mar 03
edoardo @ 12:32

Tratto da una storia vera


Luke era il classico inglese. Educato, silenzioso e abbastanza altezzoso.
Era il primogenito di molti fratelli: sua madre li aveva dati alla luce tutti insieme e poi era sparita.
I piccoli, avevano dovuto cavarsela da soli in una città come Londra. Non era stato facile. Dopo pochi anni dalla nascita si erano persi tutti di vista e, per quanto ne sapeva, Luke, era l’unico ad avercela fatta; a essere diventato qualcuno.
Favorito anche dalla sua stazza, era diventato uno dei maschi più rispettati e temuti nel suo ambiente.
Si era sempre sentito importante, perché era sempre stato importante.
Aveva avuto molte storie, ma l’amore non l’aveva mai incontrato.
E ora, vecchio e stanco della vita, sapeva che era davvero troppo tardi.
La sua vita era stata ricca di soddisfazioni, ma comunque sempre troppo monotona. Londra era troppo grigia per i suoi gusti. Lui sognava il sole e i colori.
Ogni giorno si svegliava, partiva dalla sua casa sotto il Tower Bridge, risaliva il fiume lentamente fino ad arrivare di fronte alla House of Parliament. Di solito quando si fermava davanti al Big Ben aveva già mangiato. Guardava le persone che passeggiavano sulla riva, osservava i piccioni che volavano sopra la sua testa e si sentiva triste.
Certe volte la gente, dopo averlo visto, lo indicava con stupore. Qualcuno aveva anche provato a fotografarlo. Ma lui, appena se ne accorgeva, scappava via.
Ovunque girasse lo sguardo vedeva grigiore e malinconia.

Era da poco passato il periodo del Natale e tutte le luci che conferivano a Londra un tocco di colore erano sparite.
Sul far della sera se ne tornava verso casa e percepiva tra i suoi simili il timore che incuteva al suo passaggio. Ma ormai non gli importava più.
Aveva più di settant’anni e non aveva mai avuto nemmeno un amico.
“Sei solo un povero luccio solitario” – si ripeteva – “un grosso luccio solo”.
A volte vedeva degli altri lucci nuotare intorno a lui e pensava che forse potevano essere i suoi fratelli, ma quando si avvicinava a loro, li spaventava. E questi scappavano.
Era triste, solo, vecchio e stanco della vita. E stanco di quell’acqua grigia.
Cominciava ad avere sul corpo quelle macchie bianche che vengono ad alcuni pesci nei laghetti koi. Un brutto, bruttissimo segno per un pesce, ma lui non se ne preoccupava.
Sapeva che la sua vita stava volgendo al tramonto: gli animali lo percepiscono. Era triste perché sentiva che stava sprecando gli ultimi suoi momenti in quell’acqua. E soffriva perché a causa della sua stazza e del suo aspetto non aveva nessuno con cui passare le giornate, nessuno con cui dividere qualche tozzo di pane lanciato dia passanti, nessuno con cui risalire il fiume.
Nuotava solo, quasi svogliato, nell’acqua gelida.
A volte si faceva trasportare dalla corrente e si prendeva un momento per guardare verso il cielo.
Non aveva mai messo la testa fuori dall’acqua e si chiedeva come sarebbe stato.
Intanto, delle gocce d’acqua cadevano sull’acqua e facevano dei cerchi sulla superficie: capitava quasi tutti i giorni in quella grigia città e in quel tortuoso serpente che, ancora più grigio, la tagliava in due.

Un giorno, mentre nuotava in cerca di cibo, incontrò un branco di pesci che scappavano in direzione opposta a quella in cui lui stava nuotando. Ovviamente alla sua vista, tutti si spostarono, ma lui riuscì comunque a fermarne qualcuno e a chieder loro da cosa stessero scappando.
Pensò a qualche rete buttata in acqua per catturarli; gli era capitato così tante volte nel corso della sua vita… Invece questo piccolo e impaurito pesciolino gli disse: “C’è un pesce grandissimo, non lontano da qui, signor Luke. Un pesce molto più grande di lei!”.
Luke guardò il pesciolino con aria infastidita. Era lui il pesce più grande del Tamigi. Tutti lo sapevano e lo avevano sempre saputo: due metri di lunghezza, una cosa mai vista per un luccio.
“Non mi guardi così signor Luke: questo non è un luccio! Nessuno l’ha mai visto! E’ grandissimo!”
E prima che Luke potesse fargli altre domande, il pesciolino era già scappato.
Luke allora si fece forza e decise di andare a vedere di che mostro si trattasse.
Nuotò più velocemente di quanto avesse mai fatto, i suoi lunghi baffi erano adiacenti al suo corpo e le sue branchie si aprivano e si chiudevano ad un ritmo impazzato; e ad un certo punto, frenò bruscamente.
Davanti a lui, galleggiava sulla superficie un pesce immenso. Molto più grosso anche di quelli che i vecchi lucci raccontavano nelle leggende. Un pesce che, forse, grosso così, poteva esserci solo nell’oceano.
Era impaurito, Luke. Per la prima volta nella sua vita adulta si trovava ad avere paura di un altro pesce.
Ma doveva comunque farsi valere: era lui il re del fiume e chiunque fosse questo mostro dalle dimensioni incredibili, avrebbe dovuto andarsene.
In un modo o nell’altro.
Gli nuotava intorno, tenendosi a una certa distanza; e più si avvicinava, più la sua paura e la sua rabbia, venivano sopraffatte da un senso di tenerezza.
Vedeva negli occhi di questo bestione la stessa tristezza che lui stesso provava da tempo.
“Chi sei?” – chiese – “Non ti ho mai visto in queste acque!”
“Mi chiamo Wallie. Mi sono persa.”
”Da dove vieni?”
“Cos’è? Tu non scappi da me?” chiese Wallie ironicamente.
“Ma che cosa sei?”
”Sono una femmina di balena. Vengo dall’oceano. Stavo scappando e mi sono persa. Dove siamo?”
“Siamo a Londra… Da cosa stavi scappando? C’è pericolo?”
“No, tranquillo… non c’è più nessun pericolo!” rispose la balena con aria molto triste.
Luke provò un forte senso di compassione per quell’essere, ma si ricompose in fretta e, con un tono che si addiceva perfettamente ad un gentleman – o gentlefish – londinese, le disse: “Mi spiace, ma devo chiederti di lasciare queste acque!”
“Senti…”
“Luke!”
“Piacere Luke!”
“Piacere mio!”
“Senti Luke, io non voglio minare la tua autostima mettendo in discussione la tua leadership in queste acque. Ho solo bisogno di una mano per andarmene. Prometto che non mangerò nessuno, ma devi aiutarmi ad andarmene in fretta.”
Luke si sentì ancora più importante del solito: un pesce così grande aveva bisogno del suo aiuto. Inoltre, per la prima volta dopo tanto tempo, aveva una ragione per cui vivere e proprio quei giorni che potevano essere gli ultimi della sua triste esistenza.
Prese questo incarico come una missione d’onore e iniziò a pensare a come far uscire Wallie da quelle acque.
“E’ molto semplice, cara Wallie: girati e nuota al contrario. Raggiungerai il mare abbastanza in fretta…”
“Mi spiace deluderti, ma non è semplice per niente. Qui è troppo stretto e non riesco a girarmi. Inoltre l’acqua è troppo bassa. Poi non mangio da due giorni e hai idea di quanto mangi una balena?”
“Tanto?”
“Tantissimo!”
E poi quest’acqua è diversa da quella in cui vivo io… è meno densa e faccio più fatica a respirare… mi sento molto debole…”
”Ok, un problema alla volta: vieni con me. Poco più avanti c’è un’ansa in cui forse ti puoi girare!”
“Proviamo…”
Luke e Wallie nuotavano, mentre gli altri pesci li guardavano nascosti dietro a delle pietre o sotto la sabbia.
Il loro viaggio non fu però semplice: delle barche con a bordo delle persone li intralciavano e ne rallentavano le pinnate.
Riuscivano a non pensare, anche se solo parzialmente, alla fatica perché avevano tanto, tantissimo tempo per parlare. Luke non si sentiva così vivo da diversi anni e anche Wallie, che nell’ultimo periodo era stata molto sola, era felice per aver trovato qualcuno con cui condividere quei momenti difficili.
Era evidente che si trattava di due anime sole che non erano più felici da troppo tempo.
Inoltre, Luke sapeva che gli restava poco da vivere e Wallie conosceva bene il rischio che stava correndo e quale sarebbe stata la conseguenza se non fosse riuscita ad andarsene da lì, il più in fretta possibile.
“Devi promettermi una cosa!” disse Luke.
“Tu mi stai aiutando… chiedimi quello che vuoi!”
“Se io sarò troppo stanco per proseguire, una volta raggiunto il mare, sarai tu ad aiutare me. Voglio vedere com’è l’oceano!”
“Ma tu non sopravviveresti nell’oceano!”
“Lo so, ma non mi manca molto nemmeno qui…”
Wallie capì: “Ok, te lo prometto!”

Dopo un viaggio che sembrava non finire più, raggiunsero l’ansa che Luke aveva descritto.
“Dai, prova a girarti qui!” propose Luke.
Con uno sforzo non indifferente Wallie riusci a rivoltarsi. Nel movimento urtò però gli argini del fiume e si ferì.
Non erano ferite gravi, ma la indebolivano ancora di più.
Senza fermarsi per riposare, tornarono indietro e ripercorsero il fiume verso il mare.
La corrente li trasportava ma era troppo lenta e Wallie era troppo pesante.
Ci misero il doppio del tempo dell’andata, solo per raggiungere il punto da cui erano partiti.
Ormai Wallie era allo stremo delle forze. Luke procacciava del cibo e ne dava la metà a lei, ma non bastava per nessuno dei due.
E come all’andata, sul loro tragitto trovarono le barche degli uomini a rallentarli.
Le evitarono e proseguirono.
Si erano conosciuti da poco, ma avevano in comune così tante cose che si erano affezionati subito l’uno all’altra.
Lei apprezzava il fatto che lui, a differenza di tutti gli altri pesci, non fosse scappato e la stesse aiutando. Lui era felice di farlo perché si rivedeva in lei e capiva quanto lei potesse soffrire; e perché aveva trovato una compagnia per i suoi ultimi giorni.
Per una volta non erano una balena che scappava e un luccio che intimoriva i suoi simili: erano due pesci, che si aiutavano l’un l’altra. Erano due amici.

