiri verso i portoni e, nonostante la folla simile all’ora di punta a Times Square, riesci a scorgerla e ti chiedi come sia possibile che già si stia provando un cappotto, una sciarpa e un paio di stivali. Contemporaneamente ti rendi conto che ti ha lasciato in mano la borsa (che non capirai mai il perché, ma pesa 2 chili e mezzo), il giubbotto, il cappellino e qualunque altro ingombro possa recarle fastidio nel suo girovagare tra i manichini.
Nella tua nuova veste di portaborse, ti fai coraggio ed entri. I primi 45 secondi ti servono per ambientarti in un ambiente così ostile: poi, il pensiero che ti verrà in mente altre 14 volte nella prossima ora: devo trovare una poltrona.
A questo punto ci sono due fattori distinti, ma non per questo in contrasto tra loro, che ti impediranno di riposare le tue già stanchissime membra: in primo luogo, nei 7000 metri quadri (per piano) del mega-store ci sono solo due cuscinoni e la lotta per accaparrarseli ha già mietuto varie vittime; secondo e non meno importante fattore, la femmina esige la tua presenza al suo fianco. Perché? Per consigliarla!
E lo sa che non te ne frega un cazzo di quello che compra. Ma ti vuole con sé.
Sconsolato, ti guardi intorno pensando a tutto fuorché i suoi vestiti e ad ogni scalinata, angolo o via di fuga, vedi corpi ammassati come sul campo di battaglia di Braveheart. Sono i maschi che, trascinati come te in quei mostri ammassa-vestiti, non ce l’hanno fatta e sono stramazzati al suolo.
Fuori dai camerini, code interminabili che neanche all’ingresso di Gardaland il 15 agosto, in cui le femmine si scambiano pareri sui vestiti, consigliate dalle commesse (che in realtà sono robot creati dai grandi brand per accompagnare le femmine per interminabili ore di shopping), mentre tu, maschio, scorgi negli sguardi dei tuoi simili lo sconforto e la rassegnazione. Capita a volte di scambiarsi confessioni e, in casi estremi (settimana dei saldi) ultime volontà.
E tu sai che prima o poi, in quella fila, ti ci troverai…
Intanto vieni trascinato da uno scaffale all’altro come un cane al guinzaglio.
Sulle tue braccia vengono ammassati capi di ogni tipo, perché la femmina si ferma ad ogni singolo capo esposto, lo guarda, lo prende in mano facendo cadere quello appeso di fianco, nella maggior parte dei casi esclama: “Carino!”, ti guarda incazzata perché tu non hai ancora commentato, te lo sbatte in mano dicendo che poi se lo proverà e passa al capo successivo.
Se qualcosa non le piace, invece, la prassi è questa (immaginando che si parli di una t-shirt rossa): la guarda, se la mette davanti al petto con aria schifata, sta in silenzio un tempo compreso tra i 5 e i 7 secondi, ti guarda incazzata perché non hai ancora commentato, dice che non si abbina con niente e la rimette giù. Immancabilmente, poi, si sposta di 18 centimetri alla sua sinistra, prende la stessa (o almeno a te sembra così) maglietta, e ne rimane affascinata.
A quel punto non puoi fare a meno di chiederle: “Ma non è la stessa di prima?”. Grave errore.
Risposta: “Ma cosa dici? Intanto questa è scarlatta e l’altra era rosso carminio, poi non vedi il collo che è diverso?”.
E tu ovviamente non lo vedi, perché la femmina nota differenze che l’occhio maschile non percepisce (quando si parla di vestiti).
Tu annuisci, dubbioso, e tiri avanti.
Intanto sono le 15.50 e ti chiedi come mai nessuno ti abbia ancora mandato un sms per aggiornarti sui risultati. Saranno ancora tutti fermi sullo 0-0? No, i tuoi amici sono tutti nella tua situazione. Nessuno sta guardando le partite.
Ovviemente non puoi tirare fuori il cellulare per controllare in internet, perchè le mani le hai occupate.
Ti illudi che sarai a casa in tempo per 90° minuto e riparti.
Passi al secondo piano e inizia a girarti pesantemente la testa, anche per le esalazioni che arrivano dal reparto profumeria.
Ad un certo punto, lei si blocca. Sembra avere dei ripensamenti. Guarda quello che ti ha sbattuto in mano e ricontrolla tutto: una maglia nera, una giacca nera, un cappellino nero, due paia di scarpe (ballerine + tacco) nere, un reggiseno grigio scuro e una cintura nera.
Ti guarda e ti chiede: “Cosa ti piace di più?”
