Potessi non mi fermerei mai.
Ogni volta che faccio il turista, penso al modo in cui un posto ti colpisce più di un altro. Di come una sola piazza possa restarti dentro più di un’intera città, o un fiume possa colpirti più di una cattedrale.
Alcune volte un posto proprio non riesci a fartelo piacere (come Madrid). Altre volte per apprezzarlo totalmente, non ti basta visitarlo; devi viverci, conoscerlo, innamorartene lentamente (ad esempio Dublino). Ci sono poi delle volte in cui la città può anche essere meravigliosa, ma rimani perso soprattutto perché ne condividi l’esperienza (e mi è successo a Parigi).
Soltanto una volta mi è capitato di arrivare in una città, di cui avevo sentito parlare molto, e di restare completamente rapito: New York.
Venerdì 2 maggio, dopo 5 anni di attesa e di rinvii dovuti ad una promessa antica, sono arrivato ad Amsterdam con i miei tre più vecchi fellows.
Sappiamo tutti come funziona quando ti sovraccaricano di aspettative un posto, un film o una persona.
Alla fine ne rimani deluso.
Ma ad Amsterdam no. E’ stato amore a prima vista.
Così come a New York (che guarda caso si chiamava New Amsterdam), mi sono sentito da subito catapultato in una realtà completamente diversa da quella che conoscevo.
Amsterdam conserva un fascino antico, caratterizzato da vie anguste e ponti ad arco che collegano e superano la fitta rete di caratteristici canali, attorno ai quali si alzano i muri delle case che salgono in maniera irregolare, obliqua, in quello che sembra un quadro disegnato da Magritte.
Le luci delle vetrine vengono offuscate dalle nuvole di fumo che escono dai pub e dai coffeeshops, in cui migliaia di persone entrano ed escono senza sosta da quando inizia il crepuscolo fino all’una di notte.
E non bisogna lasciarsi ingannare dalla nomea che la città si è fatta in tutti questi anni: non è solo un ritrovo per puttanieri e drogati.
Amsterdam colpisce proprio perché riesce a fondere perfettamente uno spirito antico e romantico con quelle venature di vizioso e peccaminoso che, volenti o nolenti, sappiamo essere in ognuno di noi.
Guardando i miei tre amici, potevo notare anche in loro lo stupore e il divertimento; le sensazioni che quel posto magico suscitava in loro, come in me, erano ben chiare nelle loro espressioni.
E’ difficile descrivere con parole quanto può essere diverso un giro in pedalò sui canali, rispetto ad uno sul mare.
Ad Amsterdam sembra che il tempo si sia fermato. O meglio: sembra di vivere in una dimensione a sé stante.
Una dimensione che ti cambia la vita, perché se certe sensazioni o esperienze non le hai vissute davvero, arrivi a chiederti che cosa sia reale.
Forse questi deliranti pensieri sono solo frutto di emozioni provate in condizioni mentali alterate.
Ma questo è il bello di Amsterdam: i pensieri, le emozioni, le tentazioni e la voglia di trasgredire che si prova lì, non la si trova in nessun altro posto del mondo.
Chi non capisce, non si sforzi nemmeno. O lo si è provato, o non si può comprendere Amsterdam.
Amsterdam è come il suo coffeeshop più tetro: ti incuriosisce, senza che tu sappia che cosa ti aspetti una volta entrato e poi fa di te quello che vuole, lasciandoti perso all’inizio, ma felice alla fine.
Amsterdam è come la più bella delle sue ragazze in vetrina: cattura la tua attenzione con la sua luce rossa, poi ti attira a se, meravigliosa ed ammiccante, e alla fine si fa ricordare per sempre.
Va detto che io nelle vetrine non ci sono entrato, ma bisogna onestamente ammettere che chiunque passi di lì, un pensierino ce lo fa.
Ma d’altra parte Amsterdam è così: tentatrice. Non le puoi resistere.