Il pensiero di non farcela si faceva strada in loro: una troppo debole, l’altro troppo vecchio.
Ma non volevano mollare, ci avrebbero provato fino alla fine.
Era passata la notte e l’acqua, illuminata dal sole, cominciava a schiarirsi.
Non dormivano e non si riposavano da moltissime ore.
All’improvviso, delle reti ruppero la superficie dell’acqua: stavano cercando di catturare Wallie.
Luke usò tutti i suoi cinquecento denti per provare a strapparla da quella trappola, dimenandosi come se fosse rimasto impigliato lui, ma non ce la fece.
Risalì velocemente verso la superficie, mentre anche Wallie provava a dimenarsi.
Luke si fermò ad un passo dal confine tra il suo mondo e un altro che non conosceva.
Aveva paura.
Guardò Wallie negli occhi, che pian piano veniva trascinata fuori dall’acqua.
Si fece forza, respirò profondamente ed emerse.
L’aria era elettrica. Si attaccò letteralmente a Wallie, che all’aria, era morbida e calda. E sembrava non pesare più così tanto, mentre veniva issata.
Una corda si ruppe e Wallie ripiombò sott’acqua.
Luke si immerse subito e sentì il suo lamento, che suonava come una triste promessa che gli fece scendere una lacrima.
Una lacrima che si andò a confondere con l’acqua intorno a loro.
Una lacrima che, cadendo nel Tamigi, non fece rumore.
Si avvicinò a Wallie: “Io non ti abbandono! Andrà tutto bene. Ti salverò da ciò che ti fa paura, anche nell’oceano. E ti porterò via, lontano da qui!”
“Lascia perdere… ormai non c’è più niente da fare…”
“No!” – rispose perentorio; poi si placò e sorrise – “E poi mi hai fatto una promessa…”
“Hai fatto quello che potevi, ora pensa a salvarti tu.”
“Wallie, ormai ci resta pochissimo da vivere. E quei pochissimi istanti che ci restano li voglio passare con te. Il mare è qui vicino. Ce la possiamo fare… Liberati!”
Ma proprio mentre Luke diceva così, Wallie venne issata di nuovo.
“Aprì la bocca!” disse Luke
“No, ti condannerei a morte… non posso!”
“Aprila, ti prego! Voglio venire con te. Ovunque!”
Si guardarono per un tempo che pareva essere infinito.
Era la fine per tutti e due, ma Wallie capì che sarebbe stato meglio affrontarla insieme, così aprì la bocca, raccolse molta acqua e lasciò che Luke ci si tuffasse dentro.
Poi fu issata dalle funi e dalla rete e si sentì sollevare sopra la superficie del fiume.
Si sentiva debole e leggerissima. E saliva sempre più su.
“Dove ci portano?” chiese impaurito Luke.
“Non lo so…” rispose a fatica Wallie.
Volando, venivano trasportati verso il mare, in un disperato tentativo di salvare la vita a Wallie.
“Guarda! Quello è il mare!” gridò felice Luke che intravedeva qualcosa dalla bocca semiaperta di Wallie.
Ma Wallie era stremata e perdeva sangue: “Ci stanno portando verso l’oceano Luke, ma no so se ce la farò…”
“No, tieni duro… ormai ce l’hai quasi fatta!”
”Ma tu non ce la farai! Ed è colpa mia!”
“Tu stai mantenendo la tua promessa, Wallie” anche a Luke cominciava a mancare l’aria, visto che Wallie perdeva l’acqua di fiume dalla sua bocca – “tra finire la mia vita in quel grigio fiume da solo e finirla nell’oceano con te, bè… questa è la fine che vorrei!”
Wallie sorrise, distrutta.
Finalmente in lontananza videro l’oceano.
“Ci siamo, Luke”, disse Wallie con un filo di voce.
“Dai che forse ce la facciamo…” rispose debolmente Luke
“Non ce la faccio… guarda, avvicinati. Appoggiati sulle mie labbra” sussurrò Wallie, aprendo appena la bocca.
Luke si arrampicò a fatica tra i denti di Wallie. Sentiva che non gli rimaneva molto.
La vista dell’oceano gli pervase l’anima. Restò commosso e senza parole.
Dopo qualche secondo, Wallie disse: “Hai visto? Ho mantenuto la mia promessa!”
“Grazie Wallie, è il momento più bello della mia vita. Ed è l’immagine che voglio portare con me.”
“Grazie a te Luke, è stata una fine dolce.”

Smisero di respirare insieme, pochi metri prima che Wallie venisse calata nelle acque dell’Atlantico.
Lui non seppe mai da cosa lei stesse scappando.
Se ne andarono in un istante solo, verso un viaggio che li avrebbe visti compagni per l’eternità.
Due creature così diverse tra loro, che vivevano in due mondi diversi, si erano incontrati per caso.
Ma si erano incontrati troppo tardi.
E il tempo che non avevano avuto in vita, ce l’avrebbero avuto adesso.
Galleggiando insieme, in quelle acque color blu profondo che Luke avrebbe sicuramente amato.

dic 11
edoardo @ 19:10

Erano le 19.00 del 4 dicembre quando, sdraiato sul divano di casa mi rendevo conto che forse era troppo tardi per partire da Vittuone, correre in corso Genova a Milano a prendere l’Ale e volare al Palasharp (ex Palavobis, ex Mazda Palace, ex Palatrussardi) in tempo per vedere gli Editors.
Va detto che l’orario indicato sui biglietti era: 20.00.

Difficilmente ce l’avrei fatta.
Fortunatamente, Simon, fan degli Editors da anni (come me) aveva telefonato all’organizzazione dei concerti, al palazzetto, al servizio di sicurezza, all’assessore ai beni culturali, al manager e al bassista del gruppo inglese ed aveva avuto una risposta unanime: “Tranquillo, iniziano a cantare alle 20.30″.

Quindi, il mio arrivo nel parcheggio del Palasharp alle 20.12 non si è rivelato un grosso problema.
10 euro intascati dalla vendita del biglietto dell’Ale, troppo malata per farcela a venire e due rapidi calcoli: “vabè, faranno i fenomeni e si faranno attendere un po’; quindi un bel panino salamella-peperoni-ketchup ci sta come il proverbiale cacio sui maccheroni. Il sudore del venditore poi… era la morte sua.
Panino ingurgitato in 4 minuti, birra annacquata per rallentare ulteriormente la digestione e via verso un ennesimo concerto insieme a Simon. Ma non un concerto qualunque… perché gli Editors li abbiamo un po’ scoperti noi, quindi ci sentivamo un po’ critici, un po’ esperti rock, un po’ anni 60 nel Cavern di Liverpool.

Dopo aver appoggiato il culo in quello che era il posto migliore per apprezzare l’acustica (in fondo), cerchiamo di capire cosa borbotta il cantante del gruppo di spalla. Fortunatamente il compito ci impegna poco, visto che il bamboccio saluta, raccoglie gli strumenti e se ne va.
Arriva il momento del sound check, un piccolo allestimento del palco, e dopo un quarto d’ora di attesa (più che accettabile) arrivano loro: the Editors.
Noto subito qualcosa di strano: sono in cinque.
“Simon, ma non erano quattro?”
“No… a me sembra che fossero in cinque…”
Penso: vabè, io mica devo conoscere le facce dei cantanti, è la loro opera che conta!
Iniziano con una canzone che non conosciamo. Nonostante ciò il ritmo è coinvolgente.
Parte la seconda, anch’essa sconosciuta. Vedo Simon in difficoltà e corro in suo aiuto:
“Sicuramente sono del nuovo album…”. Simon annuisce. Ci sentiamo molto esperti di Editors.
La terza canzone ha sonorità che non ci giungono nuove, è familiare.
Troppo poco per poter risalire al titolo, ma abbastanza per un nuovo commento da esperti, stavolta tocca a Simon:
“Certo che hanno un bel sound, eh? “.
“Sì, sono tutte molto orecchiabili… bè, ma loro sono bravissimi”.
“Minchia poi il cantante è troppo bravo”.
Mentre noi ci atteggiamo ad esperti (anche) dell’acustica (“Pensa ad un concerto degli U2 qua dentro… si sentirebbe da Dio!”),
gli Editors fanno un po’ di dibattito col pubblico e io, da anglofono esperto quale sono, capisco: “You’re gonna have a great night!”
La ripeto a Simon con un po’ di orgoglio. Lui annuisce. Come ci piaccioni gli Editors!
Parte la quarta canzone, mentre noi ancora ci spelliamo le mani per la terza che, comunque, ci ricordiamo che forse l’avevamo già sentita prima. Niente. Però bella, la battezziamo come la più bella di tutte. Sarà anche questa dell’album nuovo, visto che degli altri due siamo abbastanza esperti.
“Chissà come si intitola? – chiedo – Aspetta… Simon, beccati sto colpo di genio!”
Tiro fuori l’iPhone, attivo Shazaam (grande invenzione) a mi preparo a leggere il titolo…
… attesa… Nessun risultato.
“Per forza! L’ho messa nel pezzo sbagliato”
“Prova durante il ritornello” suggerisce Simon.
Provo.
…attesa… Nessun risultato.
“Ah ma che pirla… è una canzone nuova… magari non c’è ancora su iTunes!”
“E poi magari qui non si sente bene…”
“Infatti!”.
Intanto il freddo inizia a prendere il sopravvento. Chiedo a Simon se vede qualche spiffero.
Lui giustamente mi fa notare che non siamo dentro ad un palazzo, bensì all’interno di una tensostruttura (si vede che è laureato). Dopo aver capito cosa sia una tensostruttura, mi metto il giubbotto e mi preparo a godere.
Perchè per statistica, la canzone che ci piace si sta avvicinando sempre di più.
Quinta. Zero su cinque.
“Certo che potrebbero iniziare a farne qualcuna vecchia eh!” .
“Oh però va come sono composti là davanti”
Effettivamente, gli esagitati ai piedi del palco non sono così esagitati… solo in pochi cantano e si sbracciano.
Strano? Non per uno che ha visto più di venti concerti…
“Vabè Simon, si vede che anche loro conoscono poco l’album nuovo…”
“Che fan di merda!”
Mica come noi…
Sesta. Ancora encefalogramma piatto. Ci vuole un commento da esperto.
“Certo che la voce del cantante è diversissima dal vivo!”
“Minchia -ribatte Simon- di brutto!”
“Cazzo che strano… non è che il cantante ha la raucedine e sta cantando un altro, tipo il chitarrista?”
“No dai… è diversa ma sembra lui”
“Sì, in effetti sembra lui”.
Settima canzone. Vuoto. Però bella.
“Oh Simon, è quasi un’ora che suonano e ancora non hanno fatto una canzone che conosciamo. Han praticamente cantato tutto il disco nuovo tranne papillon… Cazzo fanno???”
“Eh che ti devo dire? Certo che però ne ho sentiti pochi dal vivo suonare così bene!”
“Sì questo è vero! Oh, se fanno sette canzoni che non conosciamo e ci piacciono tutte, potenzialmente sono il nostro gruppo preferito!”.
A questo punto, arriva qualcosa che non ti aspetti. O meglio, te lo aspetti, ma dopo 2 ore di concerto: salutano.
“Goodnight!”
Restiamo di sasso.
“Goodnight?? Va bene che rientreranno tra poco per fare le ultime tre o quattro canzoni, ma han suonato troppo poco” dico io.
“Se se ne vanno adesso gli vola di tutto sul palco” dice Simon.
“E infatti mica hanno acceso le luci… adesso tornano… dai avremo capito male”.
Poi salgono sul palco dei tizi che si prendono gli strumenti.
Simon e io, siamo perplessi.