A 16 anni, i ragazzini acerbi temporeggiano in quanto, comprensibilmente, indecisi.
Più si acquista esperienza, più si sa che la cosa migliore da fare è dire subito qualcosa.
“La giacca!”.
“Perché?”
Qualche secondo per assimilare la domanda del cazzo e poi: “Perché ti sta proprio bene!”
Lei sorride.
Ma poi, dice: “Comunque non lo uso tanto il nero!”.
E tu pensi: “E allora perchè hai provato solo cose nere???”
Come se niente fosse, ti dice di lasciare giù tutto.
Dopodiché la sua attenzione viene catturata dal capo più brutto dell’intero negozio (l’ultima volta è stato un cappottone che sarebbe andato bene per pascolare il gregge).
Lo prova, estasiata, ti guarda e aspetta un tuo giudizio (positivo).
Tu, evitando il suo sguardo, borbotti qualcosa ben attento a non dirle quello che non vuole sentirsi dire e ti giri.
Ma lei ti sta già guardando male nel riflesso dello specchio. E allora tu, prendi il coraggio in mano e le dici che la cosa che ha addosso ti fa schifo. Fa schifo.
Lei non se ne capacita. Anzi, ti accusa di essere uno che non capisce niente.
E si gira, se lo mette, se lo rimette e continua a guardarti; sempre peggio.
Tu non vuoi cedere. Le hai già concesso troppo per oggi.
Ma è tutto inutile: lei starà lì finché tu non avrai cambiato idea.
Mentre i tuoi piedi gridano pietà, lei va al reparto pantaloni.
Ne tira su tre paia, li prova (dopo un’attesa di almeno 15 minuti in fila per i camerini), ti chiede quale dei tre sia il più bello, scarta quello che tu hai scelto e poi dice che tanto i pantaloni non le servono.
Tu sei al limite della sopportazione umana.
Se non avessi un orologio avresti perso la cognizione del tempo.
Da una finestra ti accorgi che fuori è già buio.
Ma non è ancora finita.
Scendendo le scale con quell’orribile montone in mano, la vedi che passa a ricontrollare tutti i capi che ha guardato e scartato, più indecisa di prima.
Tu, che non ce la fai più, sei con la testa in un altro posto.
Lei si offende a morte perché non la stai guardando: “Vuoi darmi un po’ di attenzione, o no?”, e per concludere, brandendo un foulard tirato su quasi a caso, ti chiede: “Dai, scegli: il cappotto o questo?”.
Sì perché, incredibile ma vero, lei pretende che la decisione finale la si prenda insieme, come se a te importasse qualcosa (in realtà lo fa solo per poterti poi rinfacciare un’eventuale ripensamento una volta arrivato a casa).
Tu pensi: “2 ore e passa e il dubbio è tra quella merda di cappotto e un foulard che potevi prendere alla bancarella qui fuori??? Adesso ti ammazzo!”.
Prendi fiato, ti rendi conto che qualunque cosa tu dica comporterà altri 20 minuti di coda alle casse e scegli il male minore: “Il foulard…”.
Avviandosi verso la cassa col foulard, lei fa in tempo a darti la colpa del fatto che non le hai permesso di comprare il montone, ma tu sei già con la testa 12 metri più avanti, fuori dai portoni, verso la libertà.
Ad un metro dalla cassa, lei ha l’ultimo ripensamento: “No dai, il foulard non mi piace tanto!”.
Lo lascia giù, riprende la borsa dalle tue mani e va verso l’uscita.
Tu sei troppo stanco per dire qualunque cosa, capisci solo che, come al solito, lei no ha comprato niente. Quand’ecco che la vedi fermarsi allo scaffale posto sapientemente davanti all’uscita, guardare quelli che tu chiameresti pantaloni della tuta, e dire: “Aaahh… E’ vero che mi servono i leggings!” E tu (che dentro vorresti scoppiare): “Ma amore, ce l’hai già il pigiama” e intanto la spingi fuori, camuffando la spinta con un abbraccio. E lei: “Ma cosa dici? Sono da mettere sotto il vestito…”.
Ma tu, che sfrutti l’unico suo attimo di distrazione, ormai l’hai spinta fuori.
Soddisfatto come se avessi vinto tu, ti senti come Michael Scofield dopo l’evasione, prendi dalla tasca il cellulare per chiamare un amico che forse sa cos’ha fatto la tua squadra del cuore, ma ecco che lei ti gela, dicendo: “Va bè dai… li vado a prendere da Bershka!”.
E tu ti rendi conto che l’agonia non è ancora finita.
E ti sorprendi a fantasticare su quando avrà la cellulite e non sarà più attraente e non avrà più mezzi per ingannarti e convincerti ad andare per negozi ogni maledetta domenica.