A questo punto il rammarico di non esserci andato prima è forte. In me come nei miei amici.
E la promessa di tornarci, non riesce a lasciarmi completamente soddisfatto, perché il quartiere rosso e i coffeeshops stanno per lasciare il posto a negozi ed hotel.
E questo sarebbe un peccato.
Perché io vivo di malinconici ricordi, nella speranza di rivivere le belle esperienze che ho provato nella mia vita.
E Amsterdam l’ho conosciuta così.
Avvolgente e tentatrice.
Bella e puttana.
Romantica e viziosa.
Non voglio che cambi. Salvate il De Wallen, preservate i coffeeshops, lasciate intatte le vetrine.
Non rendetela una delle tante belle città che si possono visitare e che ricorderai solo per un palazzo o un museo.
Lasciate così com’è la città di cui mi sono innamorato a prima vista.
Lasciatela così com’è. Unica al mondo.
Ogni volta che sento o vedo il numero 4 non posso fare a meno di pensare a determinate cose.
Luoghi comuni, ricordi più o meno felici… tutta roba così!
I quattro cantoni; i quattro mori; 4 sono gli esami che mi mancano per prendere la laurea in economia; la prima volta che mi son dovuto svegliare alle 4 e mi sono reso conto che esistevano anche di mattina; il tanto amato capitano della tanto amata Inter; e, con una sempre crescente fierezza, ogni volta che sento il numero quattro mi viene in mente la mia media voto al liceo.
Frutto delle versioni copiate direttamente dal libro e delle interrogazioni a scena muta.
Eh sì perché i prof non si ponevano il problema, ed elargivano anche dei 9, se i compiti scritti erano fatti bene. Così come, senza batter ciglio, mi rimandavano a posto con un 1 od un 2 seguito da una sfilza di meno (tanto per indorare la pillola) quando ammettevo candidamente di non conoscere le risposte alle domande appena postemi. E la cosa strana è che non si chiedessero il perché di tanto dislivello tra orale e scritto. O forse lo facevano ma non gliene fregava niente.
E sono certo di non essere stato l’unico ad attraversare momenti del genere. So che come me c’è un’intera generazione di studenti che preferiva passare la settimana che precedeva le verifiche a fare pratica di Playstation piuttosto che aprire un libro, per poi trovarsi sveglio la notte della vigilia a fotocopiare e ritagliare bigliettini, con il pensiero però rivolto a quella partita a PES persa all’ultimo secondo.
E i più fortunati, già possessori di un abbonamento internet, avevano anche la libertà e la privacy (visto che i genitori dormivano) di uscire dal mondo fino a quel momento conosciuto e adorato (il sito B.I.G.), per scoprire che c’era un universo che tante soddisfazioni avrebbe poi dato (la pornografia).
Bei tempi.
Alzi la mano chi non c’è passato!
Abbassala secchione! E smettila di leggere qui… vai a studiare!
Tornando a noi, oggi sento al telegiornale la notizia che un gruppo di studenti di Bolzano è sceso in strada per chiedere al preside di abolire i voti troppo bassi e di dare, in caso di debacle anche gravi, il 4 politico.
Il rappresentante del movimento studentesco di quel liceo, un babbazzo con un nome dalle marcate sfumature austro-prussiane e, permettetemi di pensarlo, uno sfigato sinistroide con la media del 9, sosteneva che voti come 2 o 3 sono irrecuperabili per lo studente.
E il corteo dietro di lui cantava qualcosa in tedesco al ritmo di “O-lle-lè! O-lla-là! Faccela vedè! Faccela toccà!”.
A parte il disgusto provato per lo spettacolo nazi-comunista a cui stavo assistendo, ho pensato all’assurdità della cosa!
4 politico? Voti irrecuperabili??
Io al liceo arrivavo al punto di chiedere alla prof di greco, che magari ad inizio quadrimestre non voleva infierire, di riprendersi il suo compassionevole 5/6 e di darmi un bel 3! Perché?