“Simon… non è che quelli erano il gruppo di spalla?”
“… ma non credo… son già le nove e mezza!”
“Però in effetti la voce era diversa eh…”
“E quelli là davanti si scatenavano troppo poco…”
“E poi non erano in quattro gli Editors?”
“Son quattro? Eh forse hai ragione…”

Un veloce sguardo d’intesa.
Un ancor più veloce sguardo intorno a noi per capire se qualcuno ci ha ascoltato dare giudizi positivi su un gruppo che credevamo fossero gli Editors e invece erano chissà-chi e in quattro e quattr’otto ci ricomponiamo. Incrociamo le braccia e attendiamo i veri Editors, che arriveranno poi alle 22.00.
Concerto discreto, niente di eccezionale.
Però il gruppo di spalla, che per la cronaca si chiama Maccabees, spacca davvero.
Non è difficile pensare che, presto o tardi, saremo grandi fan e grandi esperti della loro musica e del loro fantastico sound.

nov 06
edoardo @ 06:21

E’ tardi e piove.
Piove come piove a Dublino.
Viene giù insistente, rumorosa, sono convinto che è anche tagliente, ma da qui dentro non posso esserne certo.
Con altri scenari, scenderei per sentire se ho ragione.
Di certo non fa lo stesso rumore che produce battendo sulle piastrelle di Grafton street, né può fare lo stesso effetto che dava riempiendo i vicoli di Temple Bar.
E’ tardi e viene giù.
E’ talmente tardi che sta diventando presto.
La notte fa paura a volte.
Giro in macchina, sempre le stesse canzoni, parole che perdono significato a ogni nuovo ascolto.
Mi guardo intorno, qualcosa manca.
Sentire che qualcosa manca dopo che hai avuto ciò che aspettavi da due anni.
Non può essere un capriccio. Qualcosa manca davvero.
Mi guardo intorno e piove.
Non riesco a capire se quello che vedo è reale.
E’ buio, poche luci illuminano la strada.
Ora la pioggia cade gentile, non vuole affaticare i miei occhi rossi, non vuole disturbare le note di una canzone dei Coldplay.
C’è gente che cammina per strada incurante dell’ora e del freddo.
Forse di giorno sono persone vere.
Ma dalle ombre irreali della notte mi ritorna la vita reale che conosco.
Devo riprenderla da dove l’avevo lasciata, e in me si insinua il senso terribile di un’energia che deve continuare nello stesso monotono circolo di abitudini stereotipate; o magari il desiderio violento che una mattina i miei occhi possano aprirsi su un mondo che nell’oscurità è stato rimodellato per il mio piacere, in cui le cose si diano nuove forme e colori, siano diverse o abbiano altri segreti, un mondo in cui il passato abbia poca o nessuna importanza, o comunque sopravviva in forme ignare di obblighi o rimpianti, avendo il ricordo della gioia la sua amarezza, e quello del piacere la sua pena.
A dirsi sembra facile. Ma il passato non mi lascia in pace.
Sia esso il ricordo di un amore grande e forse ancora vivo, sia lo spettro di  qualcosa di brutto che è stato solo sfiorato.
E l’idea del presente non mi salva: sono solo quando cercavo un’anima con cui condividere il rumore della pioggia.
E come compagni ho trovato solo queste ombre che sfuggono tra le vie strette e umide di Brera.
Ora la pioggia è nell’aria. Finissima. Voglio sentirla.
Bevo la birra che avrei voluto condividere con qualcuno.
Solo un sorso. Mi guardo ancora intorno e penso.
Qualche lacrima di pioggia bagna la bottiglia. Ci appoggio le labbra e bevo ancora, ha un gusto diverso.
Penso a tante persone diverse, a casa a dormire tranquille.
O forse sveglie a soffrire.
Chi soffre per me, chi soffre per una ferita che forse non è ancora chiusa, chi invece non soffre per nulla. Beati loro.
Non mi va di finire la birra. La verso e vado verso casa. Purtroppo quel qualcosa continuerà a mancare.
E’ un peccato che a Milano non ci sia il mare, né un fiume.
Questa mattina che sta arrivando assumerebbe un fascino diverso.
Anche se in realtà stanotte mi ha già dato tutto quello che potevo chiedere.
A letto non dormo, sta per iniziare un’altra giornata.
Un altro giorno in cui qualcosa mancherà.
Un altro giorno che piove.
Un altro giorno in cui la gente non è come sembra.
Ma poi, puntuale, tornerà la notte.
Un’altra notte fredda, buia, umida e triste.
Un’altra notte che piange.
Un’altra notte come me.

lug 08
edoardo @ 14:39

A voler essere precisi, la giornata di ieri è cominciata qualche mese fa.
Per qualcuno con l’annuncio del tour, per qualcun altro con l’inizio di una storia d’amore.
E come al cinema, storie diverse alla fine confluiscono in un unico evento.
Un evento che può durare, appunto, una giornata. O anche meno.
Ieri sera, le storie dei protagonisti si sono unite nello spazio di qualche canzone.

Va detto che i protagonisti veri della storia erano 3 e chiaramente non potevano mancare altrettante protagoniste femminili. Tre strafighe che condiscono una storia meravigliosa, con la partecipazione straordinaria degli U2 e del generale delle forze armate di via Forze Armate.
Una cosa è certa: per i tre protagonisti e per le tre ragazze, la giornata di ieri resterà memorabile.

Il 7 luglio 2009, il punto di arrivo delle nostre storie, stava trascorrendo normale.
Fino a mezzogiorno Simon dormiva come da consuetudine, Edo e Franz rubavano lo stipendio nelle aziende paterne e le tre bellissime ragazze facevano quello che le ragazze fanno di solito: si pettinavano, facevano a cuscinate con altre fighe, e altre cose simpatiche come queste.
Per questi 6, però, il destino stava preparando strade diverse.
Andiamo con ordine:

Simon: sveglia a mezzogiorno, colazione dei campioni e preghiera davanti al poster degli U2 che ha in camera.

Edo: ufficio, prova a contattare Obama per avere un posto sul prato.

Franz: va tutto bene (per ora), uscirà dall’ufficio alle 18.30 per andare allo stadio, ha tanti amici che gli vogliono bene, una ex ragazza che ancora lo rispetta e ha la certezza di essersi scelto come soci lavorativi solo delle persone fidate.

Ale: andrà dal dentista alle 18.30 e ha la pretesa di arrivare in tempo al concerto. Poi capisce, disdice il dentista ma lo dice in ufficio. Quindi non è cambiato un cazzo.

Lorenza: riesce a pensare solamente “che palle, devo andare al concerto di un gruppo che non mi piace nemmeno”.

Figlia di Bono: spera che il padre le faccia un bel regalo di compleanno.

Tutto tranquillo, insomma.
Ma dopo il mezzodì, ecco che per uno dei 6, accade l’irreparabile: a Franz squilla il telefono e pochi istanti dopo, gli cade il mondo addosso.
La ex- fidanzata che lo rispetta, ad un tratto non lo rispetta più così tanto; gli amici fidati si rivelano delle serpi e l’unica soluzione è uscire dall’ufficio e scappare da una realtà che purtroppo non sarà facile da ingoiare.
Intanto Edo e Simon arrivano allo stadio alle 17.00 per vendere due biglietti pagati 460 euro l’uno.
Tralasciando i particolari e le trattative con i bagarini napoletani, dico solo che alla fine si è riusciti a piazzarli a 40 euro l’uno. Un ottimo affare!
Ore 18.00. arrivano la Lorenza e Franz. L’Ale è ancora in ufficio e la figlia di Bono ha appena speso 75mila euro da Armani, ma ancora spera in un bel regalo da parte del padre.
Ore 18.30: arriva L’Ale. Si può entrare. Edo, da buono spaccone, chiama le sue conoscenze che gli hanno promesso di portarlo sul palco a cantare insieme a Bono.
Non si entra prima delle 20.00.
Intanto il buon Franz può raccontare le sue sventure, che non riportiamo per non violare il diritto ad essere considerati dei falliti solo da pochi intimi (diritto che, chi scrive, è riuscito a perdere un sacco di volte).
Finalmente alle 20.00 entriamo e Franz e la Lorenza trovano da divertirsi stando in coda per le latrine.
Purtroppo per la Lorenza non ci si poteva chiudere dentro e quindi il concerto andava visto…
Purtroppo per Franz non erano abbastanza sporche e infette per morirci dentro e quindi la vita andava vissuta ancora…
Intanto Edo e Simon avevano raggiunto, a mezz’ora dall’inizio del concerto, il livello di “liceale sedicenne premestruata alla viglilia del concerto di Justin Timberlake”. L’emozione saliva.
L’Ale sfruttava questo momento di debolezza di Edo per provare a convincerlo a regalarle il biglietto.
La figlia di Bono arrivava allo stadio in Limousine, ma ancora non era soddisfatta.
Ed eccoci finalmente alle 21.00. O qualche manciata di minuti più in là.
Il racconto passa al presente e descrive l’escalation che il destino ha riservato a Franz e al susseguirsi di emozioni che hanno accompagnato gli altri protagonisti della nostra storia (che intanto si sta trasformando in romanzo).
Franz sta male. Cerca rifugio in Edo, che ormai però è in trance; allora prova con la Lorenza, che però ha la testa da un’altra parte; prova a guardare l’Ale, ma lei sta parlando al telefono con Nico e non ha testa che per lui; poi guarda Simon, ma Simon non può condividere i suoi problemi amorosi.
Quindi si trova, come tutti gli altri, catapultato nei 78 decibel del concerto: THE EVENT è iniziato.