mag 05
edoardo @ 07:09

Potessi non mi fermerei mai.
Ogni volta che faccio il turista, penso al modo in cui un posto ti colpisce più di un altro. Di come una sola piazza possa restarti dentro più di un’intera città, o un fiume possa colpirti più di una cattedrale.
Alcune volte un posto proprio non riesci a fartelo piacere (come Madrid). Altre volte per apprezzarlo totalmente, non ti basta visitarlo; devi viverci, conoscerlo, innamorartene lentamente (ad esempio Dublino). Ci sono poi delle volte in cui la città può anche essere meravigliosa, ma rimani perso soprattutto perché ne condividi l’esperienza (e mi è successo a Parigi).
Soltanto una volta mi è capitato di arrivare in una città, di cui avevo sentito parlare molto, e di restare completamente rapito: New York.
 
Venerdì 2 maggio, dopo 5 anni di attesa e di rinvii dovuti ad una promessa antica, sono arrivato ad Amsterdam con i miei tre più vecchi fellows.
Sappiamo tutti come funziona quando ti sovraccaricano di aspettative un posto, un film o una persona.
Alla fine ne rimani deluso.
Ma ad Amsterdam no. E’ stato amore a prima vista.
Così come a New York (che guarda caso si chiamava New Amsterdam), mi sono sentito da subito catapultato in una realtà completamente diversa da quella che conoscevo.
Amsterdam conserva un fascino antico, caratterizzato da vie anguste e ponti ad arco che collegano e superano la fitta rete di caratteristici canali, attorno ai quali si alzano i muri delle case che salgono in maniera irregolare, obliqua, in quello che sembra un quadro disegnato da Magritte.
Le luci delle vetrine vengono offuscate dalle nuvole di fumo che escono dai pub e dai coffeeshops, in cui migliaia di persone entrano ed escono senza sosta da quando inizia il crepuscolo fino all’una di notte.
E non bisogna lasciarsi ingannare dalla nomea che la città si è fatta in tutti questi anni: non è solo un ritrovo per puttanieri e drogati.
Amsterdam colpisce proprio perché riesce a fondere perfettamente uno spirito antico e romantico con quelle venature di vizioso e peccaminoso che, volenti o nolenti, sappiamo essere in ognuno di noi.
Guardando i miei tre amici, potevo notare anche in loro lo stupore e il divertimento; le sensazioni che quel posto magico suscitava in loro, come in me, erano ben chiare nelle loro espressioni.
E’ difficile descrivere con parole quanto può essere diverso un giro in pedalò sui canali, rispetto ad uno sul mare.
Ad Amsterdam sembra che il tempo si sia fermato. O meglio: sembra di vivere in una dimensione a sé stante.
Una dimensione che ti cambia la vita, perché se certe sensazioni o esperienze non le hai vissute davvero, arrivi a chiederti che cosa sia reale.
Forse questi deliranti pensieri sono solo frutto di emozioni provate in condizioni mentali alterate.
Ma questo è il bello di Amsterdam: i pensieri, le emozioni, le tentazioni e la voglia di trasgredire che si prova lì, non la si trova in nessun altro posto del mondo.
Chi non capisce, non si sforzi nemmeno. O lo si è provato, o non si può comprendere Amsterdam.
 
Amsterdam è come il suo coffeeshop più tetro: ti incuriosisce, senza che tu sappia che cosa ti aspetti una volta entrato e poi fa di te quello che vuole, lasciandoti perso all’inizio, ma felice alla fine.
Amsterdam è come la più bella delle sue ragazze in vetrina: cattura la tua attenzione con la sua luce rossa, poi ti attira a se, meravigliosa ed ammiccante, e alla fine si fa ricordare per sempre.
Va detto che io nelle vetrine non ci sono entrato, ma bisogna onestamente ammettere che chiunque passi di lì, un pensierino ce lo fa.
Ma d’altra parte Amsterdam è così: tentatrice. Non le puoi resistere.
 
A questo punto il rammarico di non esserci andato prima è forte. In me come nei miei amici.
E la promessa di tornarci, non riesce a lasciarmi completamente soddisfatto, perché il quartiere rosso e i coffeeshops stanno per lasciare il posto a negozi ed hotel.
E questo sarebbe un peccato.
Perché io vivo di malinconici ricordi, nella speranza di rivivere le belle esperienze che ho provato nella mia vita.
E Amsterdam l’ho conosciuta così.
Avvolgente e tentatrice.
Bella e puttana.
Romantica e viziosa.
Non voglio che cambi. Salvate il De Wallen, preservate i coffeeshops, lasciate intatte le vetrine.
Non rendetela una delle tante belle città che si possono visitare e che ricorderai solo per un palazzo o un museo.
Lasciate così com’è la città di cui mi sono innamorato a prima vista.
Lasciatela così com’è. Unica al mondo.

apr 23
edoardo @ 06:56

Ogni volta che sento o vedo il numero 4 non posso fare a meno di pensare a determinate cose.
Luoghi comuni, ricordi più o meno felici… tutta roba così!
I quattro cantoni; i quattro mori; 4 sono gli esami che mi mancano per prendere la laurea in economia; la prima volta che mi son dovuto svegliare alle 4 e mi sono reso conto che esistevano anche di mattina; il tanto amato capitano della tanto amata Inter; e, con una sempre crescente fierezza, ogni volta che sento il numero quattro mi viene in mente la mia media voto al liceo.