Perché il 5/6 avrebbe comportato necessariamente altre interrogazioni per rimediare e raggiungere la sufficienza piena, mentre un 3 mi avrebbe lasciato tranquillo in quella fascia di presunti psicolabili che mettere nuovamente sotto esame, significherebbe esporli a nuove umiliazioni pubbliche. Quindi mi avrebbe garantito un sacco di pomeriggi liberi!
E poi alla fine, nelle ultime due settimane, si rimediava!
Che il tempo per recuperare c’è sempre, diciamocelo.
E se invece sei uno che non studia mai, che differenza fa prendere tutti 2 o tutti 4? Nessuna! Tanto sarai bocciato comunque!
Quindi, cari studenti della vostra regione autonoma che ha i cartelli stradali nella lingua di Hitler: non rompete i coglioni e prendete i voti che vi spettano! Siano essi degli 8, dei 4 o dei 2!
E reagite come abbiamo fatto noi, generazione dell’83 (e anni adiacenti), e anche altri prima di noi!
Copiate! E non vi crucciate più del dovuto, che solo a non fare niente di niente si viene bocciati.
Al liceo, con il minimo sforzo si passa. Tra una partita alla Play e la scoperta del nome di una nuova pornostar!
E una volta arrivati al quarto anno fuoricorso dell’università, potrete guardare dall’alto in basso uno studente che deve ancora decidere se aderire ai Comunisti Italiani o al movimento di Forza Nuova, e ripensando con fierezza e con un romantico sorriso agli anni delle superiori, dirgli: “4 politico? E pensare che 4 era la mia media al liceo…!”
Atto Primo – LE ORIGINI

Quando ero piccolo, la mia era una famiglia povera.
Ricordo che mio papà andava in giro in tuta, mia madre si faceva tagliare i capelli da mia nonna, mio fratello ed io ci litigavamo un solo peluche. E siccome vivevamo in una zona adiacente alle case popolari del mio paese, la disgraziata volta che quel meraviglioso e tenero elefantino di pezza mi cadde dal balcone, non feci in tempo a scendere i due piani di scale del mio palazzo, che qualche marriuolo se lo stava già godendo, sicuramente ridendo di me.
Inoltre ho avuto il primo paio di Nike a 13 anni, cosa che ai tempi poteva sembrare normale, ma provate a spiegarlo ai ragazzini di oggi…
Mai mi sarei aspettato di frequentare, dall’adolescenza, ragazzi che venivano dalle famiglie borghesi della provincia di Milano, come i Bazzi o i Castiglioni.
Gente che possedeva feudi, quando i miei nonni pulivano le stalle dei nobili; famiglie numerose che banchettavano con prelibate code di rospo e patate arrosto, mentre i miei avi (sempre nella stalla) potevano permettersi al massimo code di topo condite con le mucillaggini dei funghi.
E invece oggi eccomi qua. Il lavoro e i sacrifici dei miei genitori mi hanno portato ad essere accettato anche in ambienti esigenti e snob come l’Old Fashion, nel quale vado raramente perché sono ancora un po’ in soggezione. Ma se io non sono cambiato, restando umile come sono sempre stato, per mio papà è andata in maniera abbastanza differente.
Ora lui vuole il meglio per i suoi figli e cerca di convincerci a partecipare alla vita sociale dalla quale lui è sempre stato tenuto lontano.
“Imparate a sciare, che conoscete la gente del Jet-set!”, “Siate sempre eleganti e in ordine!”, “Partecipate alle serate della Milano Bene!”… e così via. Ormai mi aspetto di sentirmi dire: “Edo, pippa, che in questo periodo va di brutto!”.
Pensandoci bene, non credo che questo me lo dirà.
Intanto ho provato a sciare e mi lavo i capelli un po’ più spesso di prima.