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Le prime 4 canzoni le conoscono solo Edo, Simon e l’Ale. Alla Lorenza e alla Figlia di Bono fanno schifo. Franz pensa che l’idea del concerto sia stata una cazzata.

Ma ecco che, dopo questo preludio, inizia il culmine di mesi di attesa e inconsapevole preparazione, tutto rinchiuso nello spazio di poche canzoni.
A beautiful day, la canzone preferita dell’Ale fa capire a Franz, che comunque, nonostante tutto, Bono lo sta prendendo per il culo. E se non è Bono a farlo, allora è il destino.
Edo intanto gira un video che testimonierà quanto appena scritto.



A questo punto Franz si avvicina a Edo e gli dice: “Sicuramente tra queste 100mila persone ci sarà qualcuno che sta peggio di me!”.
In quel momento Bono tira su dal palco la Figlia di Bono, per farle dedicare dalle 100mila persone Happy birthday to you.
Poi le chiede di stare lì a cantare con lui Party girl, ma lei se ne va, visto che ancora è scontenta.
Questo serve a far capire a Franz che di sicuro c’è chi sta meglio di lui. E anche di parecchio.
Poco dopo si passa a City of blinding lights, canzone con la quale Franz decide di voltare pagina.
La dedica a un’altra. Ormai ha chiuso. Oh you look so beautiful tonight….
Poi arriva Vertigo. Franz salta come un matto. E’ felice.
Edo e Simon saltano come dei disperati. L’Ale è in preda ad un orgasmo mistico e, udite udite, anche la Lorenza si fa coinvolgere!



Poi arriva Pride, e Franz canta a gran voce il suo orgoglio. Ormai ne è uscito. Soprattutto grazie agli U2. E un po’ ripensa anche alle parole. Parole arrivate e parole che arriveranno. Roba del tipo: “Non è una roba da poco… qui si tratta di cotte, di amore…”.
Sicchè si tradisce un amico per delle cotte? What more in the name of love?
Poi arriva One, con uno dei pezzi più belli della storia della musica:

Did I ask too much?
More than a lot…
You gave me nothing
now it’s all I got
We’re one
But we’re not the same
Well we
hurt each other
then we do it again
You say:
Love is a temple
Love a higher law
Love is a temple
Love the higher law
You ask me to enter
but then you make me crawl
and I can’t be holding on
to what you got
when all you got is hurt…
One love…

E qui forse Franz non piange, ma lo faccio io per lui.
E comunque qualcosa cambia ancora.
Tanto che, poco dopo, con With or without you, i telefoni in mano di Franz sono due.
Mentre l’Ale, Simon ed Edo cantano a squarciagola il coro.. Ooohh ooohh oh-ooohhh, Ooohh ooohh oh-ooohhh…..



Pelle d’oca.
Moment of surrender, oltre che chiudere, rappresenta la resa finale di Franz e ci fa spellare le mani.
THE EVENT è finito.
Ce ne andiamo sulle note dell’Ave Maria, ognuno al suo destino.
La Lorenza giura a se stessa che “Mai più!”, l’Ale si svacca in macchina e si addormenta nel traffico, sbavando come un riccio in letargo.
La figlia di Bono spera di ottenere qualcosa di più al prossimo compleanno.
Edo e Simon, mangiando un gelato, analizzano il concerto e lo paragonano a quello del 2005.
E Franz va ad affrontare il Giuda che, a pensarci bene, non l’ha nemmeno sorpreso tanto.
Perché gli amici veri si contano sulle dita di una mano. E se si fanno la tua ragazza, almeno non te lo dicono.

Concludo dicendo che la cura per gli scontenti può essere solo una: Fra, vieni a Dublino al concerto con me! Andiamo a conoscere la figlia di Bono e te la fai.
Così siete contenti tutti e due.
Che per la cronaca, Eve (così si chiama) è davvero carina!

A fine concerto, Bono & co. Hanno detto: “Thank you!”.
Lasciatemi rispondere, molto banalmente, “Thank you too!

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Godetevi la gallery della serata. 
Noi ci vediamo tra due settimane a Dublino… a casa…

giu 26
edoardo @ 09:06

Ieri sera, appresa la notizia della morte del Re del pop, mi sono sentito un po’ strano.
Va detto che Michael Jackson non era propriamente il mio cantante preferito, però mi piaceva.
Dire quanto o perché è inutile.
I prossimi concerti annullati sono il problema minore. Nel mondo ci sono migliaia, milioni di fan sconvolti.
La sua morte è paragonabile, per l’effetto sul pubblico, a quelle di Elvis, John Lennon, Jim Morrison o Freddie Mercury.
Star inavvicinabili scomparse troppo presto.

Questo è cio che razionalmente, più o meno tutti, hanno pensato.

Guardando questo evento da un’altra angolazione, io dico questo: una morte improvvisa o prematura fa parte del percorso che porta una rockstar a diventare Leggenda.
Vivi vite al limite, sempre al di sopra di tutto e tutti, senza regole. E poi, te ne vai facendo tanto scalpore quanto ne avresti fatto da vivo.
Ma la realtà, o almeno quella in cui mi ritrovo meglio è un’altra: Michael Jackson non è morto.
Pensateci: cosa se ne sarebbe fatto un personaggio come Michael Jackson di una vecchiaia scontata, fatta di scarabocchi su qualche foglietto o di foto con la faccia svogliata? Qualche comparsata in qualche talk show americano o qualche sfigato cantante crossover che gli paga i diritti per rifarne una canzone non lo avrebbe potuto soddisfare.
No, io preferisco vedere la cosa da un punto di vista più romantico.
E sicuramente, oltre al mio amico Walter che mi capirà molto bene, condividerà il mio punto di vista chiunque abbia vito Velvet Goldmine.
La storia di Brian Slade: rockstar. Successo. Morte inscenata.
E’  un’idea che mi affascina molto.
Non posso e non voglio pensare che Michael Jackson sia morto per un arresto respiratorio in casa sua. Non fa parte del personaggio. Non può essere vero! 
E se ci fosse un’isola, da qualche parte in qualche oceano, sulla quale si siano tutti in qualche modo rifugiati a raccontarsi di quando facevano impazzire migliaia di persone in tutto il mondo (e di come, in realtà, ci riescano ancora dopo che se ne sono andati)? Sarebbe bello.
Non è il paradiso sei cantanti. E’ proprio un’isola.
Insomma, riuscite a pensare che canzoni come Jailhouse rock, Imagine, Light my fire o Bohemian Rhapsody possano sparire così o essere solo riprodotte da un iPod?
Ma va! Che non provino nemmeno a farcelo credere!
In questo posto fantastico gli attori recitano e i cantanti fanno ancora performances incredibili.
In quest’Isola meravigliosa ci sono proprio tutti: anche Frank Sinatra che fuma con Dean Martin e Sammy Davis Jr., o Marilyn Monroe che chiacchiera con James Dean, o Marlon Brando che beve scotch con Paul Newman e tutto ciò accade sotto lo sguardo attento di Fellini e di Kubrick, di De Sica e di Pollack.
E lì, il grande Freddie li fa ancora impazzire tutti dal palco, lo so.
E da oggi, i cartelloni pubblicitari annunciano il tour di Michael Jackson.
Che purtroppo, da oggi, canterà solo su quell’Isola.

Ma un giorno, io la troverò.

Ciao Michael

mag 20
edoardo @ 08:31

Cronaca di un atto eroico

Stamattina, prima di uscire di casa per andare al lavoro, stavo mettendo a posto in sala.
E fin qui tutto normale. Una giornata iniziata come tante altre, che non dovrebbe riservare grosse sorprese.
Ovviamente non sapevo che stavo per vivere un’avventura terrificante.

Molti di quelli che mi conoscono sanno che sono aracnofobico.
Non ho bisogno di una tarantola o di una migale per andare fuori di testa, mi bastano anche ragnetti più piccoli e modesti.
Oltretutto, chi ne sa un po’ sull’argomento, sa che le tarantole sono praticamente innocue (il loro veleno è simile -per pericolosità- a quello delle vespe) e che le migali sono raramente pericolose per l’uomo; molto più temibili sono quelli più piccoli: partendo dal ragno vagabondo e via via scendendo e passando per il ragno dei cunicoli (forse il più velenoso in assoluto), il ragno delle banane, la famigerata vedova nera, fino ad arrivare ai due più pericolosi ragni italiani, cioè la malmignatta e il ragno violino.
Ebbene sì: sono informato sull’argomento, perchè il nemico va conosciuto!
Non so da dove nasca questa paura, forse un trauma da piccolo… chissà?
Di certo mi impaurisce (e come tutte le cose che fanno paura, un pochino mi affascina) il modo di muoversi dei ragni.
Tutte quelle zampe che si muovono insieme, in quel modo simultaneo e quasi ipnotico. Una danza strana, per certi versi macabra e senza dubbio incantatrice.

Tornando a questa mattina, mentre riassettavo, con la coda dell’occhio ho notato una strana macchia nera sul muro.
“Quella stronza della donna delle pulizie avrà fatto qualche danno!” ho subito pensato.
Mi è poi bastato guardare con più attenzione per capire che non si trattava di una macchia.
Eccolo lì! Il mio nemico, il mio incubo, la mia sfida.
Era troppo presto per chiamare qualcuno che venisse ad ucciderlo per me e non potevo scappare e lasciarlo lì.
Chissà dove me lo sarei ritrovato stasera…
Tenete presente che io non ho MAI ucciso un ragno. Semplicemente perché non ci sono mai riuscito.
Il mio pensiero è sempre lo stesso: “E se si infila in qualche fessura della scarpa e poi mi risale sul braccio?”.
Stupido, lo so. Ma è più forte di me.
Allora, dopo circa quindici minuti di riflessione a quattro metri di distanza, in una condizione psichica che mi causava spasmi e palpitazioni ogni volta che uno spiffero d’aria mi sfiorava o che un granello di polvere si posava su di me, mi sono fatto coraggio e mi sono avvicinato.
Ho preso una borsa di carta (rigida e piatta) e tenendo i piedi ad almeno un metro dal muro ed avvicinando solo il braccio, gli ho dato un colpetto storditore, ho lasciato cadere la borsa di carta per terra e sono corso a nascondermi dietro il divano.
Ho rotto la finestra, ho preso un pezzo di vetro, mi sono strappato la t-shirt nera e li ho fissati insieme; quindi ho preso una biro che fortunatamente era lì vicino e con la cicca che stavo masticando ho costruito un rudimentale specchietto.
Senza alzarmi ho controllato, dallo specchio appunto, che la situazione fosse tranquilla, che il campo fosse libero.
Degno del miglior McGiver insomma, se non fosse che la missione era fallita: il mostro era ancora là.
A guardarmi con aria di sfida o, più probabilmente, a dormire ignaro di ciò che io stavo passando per colpa sua.
Ho provato a quel punto un po’ di rispetto per il mio avversario e mi sono detto: devo finirlo in maniera degna.
Mi sono alzato, ho aggirato il divano-trincea e sono andato a raccogliere la borsa di carta.
Senza pensarci troppo gli ho dato un altro colpo, stavolta più deciso.
E lui è caduto a terra. Ho provato terrore nel vederlo cadere: non sapevo se una volta toccato il suolo, sarebbe corso via. E invece se ne è rimasto lì, stordito e innocuo. Ad aspettare il colpo di grazia.
Colpo di grazia che, per non sbagliare, gli ho inferto con un volume dell’enciclopedia Treccani.
Per concludere l’opera, con due rotoli di carta igienica ho raccolto i resti diel mio nemico appena perito e li ho buttati nel gabinetto.
Mi sono sentito ridondante di soddisfazione, ma subito dopo il vuoto ha preso spazio in me: perché so che ho vinto una battaglia, ma la mia guerra, l’eterna lotta tra il bene e il ragno, non finirà mai.
Almeno ho fatto un passo verso la virilità, anche se sinceramente non sarei pronto a rifarlo.
Per chi se lo stesse chiedendo, il mostro in questione era il pericolosissimo Pholcus Phalangioides.
Guardate su Google se volete capire di cosa si tratta.