Frutto delle versioni copiate direttamente dal libro e delle interrogazioni a scena muta.
Eh sì perché i prof non si ponevano il problema, ed elargivano anche dei 9, se i compiti scritti erano fatti bene. Così come, senza batter ciglio, mi rimandavano a posto con un 1 od un 2 seguito da una sfilza di meno (tanto per indorare la pillola) quando ammettevo candidamente di non conoscere le risposte alle domande appena postemi. E la cosa strana è che non si chiedessero il perché di tanto dislivello tra orale e scritto. O forse lo facevano ma non gliene fregava niente.
E sono certo di non essere stato l’unico ad attraversare momenti del genere. So che come me c’è un’intera generazione di studenti che preferiva passare la settimana che precedeva le verifiche a fare pratica di Playstation piuttosto che aprire un libro, per poi trovarsi sveglio la notte della vigilia a fotocopiare e ritagliare bigliettini, con il pensiero però rivolto a quella partita a PES persa all’ultimo secondo.
E i più fortunati, già possessori di un abbonamento internet, avevano anche la libertà e la privacy (visto che i genitori dormivano) di uscire dal mondo fino a quel momento conosciuto e adorato (il sito B.I.G.), per scoprire che c’era un universo che tante soddisfazioni avrebbe poi dato (la pornografia).
Bei tempi.
Alzi la mano chi non c’è passato!

Abbassala secchione! E smettila di leggere qui… vai a studiare!

Tornando a noi, oggi sento al telegiornale la notizia che un gruppo di studenti di Bolzano è sceso in strada per chiedere al preside di abolire i voti troppo bassi e di dare, in caso di debacle anche gravi, il 4 politico.
Il rappresentante del movimento studentesco di quel liceo, un babbazzo con un nome dalle marcate sfumature austro-prussiane e, permettetemi di pensarlo, uno sfigato sinistroide con la media del 9, sosteneva che voti come 2 o 3 sono irrecuperabili per lo studente.
E il corteo dietro di lui cantava qualcosa in tedesco al ritmo di “O-lle-lè! O-lla-là! Faccela vedè! Faccela toccà!”.
A parte il disgusto provato per lo spettacolo nazi-comunista a cui stavo assistendo, ho pensato all’assurdità della cosa!
4 politico? Voti irrecuperabili??
Io al liceo arrivavo al punto di chiedere alla prof di greco, che magari ad inizio quadrimestre non voleva infierire, di riprendersi il suo compassionevole 5/6 e di darmi un bel 3! Perché?
Perché il 5/6 avrebbe comportato necessariamente altre interrogazioni per rimediare e raggiungere la sufficienza piena, mentre un 3 mi avrebbe lasciato tranquillo in quella fascia di presunti psicolabili che mettere nuovamente sotto esame, significherebbe esporli a nuove umiliazioni pubbliche. Quindi mi avrebbe garantito un sacco di pomeriggi liberi!
E poi alla fine, nelle ultime due settimane, si rimediava!
Che il tempo per recuperare c’è sempre, diciamocelo.
E se invece sei uno che non studia mai, che differenza fa prendere tutti 2 o tutti 4? Nessuna! Tanto sarai bocciato comunque!
Quindi, cari studenti della vostra regione autonoma che ha i cartelli stradali nella lingua di Hitler: non rompete i coglioni e prendete i voti che vi spettano! Siano essi degli 8, dei 4 o dei 2!
E reagite come abbiamo fatto noi, generazione dell’83 (e anni adiacenti), e anche altri prima di noi!
Copiate! E non vi crucciate più del dovuto, che solo a non fare niente di niente si viene bocciati.
Al liceo, con il minimo sforzo si passa. Tra una partita alla Play e la scoperta del nome di una nuova pornostar!

E una volta arrivati al quarto anno fuoricorso dell’università, potrete guardare dall’alto in basso uno studente che deve ancora decidere se aderire ai Comunisti Italiani o al movimento di Forza Nuova, e ripensando con fierezza e con un romantico sorriso agli anni delle superiori, dirgli: “4 politico? E pensare che 4 era la mia media al liceo…!”