E, ciliegina sulla torta, martedì sera sono andato alla Scala.
All’inizio volevo andare a vedere “Tristano e Isotta”, perché mi piace la storia, ma mi sono convinto a cambiare idea quando ho saputo che è un’opera di 5 ore e in tedesco.
Allora, consigliato da chi ne sapeva più di me, ho optato per Romeo e Giulietta.
Una delle più grandi storie d’amore di tutti i tempi. Tutti la conoscono. Tutti la amano.
Nella fattispecie, la rappresentazione di matedì sera era un balletto.
Allora, martedì appunto, passo a prendere Alessandra (ragazza nota ai più, poiché legata agli ultimi 5 anni della mia vita sentimentale) e vestito in maniera elegante-ma-non-troppo (poi focalizzeremo l’attenzione sulle scarpe) mi appresto ad entrare nel Teatro più famoso del mondo.
Il San Siro dell’opera…

Atto secondo – TRE ATTI IN UNO E UN ROMANTICO ANNOIATO
All’ingresso,mi viene voglia di fermare un passante e, citando i Baustelle, domandargli: “Scusi, che ne pensa di un romantico alla Scala?”…
Ma mi limito a canticchiarla nella mente.
Con la mia (?) bella al mio fianco, mi faccio guidare da una maschera al nostro posto in platea (la galleria non posso ancora permettermela, non sono mica un Bazzi o un Castiglioni…) e ci sediamo. Mentre mi guardo intorno e noto la magnificenza del Teatro, mi riecheggiano nella testa le parole di mio padre. E mi sento facente parte delle “Milano da bere”.
Alle ore 20, puntualissima, parte la musica. Il sipario si apre dopo 5 minuti. E considero la cosa, presagio di noia…
Esce un damerino danzante che, a parte la giacca, sembra nudo. Io non riesco a staccargli gli occhi dal sedere, che sembra quello del David di Michelangelo (chissà cosa ne pensava la mia dama…). Poi uscito dall’ipnosi, mi rendo conto che è già passato qualche minuto. E allora, girandomi timidamente verso l’Ale, domando: “Ma quando inizia a cantare o a parlare?”.
La sua risposta, preceduta da una lieve risata, è: “Ma guarda che è un balletto! Lo dice il nome: ballano!” E io: “E basta????????” e lei: “Sì, certo”.
Fermiamoci un secondo: io mi rendo conto di essere ignorante in materia, ma credevo che si ballasse E si cantasse. Invece mi si prospettavano 3 atti di ballerini che leggiadri, si moveano sul palco.
Vabè, torniamo in sala…
Mi consolo pensando che potrò stare ad osservare il guscio di tartaruga (marina) che i ballerini hanno probabilmente nelle mutande, quand’ecco che, nella fila davanti a me, un’altra coppia composta da una ragazza nana e Shaquille O’Neal, decide di scambiarsi di posto perché lei non ci vede.
E grazie al cazzo! Non avrebbe visto niente nemmeno se fosse salita in cima a una scala, tanto era bassa… Ma intanto Shaq si è posizionato davanti a me e non c’è più niente da fare.
Dopo un’ora dall’apertura del sipario, io non ho ancora capito chi interpreti Giulietta (giuro) e i miei mocassini di Armani, che sembravano così comodi quando li avevo comprati, mi hanno procurato abrasioni a tutte le dita dei piedi.
Sto davvero soffrendo. E la mia unica speranza è che l’Ale stia soffrendo come me.
Finisce il primo atto, la guardo e, candidamente, le dico: “Senti, li abbiamo già visti ballare per un’ora…” (in realtà bluffavo: per quanto avessi visto io e per quanto ne sapessi di balletto, potevano anche esser stati seduti tutto il tempo) “…inutile guardarli ancora, no? Andiamo??”.
La buona notizia è che il mio bluff ha funzionato: effettivamente avevano ballato per tutta l’ora. La cattiva, è che lei si stava (inspiegabilmente) divertendo.