Ti ho vinto, o mostro dal nome latino.
Ora riposi accanto a Plutone nell’Ade e forse impaurirai i più grandi guerrieri della mitologia.
Porta loro il messaggio che qui, sulla terra, un eroe di nome Edoardo ti ha sconfitto con onore.

apr 28
edoardo @ 09:07

E così siamo giunti alla fine.
Terzi classificati.
Un ottimo piazzamento per una squadra esordiente.

E’ stato un torneo bellissimo, abbiamo messo in piedi una squadra competitiva in ogni reparto. All’inizio c’è stata qualche incomprensione ma poi tutto è andato per il meglio.
Abbiamo fatto soffrire tutti! Avremo anche perso qualche punto ingenuamente, ma abbiamo battuto avversari che avevano qualcosa più di noi.
Abbiamo vinto, lottando strenuamente un quarto di finale bellissimo contro tutto e tutti,uscendone malconci e rimaneggiati. Nonostante ciò ci siamo fatti valere in semifinale e nessuno mi toglierà mai la convinzione che meritassimo di andare in finale.
Ma non abbiamo niente da recriminare!
E gli applausi di ieri sera nello spogliatoio sono stati più che meritati. Per tutti!

Ma veniamo ad analizzare, nello specifico, cosa ci riserva il futuro:

Ale Bertozzi

bertoz
Diventerà un rapper negro. Ma i suoi testi saranno intrisi di delusione e sensi di colpa, per colpe che non ha.

 

Mamo

mamo
Girerà altri spot che pubblicizzano la bellezza, sempre distinguendosi in positivo. Ma per noi resterà sempre la causa di ogni nostra sconfitta.

 

Roby

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Dopo essere sfuggito per anni all’InterPol, farà lo sciocco errore di finire in Texas, dove anche reati come rubare un pacchetto di cicche sono puniti con la pena capitale. Figuriamoci la pedofilia…

 

Campana

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L’intervento al cuboide andrà male e con una gamba sola, dopo aver perso il lavoro come controfigura di Owen Wilson, non andrà bene nemmeno come sosia del Tenente Dan.

 
Destan

destan

Prima metterà su un’impresa edile in cui farà fare l’operaio a Max, poi si sputtanerà tutto comprando sigarette.

 

Carre

ITALY SOCCER AC MILAN RONALDO

Non fidatevi di lui! nel giro di due anni fonderà un’altra squadra con cui ci verrà ad affrontare. Ovviamente si porterà dietro quelli con la personalità più debole e malleabile.

 

Nico

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Finirà nella Tolomea a guardare all’insù, con le lacrime che gli si congeleranno negli occhi.

 

Alfredo

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Fargli il paragone con Al Pacino (anche per il nome) sarebbe troppo facile. Quindi perché dovrei fare fatica a trovarne uno difficile? Diventerà un motivatore che ne ha viste di tutti i colori. Ogni maledetta domenica.

 

Ambreus

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Acquisterà sempre più potenza e finalmente, dopo che avrà ucciso un paio di difensori avversari, verrà rispettato e si sentirà come Dio. Anzi, come Dio con una pistola in mano!

 

Edo

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Non vincerà mai niente e continuerà a scrivere commiati ed epitaffi.

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Scherzi a parte, ragazzi.
Ribadisco che è stato veramente un bel torneo e ringrazio tutti.
Rimane un’ultima questione in sospeso: la coppa che ci siamo strameritati!
Io dico intanto che lasciarla al bar è escluso, anche perché vedo molto difficile una nostra re-iscrizione l’anno prossimo (a Magenta intendo).
Renderla itinerante è un problema quindi io direi che ci sono 3 possibilità.
O facciamo una colletta e ne facciamo fare tante altre nove e ne teniamo una per uno (ed è quello che proporrei io), o fondiamo una nostra “sede sportiva” che può essere un bar che frequentiamo tutti e la lasciamo lì (ma questo si può fare anche in futuro), oppure dobbiamo scegliere di comune accordo – come squadra - chi se la tiene.
Visto che fare una votazione per alzata di mano potrebbe essere imbarazzante, io consiglio un sondaggio. Anonimo e soprattutto al di sopra delle parti.
Così come le opzioni del sondaggio, appunto…

[poll id="5"]

Come vedete sono stato imparziale!
Votate (chi vota se stesso è una merda!) e, al limite, aggiungete comenti e idee…

E, sempre, forza A.S. Terisco!!!

mar 09
edoardo @ 18:59

Un sabato che poteva essere come tanti altri, si è rivelato una giornata da ricordare per il Mr. Luca Salvalaggio e per (l’ormai ex) bomber Eddie Gnoli.
Un’occasione che, ricordiamolo, è stata snobbata da Nico Cazziglioni, Oskar Akillikov, e Max Lamazza… 

Dopo una stressante settimana di lavoro, l’occasione per lo svago la fornisce l’Inter.
Il viaggio per Genova parte sotto i migliori auspici: sospinti da unvento mica male, mister e pupillo partono per la ridente Zena, patria di De André, di bruno Lauzi, dei pansotti, del pesto e, lo stavamo per scoprire, dell’esimio professor Hawking. 
La noia dell’andata è rotta dalla chiamata a MA: il mitico, che è in fase di perlustrazione al MIsex, ci ricorda che i piaceri della vita possono stare anche tra due rughe.
E alla luce di ciò, ricordandoci quanto siamo fortunati, Luca ed io arriviamo a Genova Ovest. In tutto, da Milano, il viaggio è durato 1h e 30 minuti. Non male.
Purtroppo da Genova Ovest a Genova Est ci vogliono un’altra ora e 45, e se contiamo anche il parcheggio e la coda allo stadio, l’ingresso coincide con il fischio d’inizio.
Proprio mentre ci sediamo (nell’ultima fila che più in alto non si poteva) Ibra firma la vittoria con un pallonetto mirabolante. E proprio mentre Ibra segna, i genovesi iniziano a prendere di mira la mia macchina, rigandone le portiere.
Al 20′ minuto, con il risultato in cascina, io mi sono alzato già 17 volte per far passare i ritardatari e al microfono, lo speaker dello stadio annuncia (in collaborazione con Castorama) che sono in vendita due portiere (rigate) di Audi A3 blu, 4 gomme Bridgestone Potenza con cerchio in lega da 17″, due sedili in pelle per Audi A3, un’ipod, un autoradio con navigatore satellitre e anche una scatola di biscotti (che tanto lasciavo lì perché non mi piacevano).
Il secondo tempo si apre con un botto. I soliti tifosi coglioni, pensiamo noi.
No. La mia macchina è saltata in aria.
Poi la partita finisce. Usciamo e ci dirigiamo al parcheggio.
Lì chiediamo se c’è un bagno pubblico. Ci viene indicata la carcassa di un’Audi A3 blu che – cazzo – sembra proprio la mia…
Per consolarci, ci facciamo consigliare un ristorante di pesce a Nervi dove “si mangia il pesce divinamente”.
Durante il viaggio chiamiamo qualche amico per capire se i gol dell’Inter fossero buoni.
Nico dice che il primo è in linea, il secondo non si capisce bene.
Oscar assicura che il primo è buono, il secondo più sì che no.
Max, il più obiettivo, dice che nel primo gol Ibra è tenuto in gioco da 7 uomini, che nel secondo la palla è dentro di almeno 40 cm e che Lee Oswald non ha ucciso Kennedy.
Per non farsi mancare nulla ci descrive la merenda che ha preparato per se e per i figli: scampi vivi, tartarre di tonno, tartarre di spada, spine di pesce palla, pinna di squalo, tartarre di sirena e olive taggiasche.
Tante, tantissime olive taggiasche.
A proposito di pesce, arriviamo al ristorante…
Sti genovesi… non sanno nemmeno cosa sia il pesce fresco.
In totale mangiamo 4 gamberi e 2 ostriche di plastica e paghiamo il tutto a caro prezzo.
Per fortuna c’è una bottiglia di Pigato che ci dà quel pizzico di effervescenza che ci serve per affrontare la serata: decidiamo di farci una romantica passeggiata sul lungomare di Nervi.
Il cllima è ottimale (15°) e il rumore del mare ci rende anche un po’ filosofi.
E ci torna in mente MA, ormai dedito all’acrotomofilia.
Finalmente troviamo un baretto in cui darci sotto con gli alcolici, stando però attenti al prezzo.
Ordianiamo dos mojitos.
“Quant’è?
“10 euro

Luca giustamente ne tira fuori 20.
No ragazzi: 10 euro in totale. % l’uno!“.