mar 20
edoardo @ 06:39

Atto Primo – LE ORIGINI
 
1

Quando ero piccolo, la mia era una famiglia povera.
Ricordo che mio papà andava in giro in tuta, mia madre si faceva tagliare i capelli da mia nonna, mio fratello ed io ci litigavamo un solo peluche. E siccome vivevamo in una zona adiacente alle case popolari del mio paese, la disgraziata volta che quel meraviglioso e tenero elefantino di pezza mi cadde dal balcone, non feci in tempo a scendere i due piani di scale del mio palazzo, che qualche marriuolo se lo stava già godendo, sicuramente ridendo di me.
Inoltre ho avuto il primo paio di Nike a 13 anni, cosa che ai tempi poteva sembrare normale, ma provate a spiegarlo ai ragazzini di oggi…
Mai mi sarei aspettato di frequentare, dall’adolescenza, ragazzi che venivano dalle famiglie borghesi della provincia di Milano, come i Bazzi o i Castiglioni.
Gente che possedeva feudi, quando i miei nonni pulivano le stalle dei nobili; famiglie numerose che banchettavano con prelibate code di rospo e patate arrosto, mentre i miei avi (sempre nella stalla) potevano permettersi al massimo code di topo condite con le mucillaggini dei funghi.
E invece oggi eccomi qua. Il lavoro e i sacrifici dei miei genitori mi hanno portato ad essere accettato anche in ambienti esigenti e snob come l’Old Fashion, nel quale vado raramente perché sono ancora un po’ in soggezione. Ma se io non sono cambiato, restando umile come sono sempre stato, per mio papà è andata in maniera abbastanza differente.
Ora lui vuole il meglio per i suoi figli e cerca di convincerci a partecipare alla vita sociale dalla quale lui è sempre stato tenuto lontano.
“Imparate a sciare, che conoscete la gente del Jet-set!”, “Siate sempre eleganti e in ordine!”, “Partecipate alle serate della Milano Bene!”… e così via. Ormai mi aspetto di sentirmi dire: “Edo, pippa, che in questo periodo va di brutto!”.
Pensandoci bene, non credo che questo me lo dirà.
Intanto ho provato a sciare e mi lavo i capelli un po’ più spesso di prima.
E, ciliegina sulla torta, martedì sera sono andato alla Scala.
All’inizio volevo andare a vedere “Tristano e Isotta”, perché mi piace la storia, ma mi sono convinto a cambiare idea quando ho saputo che è un’opera di 5 ore e in tedesco.
Allora, consigliato da chi ne sapeva più di me, ho optato per Romeo e Giulietta.
Una delle più grandi storie d’amore di tutti i tempi. Tutti la conoscono. Tutti la amano.
Nella fattispecie, la rappresentazione di matedì sera era un balletto.
Allora, martedì appunto, passo a prendere Alessandra (ragazza nota ai più, poiché legata agli ultimi 5 anni della mia vita sentimentale) e vestito in maniera elegante-ma-non-troppo (poi focalizzeremo l’attenzione sulle scarpe) mi appresto ad entrare nel Teatro più famoso del mondo.
Il San Siro dell’opera…
 
2

Atto secondo – TRE ATTI IN UNO E UN ROMANTICO ANNOIATO
 
All’ingresso,mi viene voglia di fermare un passante e, citando i Baustelle, domandargli: “Scusi, che ne pensa di un romantico alla Scala?”…
Ma mi limito a canticchiarla nella mente.
Con la mia (?) bella al mio fianco, mi faccio guidare da una maschera al nostro posto in platea (la galleria non posso ancora permettermela, non sono mica un Bazzi o un Castiglioni…) e ci sediamo. Mentre mi guardo intorno e noto la magnificenza del Teatro, mi riecheggiano nella testa le parole di mio padre. E mi sento facente parte delle “Milano da bere”.
Alle ore 20, puntualissima, parte la musica. Il sipario si apre dopo 5 minuti. E considero la cosa, presagio di noia…
Esce un damerino danzante che, a parte la giacca, sembra nudo. Io non riesco a staccargli gli occhi dal sedere, che sembra quello del David di Michelangelo (chissà cosa ne pensava la mia dama…). Poi uscito dall’ipnosi, mi rendo conto che è già passato qualche minuto. E allora, girandomi timidamente verso l’Ale, domando: “Ma quando inizia a cantare o a parlare?”.
La sua risposta, preceduta da una lieve risata, è: “Ma guarda che è un balletto! Lo dice il nome: ballano!” E io: “E basta????????” e lei: “Sì, certo”.
 
Fermiamoci un secondo: io mi rendo conto di essere ignorante in materia, ma credevo che si ballasse E si cantasse. Invece mi si prospettavano 3 atti di ballerini che leggiadri, si moveano sul palco.
Vabè, torniamo in sala…
 
Mi consolo pensando che potrò stare ad osservare il guscio di tartaruga (marina) che i ballerini hanno probabilmente nelle mutande, quand’ecco che, nella fila davanti a me, un’altra coppia composta da una ragazza nana e Shaquille O’Neal, decide di scambiarsi di posto perché lei non ci vede.
E grazie al cazzo! Non avrebbe visto niente nemmeno se fosse salita in cima a una scala, tanto era bassa… Ma intanto Shaq si è posizionato davanti a me e non c’è più niente da fare.
Dopo un’ora dall’apertura del sipario, io non ho ancora capito chi interpreti Giulietta (giuro) e i miei mocassini di Armani, che sembravano così comodi quando li avevo comprati, mi hanno procurato abrasioni a tutte le dita dei piedi.
Sto davvero soffrendo. E la mia unica speranza è che l’Ale stia soffrendo come me.
Finisce il primo atto, la guardo e, candidamente, le dico: “Senti, li abbiamo già visti ballare per un’ora…” (in realtà bluffavo: per quanto avessi visto io e per quanto ne sapessi di balletto, potevano anche esser stati seduti tutto il tempo) “…inutile guardarli ancora, no? Andiamo??”.
La buona notizia è che il mio bluff ha funzionato: effettivamente avevano ballato per tutta l’ora. La cattiva, è che lei si stava (inspiegabilmente) divertendo.
Dopo venti minuti di intervallo, parte il secondo atto, durante il quale ho tempo e modo di pensare che sicuramente, la metà degli spettatori (la metà maschile) è nella mia stessa situazione. Mi basta guardarli per leggere nei loro sguardi persi, la voglia di andare a casa, mettersi in ciabatte, mangiare qualche schifezza e guardare FX su Sky…
Altri applausi, altro intervallo ed eccoci al terzo atto.
Devo ammettere che la parte finale, me la sono abbastanza goduta, visto che la conosco a memoria; e mentre i mimi danzano, io la recito nella mia mente. Però, è impossibile non sentire la delusione. Io mi aspettavo di assistere ad una cosa tipo “Shakespeare in Love”, io volevo vedere Ben Affleck… E invece niente di tutto questo. Immaginatevi di voler andare a vedere un musical e di trovarvi davanti un film muto. Questo spiega abbastanza bene la sensazione.
Dopo che Giulietta si accascia (finalmente, quando muore, capisco chi la sta interpretando), il tripudio del pubblico dice ai miei piedi che l’agonia sta per finire. Dopo aver minato il record di applausi (in verità imbattibile) fatto registrare da Fantozzi in seguito alle sue dichiarazioni sulla corazzata Potemkin, usciamo. 
E io continuo a pensare che non si può rappresentare quella tragedia senza sentire “Oh, Romeo, perchè sei tu Romeo?”