Dopo venti minuti di intervallo, parte il secondo atto, durante il quale ho tempo e modo di pensare che sicuramente, la metà degli spettatori (la metà maschile) è nella mia stessa situazione. Mi basta guardarli per leggere nei loro sguardi persi, la voglia di andare a casa, mettersi in ciabatte, mangiare qualche schifezza e guardare FX su Sky…
Altri applausi, altro intervallo ed eccoci al terzo atto.
Devo ammettere che la parte finale, me la sono abbastanza goduta, visto che la conosco a memoria; e mentre i mimi danzano, io la recito nella mia mente. Però, è impossibile non sentire la delusione. Io mi aspettavo di assistere ad una cosa tipo “Shakespeare in Love”, io volevo vedere Ben Affleck… E invece niente di tutto questo. Immaginatevi di voler andare a vedere un musical e di trovarvi davanti un film muto. Questo spiega abbastanza bene la sensazione.
Dopo che Giulietta si accascia (finalmente, quando muore, capisco chi la sta interpretando), il tripudio del pubblico dice ai miei piedi che l’agonia sta per finire. Dopo aver minato il record di applausi (in verità imbattibile) fatto registrare da Fantozzi in seguito alle sue dichiarazioni sulla corazzata Potemkin, usciamo.
E io continuo a pensare che non si può rappresentare quella tragedia senza sentire “Oh, Romeo, perchè sei tu Romeo?”
Atto terzo - LA RICERCA DELLA FELICITA’
Decidiamo (a dire il vero, decide lei! E per la gioia dei miei piedi) di non prendere il tram e ci facciamo una passeggiata in Galleria e poi in Piazza Duomo.
La serata è bellissima, non sembra nemmeno che siamo ancora in inverno e Milano è rivestita da un’aura da sogno, in cui mi sento tanto Oberon.
Le città di sera, hanno sempre un fascino particolare.
Chissà com’era Verona ai tempi dei Montecchi e dei Capuleti…
Chiacchierando a braccetto, arriviamo sotto casa sua. Dimenticate le scene da film in cui lei chiede a lui se vuole salire a bere qualcosa. A me non è mai capitato.
La saluto. E’ contenta. La serata, per lo meno, le è piaciuta.
Tornando a casa in macchina penso alle storie d’amore. Mi chiedo come mai Giulietta, che comunque dalla sua aveva l’attenuante del matrimonio combinato al quale doveva sfuggire, non abbia pensato che a 14 anni avesse tutta la vita davanti per conoscere un altro uomo. E ancora: perché Romeo si toglie la vita e non si ricorda che prima di conoscere Giulietta, era invaghito di Rosalina? Poteva tornare da lei, no?
Forse l’amore descritto da Shakespeare è un po’ esagerato.
O forse, e mi piace pensare che sia così, Shakespeare ha raccontato l’Amore; quello che tutti cercano. E allora mi rendo conto che non è stata una tragedia far passare all’Ale una serata in cui si è divertita, ma anzi, ne è valsa la pena.
Perché la felicità a volte sta dove non ti aspetteresti di trovarla. Anche dietro ad un energumeno, coi piedi che gridano e in un teatro dove gli esponenti di spicco della Milano da Bere battono le mani e tu non sai il perché.
E non mi importa se non ci capisco niente di opera e balletto. E non mi importa se non so sciare. E non mi importa se questo creerà delusione in mio padre.
Io continuo nella mia ricerca della felicità.
Magari la troverò ancora in maniera inaspettata. Magari (molto più probabile) la troverò tra un mese ad Amsterdam.
Intanto, per cominciare, sarebbe bello ritrovare il mio elefantino di pezza.
Ho la bocca asciutta.
E un cerchio terribile alla testa.
Nella stanza è ormani chiaro, lo capisco nonostante gli occhi ancora chiusi.