Ce ne faccia 10 per piacere. A testa!“ 

E così, il gestore, un rasta 50enne ce li fa apparentemente tosti. Assaggiamo.
Commento (mio): “Vabè, non è forte!”.
Chiediamo se si può andare a bere sulla passeggiata. Risposta: “No, altrimenti danno la multa a voi e a me!” (che coi prezzi che corrono a Nervi sarà stata intorno ai 15 euro…).
Siccome però non vogliamo fare casini, ci sediamo sulla terrazza del bar, da cui si ha la vista sulla passeggiata e, quindi, sulle bellezze (…) liguri intente a festeggiare la festa della donna.
Improvvisamente ci si presenta davanti una scena al limite tra il surreale e il tragicomico:  in mezzo ad un gruppo di ragazzine, il bel Pete Dhoerty si fa bello del suo taglio di capelli, quand’ecco arrivare di gran carriera il grande Stephen Hawking che sembra avere l’aria di uno che ha qualcosa di importante da dire.
Sul monitor della sua evolutissima carrozzina compare questo messaggio: IL MONDO NON RUOTA INTORNO ALLA BELLEZZA, MA ALL’INTELLIGENZA.

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Dalle parole si passa subito alle mani. Luca e io, increduli, assistiamo a questo scontro fra titani.
E’ subito chiaro che la disputa si può risolvere solo con la morte di uno dei due contendenti, causata dal volo giù dalla scarpata, ma per fortuna di tutti interviene un loro amico comune, che per sedare la rissa sceglie un’arma diversa dal convenzionale mettersi in mezzo: le bestemmie.
Il giovane, spaccando ripetutamente in due il cielo, fa capire a Pete e Stephen che o loro la smettono o Dio si metterà presto a piangere.
Ricevuto il messaggio i due si allontanano parzialmente: uno arretrando sulle proprie gambe, l’altro soffiando dentro a una cannuccia elettronica.
Come ciliegina sulla torta, Stephen si riavvicina a Pete, sempre con lo stesso identico sguardo e gli tende (metaforicamente, ovvio) una mano, lasciando che il led luminoo esprima il suo pensiero: SCUSA, NON CI SONO STATO PIU’ DENTRO.
Risposta di Pete: “Scusa, non ci sono stato più dentro nemmeno io!”.
Ed è tutto finito così, nel nulla.
Finito lo spettacolino è ora di andare.
Appena il mio piede scende il primo gradino, mi accorgo che in fondo il mojito non era così leggero.
Cominciamo a percorrere la strada a ritroso, con passo decisamente spedito.
Mani in tasca, faccia nella sciarpa e discorsi filosofici sui Massimi Sistemi®.
Ad un certo punto, Luca Salvalaggio si accorge che stiamo battendo una pista che non gli è familiare.
La sua tesi è supportata dall’accento francofono dei passanti. Chiediamo. Praticamente siamo arrivati a Mentone.
E menomale che Luca conserva un barlume di sensatezza, perchè io sarei tranquillamente arrivato a sormontare i pirenei e a conquistare la Spagna…
Dietrofront e arrivo al parcheggio.
Il viaggio di ritorno è stato un’agonia. Sia per il sonno (in macchina abbiamo dormito entrambi), sia per la musica che ogni tanto ci svegliava, ma ogni tanto era nemica.
Mi rendo conto che per arrivare vivo a casa, devo fermarmi a prendere una bottiglietta di Coca Cola e qualcosina da mangiare.
Ovviamente la prima area di servizio si trovava a 45 km di distanza. Facendo una fatica immane ci arriviamo.
Scende Luca e ritorna (correndo) con Grisbi, quadratini di Loacker, una cassa di Coca, 10 panini, salame, vino, Pocket Coffee e una lattina di Burn Energy Drink. Si siede e dice: “Dentro non c’era nessuno!“.
Iniziamo a banchettare e io, per curiosità, assaggio la Burn.
Senza rendermene conto sono già a 220 che zigzago tra le macchine in autostrada e sono i miei occhi a lampeggiare per farli spostare. In 7 minuti sono a casa, roba che nemmeno il Coroner con la AMG.
Lascio giù Luca che ha bevuto mezza lattina di Burn (e da sabato sera non è ancora riuscito a chiudere occhio) e mi allontano.
Mi viene voglia di berne ancora, ma intimorito dalla reazione che avrebbe potuto fare col mojito, opto per la scelta più saggia: la verso fuori dal finestrino.
Inavvertitamente la bevanda finisce in un tombino… ecco quello che è accaduto dopo:


 In particolare, fate attenzione a quello che accade dal secondo 16 al secondo 22…

E questo è tutto.
In attesa della prossima avventura, non si può che salutarsi con KAWABONGAAA!!!!

 

Massimi Sistemi® è un marchio registrato Luca Salvalaggio™

feb 03
edoardo @ 19:37

ratto elena

E molte vite sono morte per me sullo Scamandro,
e io, che pure tanto ho sofferto, sono maledetta,
ritenuta da tutti traditrice di mio marito
e rea d’aver acceso una guerra tremenda per la Grecia.”

Elena, Euripide. 412 a. C. circa

Da quando esiste il mondo, gli uomini si fanno la guerra.
I motivi per cui i popoli si distruggono a vicenda sono svariati: economici, politici, razziali, religiosi…
Ma la guerra più sanguinosa e tragica di tutti i tempi, che risale a migliaia di anni fa venne scatenata da un motivo che non ha nulla a che vedere con quelli sopra citati: una donna.
Nel 1250 a.C. il re troiano Paride rapì la moglie del re greco Menelao.
Ne venne fuori la guerra di Troia.
La donna era la figlia di Zeus. Era la donna più bella del mondo, contesa da re, ammirata dagli dei, amata dai popoli.
Era mezza umana e mezza divina.
Era Elena.
A causa del ratto di Elena, molti uomini perirono, ingenti eserciti si scontrarono, popolazioni intere si annientarono.

A più di 3000 anni di distanza i 3 protagonisti di questa splendida rubrica (MA, Eddie e il nister Luca Salvalaggio), vestono i panni dei più grandi eroi achei per vincere la guerra e riprendersi la ragazza, che per affinità storiche ed epiche, chiameremo “Elena”.

Dimenticatevi i locali più “in” di Fashion City, dimenticatevi il Giannizzero.
La serata da eroi si è svolta in trasferta, a Lentate sul Seveso.
C’è da dire che, inizialmente, uno dei tre eroi, appresa la destinazione si era fatto un programma veramente astuto (e infatti l’eroe in questione è paragonabile per ingegno, scaltrezza e tatuaggio ad Ulisse):

ore 17.30: toaletta + colluttorio
ore 18.30: ingerire nr. 1 compressa di cialis. Meglio 2
ore 19.00: indossare goldone e tenerlo su che non si sa mai
ore 19.30: gel per capelli
ore 20.00: libero sfogo alle fantasie (il goldone potrebbe risultare scomodo; in tal caso, sostituirlo)
ore 20.30: passare a prendere Luca Salvalaggio
ore 22.00: far ingerire con l’inganno a MA nr. 4 compresse di “Caval Domato” (sonnifero per cavalli)
ore 23.30: 52×5= 260 euro con Elena. Chiedere arrotondamento a 250

Come si può facilmente evincere, il piano sulla carta era infallibile. E voi direte: bell’amico.. menomale che c’è Luca Salvalaggio a stare vicino a MA.
E infatti il buon mister proponeva di portare con noi delle armi che, a dir suo, avrebbero aiutato MA a non soffrire.
In realtà, così come il sottoscritto, voleva inibirlo. Come? Con proiettili d’argento, un crocefisso benedetto e, se l’avessimo trovato entro sera, il Sacro Graal. Non avendolo trovato (secondo qualche mito e leggenda, infatti, sarebbe contenuto proprio nel ventre di Elena), abbiamo ripiegato sul classico paletto di frassino da infilzare nel cuore.

Ma andiamo con ordine. Il giovine Eddie, ossia io, arriva puntuale come un orologio svizzero sotto casa di MA. Gli altri due compari avevano il cellulare spento, probabilmente per non farsi trovare e lasciarmi a casa. Ma io, che non mi do mai per vinto, ma soprattutto non mi sarei fatto scappare una serata del genere per nulla al mondo, suono tutti i citofoni di via Stillicidio, svegliando anziani signori, destando coppiette innamorate ed innervosendo ogni cane del circondario.
Finalmente, trovo il campanello giusto e la serata può partire.
Va detto che, nel progettare la serata, il mister (che poi è anche il fashion-stylist del gruppo) aveva detto: “Ma sì, andiamo in un posto da muratori… vestiamoci da barboni.
Io, che barbone non sono, trovo il compromesso di jeans, camicia e cardigan. Il tutto impacchettato in un bellissimo Moncler azzurro che a Lentate sul Seveso è un must! Subito MA, che ricordiamolo, è il re di Fashion City e quindi è solito auto elevarsi ad arbiter elegantiae del gruppo, mi fa notare che non sono alla sua altezza e che sono vestito giusto per andare a sciare o, alla meglio, per interpretare il Grande Puffo nella recita di Natale. Io sorrido, lo assecondo e intanto con le dita accarezzo il barattolo di narcotizzanti per cavalli che ho nella tasca del Moncler, pensando a quando gliene farò ingerire nr. 4 compresse.
Il mister si presenta in abito di Tom Ford (così, un nome a caso… mica l’abbiamo visto per davvero).
In più, a completare il gruppo, un amico di MA, più piccolo di me, ma vestito meglio: Andreotti.
Andreotti ufficialmente viene per fare da supporto a MA. Ufficiosamente metterà in cantiere almeno 6 mesi di seghe.
In macchina, nei due sedili davanti ci sono un ragazzo distrutto e quello che non ne può più di consolarlo, mentre dietro il mister e il suo pupillo si divertono a fare i viados…

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La serietà sulle nostre facce, è indice della preoccupazione per il nostro amico MA

La strada per Lentate è lunga e tortuosa. Chissà quando arriveremo…
Tempo di formulare questo pensiero ed è già ora di scendere. Lo space shuttle su cui ci siamo mossi ha rispettato la fama di cui gode.
Il commento che tutti ci aspettiamo da MA è: “Fashion City – Lentate in 7 minuti netti. Alboreto is nothing!”.

Invece niente.