3 

Atto terzo - LA RICERCA DELLA FELICITA’
 
Decidiamo (a dire il vero, decide lei! E per la gioia dei miei piedi) di non prendere il tram e ci facciamo una passeggiata in Galleria e poi in Piazza Duomo.
La serata è bellissima, non sembra nemmeno che siamo ancora in inverno e Milano è rivestita da un’aura da sogno, in cui mi sento tanto Oberon.
Le città di sera, hanno sempre un fascino particolare.
Chissà com’era Verona ai tempi dei Montecchi e dei Capuleti…

Chiacchierando a braccetto, arriviamo sotto casa sua. Dimenticate le scene da film in cui lei chiede a lui se vuole salire a bere qualcosa. A me non è mai capitato.
La saluto. E’ contenta. La serata, per lo meno, le è piaciuta.
Tornando a casa in macchina penso alle storie d’amore. Mi chiedo come mai Giulietta, che comunque dalla sua aveva l’attenuante del matrimonio combinato al quale doveva sfuggire, non abbia pensato che a 14 anni avesse tutta la vita davanti per conoscere un altro uomo. E ancora:  perché Romeo si toglie la vita e non si ricorda che prima di conoscere Giulietta, era invaghito di Rosalina? Poteva tornare da lei, no?
Forse l’amore descritto da Shakespeare è un po’ esagerato.
O forse, e mi piace pensare che sia così, Shakespeare ha raccontato l’Amore; quello che tutti cercano. E allora mi rendo conto che non è stata una tragedia far passare all’Ale una serata in cui si è divertita, ma anzi, ne è valsa la pena.
Perché la felicità a volte sta dove non ti aspetteresti di trovarla. Anche dietro ad un energumeno, coi piedi che gridano e in un teatro dove gli esponenti di spicco della Milano da Bere battono le mani e tu non sai il perché.
E non mi importa se non ci capisco niente di opera e balletto. E non mi importa se non so sciare. E non mi importa se questo creerà delusione in mio padre.
Io continuo nella mia ricerca della felicità.
Magari la troverò ancora in maniera inaspettata. Magari (molto più probabile) la troverò tra un mese ad Amsterdam.
Intanto, per cominciare, sarebbe bello ritrovare il mio elefantino di pezza.

mar 16
edoardo @ 06:49

Ho la bocca asciutta.
E un cerchio terribile alla testa.
Nella stanza è ormani chiaro, lo capisco nonostante gli occhi ancora chiusi.
Solo l’idea di aprirli per guardare l’orologio mi dà fastidio.
Ma alla fine mi faccio coraggio, spinto forse più dalla voglia di alzarmi per bere un po’ d’acqua.
Sono le 11.30. Del 16 marzo.
Non è per niente tardi se consideriamo che mi sono addormentato solo 5 ore fa.
Mi alzo dal letto e vado verso il frigorifero. L’acqua ha un sapore strano. Ma forse non è colpa dell’acqua.
Mi ributto nel letto, ma di riaddormentarsi non se ne parla. Fa troppo male la testa.
Sono hangover.
Non mi resta che stare lì a ripensare a cosa mi ha ridotto così.