Solo l’idea di aprirli per guardare l’orologio mi dà fastidio.
Ma alla fine mi faccio coraggio, spinto forse più dalla voglia di alzarmi per bere un po’ d’acqua.
Sono le 11.30. Del 16 marzo.
Non è per niente tardi se consideriamo che mi sono addormentato solo 5 ore fa.
Mi alzo dal letto e vado verso il frigorifero. L’acqua ha un sapore strano. Ma forse non è colpa dell’acqua.
Mi ributto nel letto, ma di riaddormentarsi non se ne parla. Fa troppo male la testa.
Sono hangover.
Non mi resta che stare lì a ripensare a cosa mi ha ridotto così.
C’è chi dice che l’alcool sia un brutto demone.
Bisogna anche riconoscere che è stato quel quid in più di tante serate.
Ma che dico? L’amico in più di tante serate!
E irei sera è stato così.
Un’altra festa di compleanno. Tanta gente, tanto da bere, tanto da mangiare.
Più l’attrazione del toro meccanico, che all’interno dell’equazione, rappresenta una variabile: sotto i fumi dell’alcool fa l’effetto del simulatore di forza centrifuga per gli astronauti.
Come tutte le volte si parte da una birra.
Poi mangi un panozzo perchè “devi fare il fondo”.
Poi seguono altre birre, finchè qualche avventuroso temerario apre la prima bottiglia di super-alcolico.
E si comincia.
Giro di chupitos di vodka liscia a cui partecipano tutti.
Dopodichè guardo Simon, che dopo l’ultima festa di compleanno dice di non voler più esagerare, ma poi ha sempre in mano due cocktails.
Si prosegue con Marco, che sfrutta i suoi trascorsi da barman per perparare un mezzo Long Island, nel quale mancano degli ingredienti, ma fa schifo lo stesso.
Poi vedo Nico, che ha in mano la bottiglia della vodka e, nonostante io abbia avuto solo il tempo di cercare di capire che cosa manchi al mio mezzo Long Island, mi fa venire in mente la solita domanda: è mezza piena o è mezza vuota?
La risposta non ha imortanza, quello che conta è che ne ha già scolata metà.
Dall’altra parte della stanza (che poi è un capannone) c’è l’Ale; l’Ale non beve più. Lei non si vuole più ubriacare.
Però c’ha sempre in mano il suo Martini-Coca Zero. E ogni volta che arriva a metà bicchiere lo ricarica.
Bisognerebbe capire perchè sono avanzate due bottiglie di Coca e nessuna di Martini…
A darle manforte, la Sara. Lei è sotto antibiotici, quindi in teoria non può bere. E infatti la birra la evita. Poi però si attacca anche lei alla vodka e ora ha una certezza: gli
antibiotici non le serviranno mai più a niente.
Oscar rispolvera le vecchie abitudini da beone, aspettando Max che arriverà a breve con la sua compagna.
Ricky e Luca scrutano la situazione come due ghepardi che controlano il branco di gazzelle, sperando di trovare una femmina da sbranare.
Henry è lì che aspetta solo che qualcuno lo metta sui binari giusti, e ci prova in ogni modo Andrea, che sa bene quanto ci si possa divertire con un Henry ciucco.
Di fianco a loro, il gruppo delle Bayliss-addicted. Forse qualcuna ha finto di buttare giù lo shottino iniziale di vodka, ma quando c’è quella crema marroncina, non le ferma più nessuno.
Anche se, in ognuna di loro puoi vedere la delusione: alla Elena manca il suo daiquiri frozen, all’Azzura manca il vino rosso e all’Angela manca una panca da sfondare.
E le due amiche dell’Azzurra sono in paranoia perchè sono andate in bianco con due dei maschi più attraenti della serata: Gabri, che deve fara da balia al prof. Proffi, e Marco (non il barman), che deve tenere a bada gli impulsi di un ubriachissimo Roby Luchetti.