Al momento di entrare, MA non è nervoso. È in canottiera ma non sente il freddo, fuma due sigarette contemporaneamente e racconta le vicende che hanno portato a questa serata.
La storia d’amore che tutti sognano, quella che fa male allo stomaco (vabè, al mister se fa male lo stomaco è per uno stronzo gigante, ma fatemi tornare poetico), quella che non ti fa dormire, quella che dopo un anno, tante liti, tanti problemi, ti tiene ancora lì a pensare a lei. E tiene lei a pensare a te.
E in fondo sei ancora innamorato. E saresti disposto a fare una guerra.
Il maschio italiano è unico al mondo…

 All’ingresso MA si commuove davanti ad un poster, di fianco al quale ce n’è un altro con scritto (a caratteri cubitali) “venerdì 9 e sabato 10 gennaio, Lei è qui per voi”.
Entriamo, io cerco di nascondere il Moncler azzurro per non far fare brutte figure a MA, il mister in frac si muove verso il bancone con l’incedere tipico di uno che va a ritirare il premio Nobel, Andreotti sparisce misteriosamente.
Poco dopo Andreotti riappare magicamente dal bagno, il mister torna con 4 cocktail e MA chiede: “Ma ci sarà stasera? Non è che viene solo domani?”.
E sì che eravamo dall’altra parte del locale, ma il poster si leggeva benissimo…
Ma forse era solo un po’ nervoso.
Assaggiamo i cocktail. Si erano dimenticati la parte a gradazione alcolica. Vado al bancone a chiedere un allungo, assaggio e capisco che gli alcolici sono annacquati. Solo un pirla avrebbe potuto pagarne degli altri. Noi abbiamo preso una ventina di cocktails in quattro.
Inanto MA si interroga e si dà risposte da solo: il tema principe è la reazione che lei potrà avere alla sua vista.
Secondo lui, ci sono due possibilità: 1- lei gli darà uno schiaffo. 2- lei sarà contenta di vederlo, forse lo abbraccerà, ma niente di più.
Questo nefasto pensiero lo manda in depressione, ma per fortuna c’è la spalla di Andreotti su cui piangere. Intanto il mister è stato attratto dalla visione della dea verde, una tedesca di 198 cm con la faccia della ragazza della porta accanto, ma con due fette di roast beef in mezzo alle gambe. Si dice che al mister piaccia molto il roast beef.
E finalmente arriva Elena. La donna per cui MA sarebbe disposto a scatenare una guerra.
MA ha esaurito tutta la sua adrenalina. Ormai è tranquillo. Cambia il piano per abbordarla ogni 4,3 secondi. Alla fine manda il mister, la cui fama di seduttore è arrivata fino a Lentate, ad acchiapparla per lui.
E finalmente, il momento della verità…
Come reagirà Elena alla vista di MA? Lo schiaffeggerà? Lo abbraccerà e se ne andrà? Sarà felice di vederlo?

Siccome non si può paragonare una dolce fanciulla ad uno sporco formichiere, userò una metafora più aggraziata: immaginatevi una farfalla che tira fuori mezzo metro di spirotromba per succhiare tutto quello che può da un fiore.
Ecco, Elena si è fiondata su MA, baciandolo ed accarezzandolo dappertutto, proprio come una farfalla. Una farfalla molto eccitata.
E guardandoli in quel quadretto che è un mix di romanticismo ed erotismo, commossi come davanti al finale di Via col vento, capiamo che si è raggiunto l’happy ending che tutti ci aspettavamo.
Possiamo tornare a casa contenti, con la vittoria della guerra in tasca. Il ratto di Elena è stato vendicato.

No cari lettori, purtroppo non è finita così!

E poi non potrei mai lasciarvi senza i contorni che hanno contribuito a rendere la serata indimenticabile, senza il finale vero, senza il rientro a casa…
Dovete sapere infatti, o affezionatissimi, che il vostro mister nel locale sembra una trottola che rimbalza tra tre punti: la versione in carne e ossa della Valentina di Crepax, la sua dea verde e uno strano tizio bergamasco che, toccandosi gli occhialini sul naso e, di tanto in tanto, facendo la classica conchiglietta con lamano per sentirsi l’alito dice di essere innamorato di Elena.
Trattasi, ovviamente, di un nostro avversario… un troiano. E di troiani, lì dentro, ce ne sono tanti.
Come lo sfigatissimo rasta che si avvicina a MA e inscena con lui questo fantastico dialogo:
Sfigato Rasta: “Scusa, ma tu sei il tipo di Elenagrimaldi?” (Notare: il ragazzo in questione ha un accento bergamasco molto marcato, indossa all’interno del locale  un giubbotto da neve chiuso sino al collo e pronuncia il nome Elenagrimaldi senza pause né soste, ma con una scintilla di brillore negli occhi).

MA: “No.”

SR: “Ah perché se eri il tipo di Elenagrimaldi ti davo la mano…”

MA: “Eh no…”

SR: “Ah no eh… perché ho visto che vi baciavate… quindi non sei il tipo di Elenagrimaldi?”

MA: “Eh lo so, ma non sono io…”

SR: “Ah, va bè, la mano te la do lo stesso!”

E il grande e magnanimo MA, re di Fashion City, stilista che farà le scarpe a Tom Ford, si abbassò a dare la mano a quello lì che probabilmente, due minuti prima si era passato la mano tra i rasta.
Un altro troiano da menzionare assolutamente è l’uomo che ha ispirato la canzone “Baffo Natale” di Elio e le storie tese.
E’ l’esatta copia di Sandy Marton con i baffi. Solo un po’ invecchiato e un po’ più terrone. Ma vestito come Sandy 25 anni fa.
Arrivati più o meno alle ore 2.30 il mio piano è ormai fallito, anche perché non potrei mai fare un torto a MA.
L’ultima occasione di combinare qualcosa mi si presenta quando Elena va al bancone con addosso un vestitino che è stato fatto usando in totale 12 centimetri di stoffa.
Vedendola là appoggiata al bancone, Andreotti corre in bagno, MA si mette a piangere e io mi giro verso il mister e mi bullo in questo modo: “Ora vado là, le alzo appena appena il vestitino e le faccio un male che non se lo dimentica più.”. Poi mi rendo conto di essere dotato di un regolo. E nemmeno del regolo da 10, di quello da 9. Quindi per non fare brutta figura, lascio perdere.

numeri_in_coloreIn blu, il pisello di Eddie

 Alla fine, scattata qualche foto ricordo e preso la foto autografata per mio fratello (che non si è ancora ripreso), si fa ora di tornare a casa.
Iniziamo ad uscire e lasciamo MA a salutare la sua Elena. Nessuno saprà mai cos’è successo e cosa si siano detti.
Fatto sta che tornando a casa, MA non dice una parola.
Arrivati a Fashion City, ci fermiamo un attimo ad aspettare il Coroner della città, che sta tornando da qualche serata in giro per lo stivale.
Poco male, perché tanto la temperatura era buona (7 gradi sotto zero) e rende piacevole l’attesa.
Il coroner arriva alle 5.00 e ci propone di andare a bere qualcosa. A dire il vero non sono sicuro che la proposta fosse rivolta anche a me, dato il colore del mio giubbotto. E siccome Andreotti è ormai stremato, si decide di andare a letto.

L’arrivo a casa è alle ore 5.30. la sveglia è puntata alle 7.30.
Due belle ore di sonno intense e godute e poi il risveglio.

Analizziamo i risvegli dei protagonisti, partendo per cavalierato da Elena, che rivolgendosi al suo attuale, stronzo e sfigato fidanzato, usa le parole donatele da Euripide; versi che solo le menti illuminate potranno comprendere: “Io per l’amore ch’ebbial mio sposo, vorrei seco morire;ma qual per lui grazia sarebbe, mortecon lui già morto avere? I doni funebrilascia dunque ch’io rechi al suo cadavere;e i Numi a te quello ch’io bramo accordino,e a questo stranier, che meco all’operasi accinge. E in me la sposa che tu meritid’avere, in casa avrai: ché MenelàoTu benefichi e me: ché tutto ormaitende a buon fine.”Mister: sorriso stampato in faccia, alzabandiera più vigoroso del solito, telefonata a Eddie per chiacchierare e ricordare.Eddie: sorriso stampato in faccia, preoccupazioni del lavoro spazzate in un attimo, pensiero che vola subito a MA.Andreotti: “Aaaaaahhhh! Non ci vedoooooooooooooooooo!”MA: strano sentore di amaro in bocca, sensazione di spaesamento, sputa 4 o 5 sigarette fumate, si rende conto di essere su una panchina di largo la Foppapedretti, guarda la foto di Elena che stringe in mano e, con una lacrima che scende, alza lo sguardo al cielo e pensa: “Forse ho fatto una cazzata, come tante ne abbiamo fatte insieme. Ma la guerra non è finita. E noi siamo destinati a fare altre cazzate, a rivederci presto e, forse, a stare insieme. Ci vediamo presto, Elena!” Ci vediamo presto, Elena…

set 15
edoardo @ 07:04

In questo pezzo, mi rivolgerò direttamente a te, essere umano di sesso maschile, in età compresa tra i 16 e i 55 anni, che sei o sei stato coinvolto in una relazione sentimentale.
So che mi capirai.
 
I soggetti compresi nella fascia di età sopra citata, vivono una vita normale.
Qualcuno lavora e qualcun altro studia. Solitamente si passa con la propria ragazza/fidanzata/moglie qualche sera della settimana e poi, ovviamente, il week end.
La femmina media, passa la settimana ad essere dolce al telefono, a dire che le manchi, e a farti sapere che non vede l’ora che arrivi il week end per stare un po’ insieme a coccolarsi (il che, nell’ottica del maschio dominante, dovrebbe auspicabilmente portare a rapporti di natura intima).
Invece, arrivato il week end, la femmina si trasforma in vorace e assatanata macchina da shopping.
Non vede altro. Non sente altro. Non vuole altro.
Sembra essere stata programmata per non sentire la stanchezza e non percepire le condizioni climatiche avverse. Che ci siano 40 gradi all’ombra o 12 sotto zero dentro il negozio, la femmina macina chilometri ed entra in tutti i negozi aperti. Tutti!
Solitamente, in negozi da una o due vetrine non c’è da preoccuparsi troppo. Persino da Accessorize, non si perde più di un quarto d’ora, data la dimensione dei locali.
Ma il terrore, o mio caro maschio, lo provi passando davanti ai grandi mostri multipiano come Bershka, H&M, Sisley, Benetton e, ovviamente, il peggiore di tutti: Zara.
 