C’è chi dice che l’alcool sia un brutto demone.
Bisogna anche riconoscere che è stato quel quid in più di tante serate.
Ma che dico? L’amico in più di tante serate!
E irei sera è stato così.
Un’altra festa di compleanno. Tanta gente, tanto da bere, tanto da mangiare.
Più l’attrazione del toro meccanico, che all’interno dell’equazione, rappresenta una variabile: sotto i fumi dell’alcool fa l’effetto del simulatore di forza centrifuga per gli astronauti.
Come tutte le volte si parte da una birra.
Poi mangi un panozzo perchè “devi fare il fondo”.
Poi seguono altre birre, finchè qualche avventuroso temerario apre la prima bottiglia di super-alcolico.
E si comincia.
Giro di chupitos di vodka liscia a cui partecipano tutti.
Dopodichè guardo Simon, che dopo l’ultima festa di compleanno dice di non voler più esagerare, ma poi ha sempre in mano due cocktails.
Si prosegue con Marco, che sfrutta i suoi trascorsi da barman per perparare un mezzo Long Island, nel quale mancano degli ingredienti, ma fa schifo lo stesso.
Poi vedo Nico, che ha in mano la bottiglia della vodka e, nonostante io abbia avuto solo il tempo di cercare di capire che cosa manchi al mio mezzo Long Island, mi fa venire in mente la solita domanda: è mezza piena o è mezza vuota?
La risposta non ha imortanza, quello che conta è che ne ha già scolata metà.
Dall’altra parte della stanza (che poi è un capannone) c’è l’Ale; l’Ale non beve più. Lei non si vuole più ubriacare.
Però c’ha sempre in mano il suo Martini-Coca Zero. E ogni volta che arriva a metà bicchiere lo ricarica.
Bisognerebbe capire perchè sono avanzate due bottiglie di Coca e nessuna di Martini…
A darle manforte, la Sara. Lei è sotto antibiotici, quindi in teoria non può bere. E infatti la birra la evita. Poi però si attacca anche lei alla vodka e ora ha una certezza: gli
antibiotici non le serviranno mai più a niente.
Oscar rispolvera le vecchie abitudini da beone, aspettando Max che arriverà a breve con la sua compagna.
Ricky e Luca scrutano la situazione come due ghepardi che controlano il branco di gazzelle, sperando di trovare una femmina da sbranare.
Henry è lì che aspetta solo che qualcuno lo metta sui binari giusti, e ci prova in ogni modo Andrea, che sa bene quanto ci si possa divertire con un Henry ciucco.
Di fianco a loro, il gruppo delle Bayliss-addicted. Forse qualcuna ha finto di buttare giù lo shottino iniziale di vodka, ma quando c’è quella crema marroncina, non le ferma più nessuno.
Anche se, in ognuna di loro puoi vedere la delusione: alla Elena manca il suo daiquiri frozen, all’Azzura manca il vino rosso e all’Angela manca una panca da sfondare.
E le due amiche dell’Azzurra sono in paranoia perchè sono andate in bianco con due dei maschi più attraenti della serata: Gabri, che deve fara da balia al prof. Proffi, e Marco (non il barman), che deve tenere a bada gli impulsi di un ubriachissimo Roby Luchetti.
In tutto questo, gli ultimi quattro citati bevono come delle spugne.
Guardandomi meglio intorno, mi accorgo che mancano due persone: Walter, che dice di essere a casa a vedere il Milan, ma invece chissà in quale bordello di periferia è rinchiuso e mio fratello Ambrogio.
E qui penso: va che bravo che non beve come al solito! Poi realizzo: è andato dalla fidanzata con la macchina del papi. E sta via molto più del previsto.
Buon per lui… e comunque avrà tempo di recuperare più tardi con l’alcool.
Esco un attimo dai miei pensieri e mi accorgo che la testa gira. E non ho più in mano un mezzo Long Island, bensì un vodka lemon. Segno che ci sto dando dentro di brutto.
Arrivano la Roby e la Giulia. La prima partecipa solo per rivedere Marco (e recuperare un cocktail che lui le avrebbe scroccato in quel di Dublino) la seconda perchè ha capito che c’è da bere gratis.
Un giro di toro per tutti, un nuovo record stabilito (da me) e la promessa di non salirci più per evitare di avere vomitate in stile “irrigatore da giardino”.
Arriva Walter e arriva anche Ambrogio (con tutti i suoi 73 amici).
Bevono tutti, va via il toro e si parte con la torta.
E con lo champagne.

Ho ancora sete, mi alzo dal letto per bere ancora un po’ d’acqua e intanto inizio a rendermi conto del perchè mi ritrovi in quelle condizioni.