In tutto questo, gli ultimi quattro citati bevono come delle spugne.
Guardandomi meglio intorno, mi accorgo che mancano due persone: Walter, che dice di essere a casa a vedere il Milan, ma invece chissà in quale bordello di periferia è rinchiuso e mio fratello Ambrogio.
E qui penso: va che bravo che non beve come al solito! Poi realizzo: è andato dalla fidanzata con la macchina del papi. E sta via molto più del previsto.
Buon per lui… e comunque avrà tempo di recuperare più tardi con l’alcool.
Esco un attimo dai miei pensieri e mi accorgo che la testa gira. E non ho più in mano un mezzo Long Island, bensì un vodka lemon. Segno che ci sto dando dentro di brutto.
Arrivano la Roby e la Giulia. La prima partecipa solo per rivedere Marco (e recuperare un cocktail che lui le avrebbe scroccato in quel di Dublino) la seconda perchè ha capito che c’è da bere gratis.
Un giro di toro per tutti, un nuovo record stabilito (da me) e la promessa di non salirci più per evitare di avere vomitate in stile “irrigatore da giardino”.
Arriva Walter e arriva anche Ambrogio (con tutti i suoi 73 amici).
Bevono tutti, va via il toro e si parte con la torta.
E con lo champagne.
Ho ancora sete, mi alzo dal letto per bere ancora un po’ d’acqua e intanto inizio a rendermi conto del perchè mi ritrovi in quelle condizioni.
La torta, dicevamo.
Il momento è di quelli che non si scorderanno più, ci vuole un discorso.
Lo faccio: “Festeggiare il mio venticinquesimo compleanno con tutti i miei migliori amici…….
…… sarebbe stato fantastico. Ma non vi preoccupate: mi accontento di voi!”
Stappo lo champagne e Walter dà inizio al gioco che causerà la degenerazione definitiva della serata.
Iniziano tutti a schizzare champagne, birra e rimasugli vari di bicchieri.
La sala è uno scempio.
C’è torta ovunque. Io puzzo come una distilleria.
Dopo un quarto d’ora di lavate collettive, partono le torte in faccia.
La tattica è vecchia e ha sempre funzionato: ti sporchi la bocca di torta e te la fai leccare da una ragazza.
Adesso però qualcuno mi deve spiegare perchè io ho avuto le leccate, nell’ordine, di: Roberto, Nico e Marco.
Vabè – penso – tanto un bacino me lo darà l’Ale. E invece niente. Come al solito mi becco un due di picche perchè “lo sai che non posso mangiare dolci”…
Ma c’è ancora tempo per organizzare qualcosa…
Apro i regali, cercando di togliermi la torta dai capelli.
Guardo l’orologio, si son fatte le tre.
Qualcuno abbandona la nave (che in effetti sta ormai affondando).
Rimane uno sparuto gruppetto di ubriachi. Mi avvicino a Nico, perchè non si può concludere una festa così senza due limoni.
E allora si rispolvera il vecchio gioco della bottiglia.
Perchè io il bacio dall’Ale lo voglio. E nico lo vuole da una ragazza di cui però mi ha pregato di non dire il nome.
Ok: Nidasio.
Ci si siede in questo senso orario: Marco “il Mago”, Giulia, Marco “l’altro”, Luca “l’infiltrato”, Sara, Roby (Nidasio), Nico “il voglioso”, Edo “il voglioso”, Ale “cintura di castità”.
Nelle retrovie, ad osservare, Ricky e Ambrogio (che sono impegnati, forse tra di loro), Simon e Andrea (che sono pirla), Roby Lucchetto che è troppo ciucco e Walter (che se non lo paga, non gli piace il contatto femminile).