Analizziamo la tipica domenica pomeriggio, in cui tu, maschio, hai voglia soltanto di stare in casa in mutande a guardare Sky Calcio Show (vuoi per vedere tutti i gol, vuoi per le tette della D’Amico), ma la femmina vuole andare da Zara.
La femmina, che apparentemente può sembrare furba, sfrutta le debolezze maschili con subdole e bieche promesse di seratine piccanti, in cambio di una “passeggiatina”.
Come dirle di no?
Anche perché un rifiuto porterebbe inevitabilmente a scenate del tipo: “Non te ne frega niente di me, non stiamo mai insieme e quando abbiamo l’occasione preferisci stare sul divano a far niente!”.
E allora indossi un paio di scarpe comode, guardi l’orologio e constati tristemente che sono le 14.40. Mandi un messaggio a qualche amico, chiedendo di essere tenuto aggiornato sui risultati e ti prepari ad un pomeriggio di sofferenze.
Intanto va detta una cosa: a tutti piace fare shopping. Il maschio normale ed eterosessuale, resta in un negozio in media 1 minuto e 07 secondi. Entri, prendi svogliato il capo che ti piace e che già volevi comprare, non lo provi perché tanto se è una maglia la M ti va bene e se è un paio di pantaloni figurati se conosci il significato di numeri come 40 o 42, individui la cassa senza coda, paghi e te ne vai.
Felice per l’acquisto, guardi la tua compagna per proporre un pausa, un gelato e – nel caso in cui scorgesse un sorriso nella sua faccia – addirittura il rientro a casa.
La ragazza, purtroppo, è già entrata in modalità “comprare”. Ha gli occhi bianchi luminescenti, come un cyborg, cammina a non più di 5 centimetri dalle vetrine e bisogna pregare che sulla sua strada non incroci un bambino, altrimenti questo verrebbe schiacciato senza ritegno.
Ad un certo punto, in lontananza, vanno addensandosi nuvole grigie. Gli immensi portoni di Zara, spalancati per permettere l’affluenza media di 195 persone al secondo, ti accolgono e non ti sorprenderesti se accanto al brand ci fosse scritto “Lasciate ogni speranza, voi maschi ch’entrate!”.
Ti giri per chiederle se è proprio necessario, ma lei non è più al tuo fianco.
Ti rigiri verso i portoni e, nonostante la folla simile all’ora di punta a Times Square, riesci a scorgerla e ti chiedi come sia possibile che già si stia provando un cappotto, una sciarpa e un paio di stivali. Contemporaneamente ti rendi conto che ti ha lasciato in mano la borsa (che non capirai mai il perché, ma pesa 2 chili e mezzo), il giubbotto, il cappellino e qualunque altro ingombro possa recarle fastidio nel suo girovagare tra i manichini.
Nella tua nuova veste di portaborse, ti fai coraggio ed entri. I primi 45 secondi ti servono per ambientarti in un ambiente così ostile: poi, il pensiero che ti verrà in mente altre 14 volte nella prossima ora: devo trovare una poltrona.
A questo punto ci sono due fattori distinti, ma non per questo in contrasto tra loro, che ti impediranno di riposare le tue già stanchissime membra: in primo luogo, nei 7000 metri quadri (per piano) del mega-store ci sono solo due cuscinoni e la lotta per accaparrarseli ha già mietuto varie vittime; secondo e non meno importante fattore, la femmina esige la tua presenza al suo fianco. Perché? Per consigliarla!
E lo sa che non te ne frega un cazzo di quello che compra. Ma ti vuole con sé.
Sconsolato, ti guardi intorno pensando a tutto fuorché i suoi vestiti e ad ogni scalinata, angolo o via di fuga, vedi corpi ammassati come sul campo di battaglia di Braveheart. Sono i maschi che, trascinati come te in quei mostri ammassa-vestiti, non ce l’hanno fatta e sono stramazzati al suolo.
Fuori dai camerini, code interminabili che neanche all’ingresso di Gardaland il 15 agosto, in cui le femmine si scambiano pareri sui vestiti, consigliate dalle commesse (che in realtà sono robot creati dai grandi brand per accompagnare le femmine per interminabili ore di shopping), mentre tu, maschio, scorgi negli sguardi dei tuoi simili lo sconforto e la rassegnazione. Capita a volte di scambiarsi confessioni e, in casi estremi (settimana dei saldi) ultime volontà.
E tu sai che prima o poi, in quella fila, ti ci troverai…
Intanto vieni trascinato da uno scaffale all’altro come un cane al guinzaglio.
Sulle tue braccia vengono ammassati capi di ogni tipo, perché la femmina si ferma ad ogni singolo capo esposto, lo guarda, lo prende in mano facendo cadere quello appeso di fianco, nella maggior parte dei casi esclama: “Carino!”, ti guarda incazzata perché tu non hai ancora commentato, te lo sbatte in mano dicendo che poi se lo proverà e passa al capo successivo.
Se qualcosa non le piace, invece, la prassi è questa (immaginando che si parli di una t-shirt rossa): la guarda, se la mette davanti al petto con aria schifata, sta in silenzio un tempo compreso tra i 5 e i 7 secondi, ti guarda incazzata perché non hai ancora commentato, dice che non si abbina con niente e la rimette giù. Immancabilmente, poi, si sposta di 18 centimetri alla sua sinistra, prende la stessa (o almeno a te sembra così) maglietta, e ne rimane affascinata.
A quel punto non puoi fare a meno di chiederle: “Ma non è la stessa di prima?”. Grave errore.
Risposta: “Ma cosa dici? Intanto questa è scarlatta e l’altra era rosso carminio, poi non vedi il collo che è diverso?”.
E tu ovviamente non lo vedi, perché la femmina nota differenze che l’occhio maschile non percepisce (quando si parla di vestiti).
Tu annuisci, dubbioso, e tiri avanti.
Intanto sono le 15.50 e ti chiedi come mai nessuno ti abbia ancora mandato un sms per aggiornarti sui risultati. Saranno ancora tutti fermi sullo 0-0? No, i tuoi amici sono tutti nella tua situazione. Nessuno sta guardando le partite.
Ovviemente non puoi tirare fuori il cellulare per controllare in internet, perchè le mani le hai occupate.
Ti illudi che sarai a casa in tempo per 90° minuto e riparti.
Passi al secondo piano e inizia a girarti pesantemente la testa, anche per le esalazioni che arrivano dal reparto profumeria.
Ad un certo punto, lei si blocca. Sembra avere dei ripensamenti. Guarda quello che ti ha sbattuto in mano e ricontrolla tutto: una maglia nera, una giacca nera, un cappellino nero, due paia di scarpe (ballerine + tacco) nere, un reggiseno grigio scuro e una cintura nera.
Ti guarda e ti chiede: “Cosa ti piace di più?”
A 16 anni, i ragazzini acerbi temporeggiano in quanto, comprensibilmente, indecisi.
Più si acquista esperienza, più si sa che la cosa migliore da fare è dire subito qualcosa.
“La giacca!”.
“Perché?”
Qualche secondo per assimilare la domanda del cazzo e poi: “Perché ti sta proprio bene!”
Lei sorride.
Ma poi, dice: “Comunque non lo uso tanto il nero!”.
E tu pensi: “E allora perchè hai provato solo cose nere???”
Come se niente fosse, ti dice di lasciare giù tutto.
Dopodiché la sua attenzione viene catturata dal capo più brutto dell’intero negozio (l’ultima volta è stato un cappottone che sarebbe andato bene per pascolare il gregge).
Lo prova, estasiata, ti guarda e aspetta un tuo giudizio (positivo).
Tu, evitando il suo sguardo, borbotti qualcosa ben attento a non dirle quello che non vuole sentirsi dire e ti giri.
Ma lei ti sta già guardando male nel riflesso dello specchio. E allora tu, prendi il coraggio in mano e le dici che la cosa che ha addosso ti fa schifo. Fa schifo.
Lei non se ne capacita. Anzi, ti accusa di essere uno che non capisce niente.
E si gira, se lo mette, se lo rimette e continua a guardarti; sempre peggio.
Tu non vuoi cedere. Le hai già concesso troppo per oggi.
Ma è tutto inutile: lei starà lì finché tu non avrai cambiato idea.
Mentre i tuoi piedi gridano pietà, lei va al reparto pantaloni.
Ne tira su tre paia, li prova (dopo un’attesa di almeno 15 minuti in fila per i camerini), ti chiede quale dei tre sia il più bello, scarta quello che tu hai scelto e poi dice che tanto i pantaloni non le servono.
Tu sei al limite della sopportazione umana.
Se non avessi un orologio avresti perso la cognizione del tempo.
Da una finestra ti accorgi che fuori è già buio.
Ma non è ancora finita.
Scendendo le scale con quell’orribile montone in mano, la vedi che passa a ricontrollare tutti i capi che ha guardato e scartato, più indecisa di prima.
Tu, che non ce la fai più, sei con la testa in un altro posto.
Lei si offende a morte perché non la stai guardando: “Vuoi darmi un po’ di attenzione, o no?”, e per concludere, brandendo un foulard tirato su quasi a caso, ti chiede: “Dai, scegli: il cappotto o questo?”.
Sì perché, incredibile ma vero, lei pretende che la decisione finale la si prenda insieme, come se a te importasse qualcosa (in realtà lo fa solo per poterti poi rinfacciare un’eventuale ripensamento una volta arrivato a casa).
Tu pensi: “2 ore e passa e il dubbio è tra quella merda di cappotto e un foulard che potevi prendere alla bancarella qui fuori??? Adesso ti ammazzo!”.
Prendi fiato, ti rendi conto che qualunque cosa tu dica comporterà altri 20 minuti di coda alle casse e scegli il male minore: “Il foulard…”.
Avviandosi verso la cassa col foulard, lei fa in tempo a darti la colpa del fatto che non le hai permesso di comprare il montone, ma tu sei già con la testa 12 metri più avanti, fuori dai portoni, verso la libertà.
Ad un metro dalla cassa, lei ha l’ultimo ripensamento: “No dai, il foulard non mi piace tanto!”.
Lo lascia giù, riprende la borsa dalle tue mani e va verso l’uscita.
Tu sei troppo stanco per dire qualunque cosa, capisci solo che, come al solito, lei no ha comprato niente. Quand’ecco che la vedi fermarsi allo scaffale posto sapientemente davanti all’uscita, guardare quelli che tu chiameresti pantaloni della tuta, e dire: “Aaahh… E’ vero che mi servono i leggings!” E tu (che dentro vorresti scoppiare): “Ma amore, ce l’hai già il pigiama” e intanto la spingi fuori, camuffando la spinta con un abbraccio. E lei: “Ma cosa dici? Sono da mettere sotto il vestito…”.
Ma tu, che sfrutti l’unico suo attimo di distrazione, ormai l’hai spinta fuori.
Soddisfatto come se avessi vinto tu, ti senti come Michael Scofield dopo l’evasione, prendi dalla tasca il cellulare per chiamare un amico che forse sa cos’ha fatto la tua squadra del cuore, ma ecco che lei ti gela, dicendo: “Va bè dai… li vado a prendere da Bershka!”.
E tu ti rendi conto che l’agonia non è ancora finita.
E ti sorprendi a fantasticare su quando avrà la cellulite e non sarà più attraente e non avrà più mezzi per ingannarti e convincerti ad andare per negozi ogni maledetta domenica.