La torta, dicevamo.
Il momento è di quelli che non si scorderanno più, ci vuole un discorso.
Lo faccio: “Festeggiare il mio venticinquesimo compleanno con tutti i miei migliori amici…….
…… sarebbe stato fantastico. Ma non vi preoccupate: mi accontento di voi!”
Stappo lo champagne e Walter dà inizio al gioco che causerà la degenerazione definitiva della serata.
Iniziano tutti a schizzare champagne, birra e rimasugli vari di bicchieri.
La sala è uno scempio.
C’è torta ovunque. Io puzzo come una distilleria.
Dopo un quarto d’ora di lavate collettive, partono le torte in faccia.
La tattica è vecchia e ha sempre funzionato: ti sporchi la bocca di torta e te la fai leccare da una ragazza.
Adesso però qualcuno mi deve spiegare perchè io ho avuto le leccate, nell’ordine, di: Roberto, Nico e Marco.
Vabè – penso – tanto un bacino me lo darà l’Ale. E invece niente. Come al solito mi becco un due di picche perchè “lo sai che non posso mangiare dolci”…
Ma c’è ancora tempo per organizzare qualcosa…
Apro i regali, cercando di togliermi la torta dai capelli.
Guardo l’orologio, si son fatte le tre.
Qualcuno abbandona la nave (che in effetti sta ormai affondando).
Rimane uno sparuto gruppetto di ubriachi. Mi avvicino a Nico, perchè non si può concludere una festa così senza due limoni.
E allora si rispolvera il vecchio gioco della bottiglia.
Perchè io il bacio dall’Ale lo voglio. E nico lo vuole da una ragazza di cui però mi ha pregato di non dire il nome.
Ok: Nidasio.
Ci si siede in questo senso orario: Marco “il Mago”, Giulia, Marco “l’altro”, Luca “l’infiltrato”, Sara, Roby (Nidasio), Nico “il voglioso”, Edo “il voglioso”, Ale “cintura di castità”.
Nelle retrovie, ad osservare, Ricky e Ambrogio (che sono impegnati, forse tra di loro), Simon e Andrea (che sono pirla), Roby Lucchetto che è troppo ciucco e Walter (che se non lo paga, non gli piace il contatto femminile).
Il gioco della bottiglia, chiaramente truccato porta a questi iniziali risultati: Nico bacia il divano, il Mago bacia l’infiltrato, i due vogliosi si baciano tra loro, marco l’altro fa una giravolta, la fa un’altra volta, guarda in su, guarda in giù e dà un bacio a tutti i partecipanti (mettendo la lingua solo dove e quando voleva lui però!).
A questo punto le ragazze si fidano un po’ di più (il grande bluff ingegnato da tutti i maschi allupati ha funzionato alla perfezione) e si sciolgono.
E taaac.. io becco l’Ale. Che si rende subito conto, mi concede un bacio a stampo ed abbandona il tavolo. Per la cronaca, me ne ha concesso un altro salendo in macchina (o almeno questo è ciò che l’alcool mi ha fatto credere e vedere).
Torno al tavolo e c’è il delirio. E anche Simon, vecchio marpione, zitto zitto si è infilato nel cerchio del peccato. E quel bacio di 5 secondi, non lo scorderà mai più…
Per rispetto di tutti non dirò chi ha baciato chi.
Riporto solamente la singolare foga che ho notato in Nico quando ha dovuto baciare me… frustrato dal fatto che non uscisse mai chi voleva lui (le ragazze hanno capito il trucco e ce l’hanno rovinato), mi ha infilato la lingua in gola con una foga che è impossibile da spiegare.
Fattesi ormai le cinque, salutati i partecipanti, ci ritroviamo in 4: i due vogliosi, il Lucchetto e Marco l’altro.
Il Lucchetto ha l’idea che ti può cambiare una serata: “Andiamo in un night!”.
Siamo finiti all’autogrill di Lainate a litigarci gli ultimi due Capri rimasti.
Ma ne è valsa comunque la pena, se non altro per essere testimoni della fine della storia d’amore del Roby Lucchetto, perchè la sua (ex) ragazza aveva paura che lui stesse andando a puttane.
Poi, back home, gli ultimi saluti a Roby e Marco e la ricerca, con Nico, nel buio del capannone, di un maglione che non si troverà mai più.
Saluto Nico, salgo le scale e vado a letto.

Ed eccomi qua, solo cinque ore dopo e con le idee un po’ più chiare di prima.
Bisogna però dire che è stata una gran bella serata. Mi sono divertito molto e spero sia stato così per tutti i partecipanti.
Quindi non mi resta che ringraziare tutti per la presenza e per i regali.
Ringrazio anche l’alcool, che è “la causa di e la soluzione a tutti i problemi della vita”.
E non mi resta che alzarmi e farmi una bella doccia.

E intanto penso: ma perchè la Roby aveva quell’accanimento quasi fetish per la mia mano?
Me l’ha leccata tutta sera… Pensava di trovarci su della cocaina?
E perchè pensa che io sia un cocainomane?
E ancora: come ho fatto a guidare in quelle condizioni alle 6 di mattina?
Perchè Nico ha usato quella tattica così stupida con la Roberta? (“Dai Roby… Ciuliamo?”)
Sarà arrivato a casa vivo Marco?
Dove sarà andato a finire il mio iPod?
A quanti anni dovrò farmi il trapianto del fegato (e dei capelli)?
L’Ale mi si concederà ancora? Ci rifidanzeremo? Si fidanzerà con Nico?
Nico si ricorderà il paradisiaco profumo dell’Ale che ha sentito ieri sera?

Domande a cui nessuno può dare una risposta.

Chiudiamo così… ho già aperto l’acqua e ho su solo i boxer (ragazze, ho un fisico meraviglioso… se solo mi vedeste…).
Ancora grazie a tutti!
Domani sarò più vicino ai trent’anni che ai venti.
Divento grande.
Ma di serate come quella di ieri, di quelle che ci riducono così, lo prometto: ce ne saranno tante altre.
Perchè grande o non grande, la voglia di fare il pirla ci sarà sempre.

Ah, quasi dimenticavo: Nico e la Roby han fatto un paio di limoni…
Mica che pensate che il mio amico è andato in bianco…