Il gioco della bottiglia, chiaramente truccato porta a questi iniziali risultati: Nico bacia il divano, il Mago bacia l’infiltrato, i due vogliosi si baciano tra loro, marco l’altro fa una giravolta, la fa un’altra volta, guarda in su, guarda in giù e dà un bacio a tutti i partecipanti (mettendo la lingua solo dove e quando voleva lui però!).
A questo punto le ragazze si fidano un po’ di più (il grande bluff ingegnato da tutti i maschi allupati ha funzionato alla perfezione) e si sciolgono.
E taaac.. io becco l’Ale. Che si rende subito conto, mi concede un bacio a stampo ed abbandona il tavolo. Per la cronaca, me ne ha concesso un altro salendo in macchina (o almeno questo è ciò che l’alcool mi ha fatto credere e vedere).
Torno al tavolo e c’è il delirio. E anche Simon, vecchio marpione, zitto zitto si è infilato nel cerchio del peccato. E quel bacio di 5 secondi, non lo scorderà mai più…
Per rispetto di tutti non dirò chi ha baciato chi.
Riporto solamente la singolare foga che ho notato in Nico quando ha dovuto baciare me… frustrato dal fatto che non uscisse mai chi voleva lui (le ragazze hanno capito il trucco e ce l’hanno rovinato), mi ha infilato la lingua in gola con una foga che è impossibile da spiegare.
Fattesi ormai le cinque, salutati i partecipanti, ci ritroviamo in 4: i due vogliosi, il Lucchetto e Marco l’altro.
Il Lucchetto ha l’idea che ti può cambiare una serata: “Andiamo in un night!”.
Siamo finiti all’autogrill di Lainate a litigarci gli ultimi due Capri rimasti.
Ma ne è valsa comunque la pena, se non altro per essere testimoni della fine della storia d’amore del Roby Lucchetto, perchè la sua (ex) ragazza aveva paura che lui stesse andando a puttane.
Poi, back home, gli ultimi saluti a Roby e Marco e la ricerca, con Nico, nel buio del capannone, di un maglione che non si troverà mai più.
Saluto Nico, salgo le scale e vado a letto.
Ed eccomi qua, solo cinque ore dopo e con le idee un po’ più chiare di prima.
Bisogna però dire che è stata una gran bella serata. Mi sono divertito molto e spero sia stato così per tutti i partecipanti.
Quindi non mi resta che ringraziare tutti per la presenza e per i regali.
Ringrazio anche l’alcool, che è “la causa di e la soluzione a tutti i problemi della vita”.
E non mi resta che alzarmi e farmi una bella doccia.
E intanto penso: ma perchè la Roby aveva quell’accanimento quasi fetish per la mia mano?
Me l’ha leccata tutta sera… Pensava di trovarci su della cocaina?
E perchè pensa che io sia un cocainomane?
E ancora: come ho fatto a guidare in quelle condizioni alle 6 di mattina?
Perchè Nico ha usato quella tattica così stupida con la Roberta? (“Dai Roby… Ciuliamo?”)
Sarà arrivato a casa vivo Marco?
Dove sarà andato a finire il mio iPod?
A quanti anni dovrò farmi il trapianto del fegato (e dei capelli)?
L’Ale mi si concederà ancora? Ci rifidanzeremo? Si fidanzerà con Nico?
Nico si ricorderà il paradisiaco profumo dell’Ale che ha sentito ieri sera?
Domande a cui nessuno può dare una risposta.
Chiudiamo così… ho già aperto l’acqua e ho su solo i boxer (ragazze, ho un fisico meraviglioso… se solo mi vedeste…).
Ancora grazie a tutti!
Domani sarò più vicino ai trent’anni che ai venti.
Divento grande.
Ma di serate come quella di ieri, di quelle che ci riducono così, lo prometto: ce ne saranno tante altre.
Perchè grande o non grande, la voglia di fare il pirla ci sarà sempre.
Ah, quasi dimenticavo: Nico e la Roby han fatto un paio di limoni…
Mica che pensate che il mio amico è andato in bianco…




