Tratto da una storia vera
Luke era il classico inglese. Educato, silenzioso e abbastanza altezzoso.
Era il primogenito di molti fratelli: sua madre li aveva dati alla luce tutti insieme e poi era sparita.
I piccoli, avevano dovuto cavarsela da soli in una città come Londra. Non era stato facile. Dopo pochi anni dalla nascita si erano persi tutti di vista e, per quanto ne sapeva, Luke, era l’unico ad avercela fatta; a essere diventato qualcuno.
Favorito anche dalla sua stazza, era diventato uno dei maschi più rispettati e temuti nel suo ambiente.
Si era sempre sentito importante, perché era sempre stato importante.
Aveva avuto molte storie, ma l’amore non l’aveva mai incontrato.
E ora, vecchio e stanco della vita, sapeva che era davvero troppo tardi.
La sua vita era stata ricca di soddisfazioni, ma comunque sempre troppo monotona. Londra era troppo grigia per i suoi gusti. Lui sognava il sole e i colori.
Ogni giorno si svegliava, partiva dalla sua casa sotto il Tower Bridge, risaliva il fiume lentamente fino ad arrivare di fronte alla House of Parliament. Di solito quando si fermava davanti al Big Ben aveva già mangiato. Guardava le persone che passeggiavano sulla riva, osservava i piccioni che volavano sopra la sua testa e si sentiva triste.
Certe volte la gente, dopo averlo visto, lo indicava con stupore. Qualcuno aveva anche provato a fotografarlo. Ma lui, appena se ne accorgeva, scappava via.
Ovunque girasse lo sguardo vedeva grigiore e malinconia.
Era da poco passato il periodo del Natale e tutte le luci che conferivano a Londra un tocco di colore erano sparite.
Sul far della sera se ne tornava verso casa e percepiva tra i suoi simili il timore che incuteva al suo passaggio. Ma ormai non gli importava più.
Aveva più di settant’anni e non aveva mai avuto nemmeno un amico.
“Sei solo un povero luccio solitario” – si ripeteva – “un grosso luccio solo”.
A volte vedeva degli altri lucci nuotare intorno a lui e pensava che forse potevano essere i suoi fratelli, ma quando si avvicinava a loro, li spaventava. E questi scappavano.
Era triste, solo, vecchio e stanco della vita. E stanco di quell’acqua grigia.
Cominciava ad avere sul corpo quelle macchie bianche che vengono ad alcuni pesci nei laghetti koi. Un brutto, bruttissimo segno per un pesce, ma lui non se ne preoccupava.
Sapeva che la sua vita stava volgendo al tramonto: gli animali lo percepiscono. Era triste perché sentiva che stava sprecando gli ultimi suoi momenti in quell’acqua. E soffriva perché a causa della sua stazza e del suo aspetto non aveva nessuno con cui passare le giornate, nessuno con cui dividere qualche tozzo di pane lanciato dia passanti, nessuno con cui risalire il fiume.
Nuotava solo, quasi svogliato, nell’acqua gelida.
A volte si faceva trasportare dalla corrente e si prendeva un momento per guardare verso il cielo.
Non aveva mai messo la testa fuori dall’acqua e si chiedeva come sarebbe stato.
Intanto, delle gocce d’acqua cadevano sull’acqua e facevano dei cerchi sulla superficie: capitava quasi tutti i giorni in quella grigia città e in quel tortuoso serpente che, ancora più grigio, la tagliava in due.
Un giorno, mentre nuotava in cerca di cibo, incontrò un branco di pesci che scappavano in direzione opposta a quella in cui lui stava nuotando. Ovviamente alla sua vista, tutti si spostarono, ma lui riuscì comunque a fermarne qualcuno e a chieder loro da cosa stessero scappando.
Pensò a qualche rete buttata in acqua per catturarli; gli era capitato così tante volte nel corso della sua vita… Invece questo piccolo e impaurito pesciolino gli disse: “C’è un pesce grandissimo, non lontano da qui, signor Luke. Un pesce molto più grande di lei!”.
Luke guardò il pesciolino con aria infastidita. Era lui il pesce più grande del Tamigi. Tutti lo sapevano e lo avevano sempre saputo: due metri di lunghezza, una cosa mai vista per un luccio.
“Non mi guardi così signor Luke: questo non è un luccio! Nessuno l’ha mai visto! E’ grandissimo!”
E prima che Luke potesse fargli altre domande, il pesciolino era già scappato.
Luke allora si fece forza e decise di andare a vedere di che mostro si trattasse.
Nuotò più velocemente di quanto avesse mai fatto, i suoi lunghi baffi erano adiacenti al suo corpo e le sue branchie si aprivano e si chiudevano ad un ritmo impazzato; e ad un certo punto, frenò bruscamente.
Davanti a lui, galleggiava sulla superficie un pesce immenso. Molto più grosso anche di quelli che i vecchi lucci raccontavano nelle leggende. Un pesce che, forse, grosso così, poteva esserci solo nell’oceano.
Era impaurito, Luke. Per la prima volta nella sua vita adulta si trovava ad avere paura di un altro pesce.
Ma doveva comunque farsi valere: era lui il re del fiume e chiunque fosse questo mostro dalle dimensioni incredibili, avrebbe dovuto andarsene.
In un modo o nell’altro.
Gli nuotava intorno, tenendosi a una certa distanza; e più si avvicinava, più la sua paura e la sua rabbia, venivano sopraffatte da un senso di tenerezza.
Vedeva negli occhi di questo bestione la stessa tristezza che lui stesso provava da tempo.
“Chi sei?” – chiese – “Non ti ho mai visto in queste acque!”
“Mi chiamo Wallie. Mi sono persa.”
”Da dove vieni?”
“Cos’è? Tu non scappi da me?” chiese Wallie ironicamente.
“Ma che cosa sei?”
”Sono una femmina di balena. Vengo dall’oceano. Stavo scappando e mi sono persa. Dove siamo?”
“Siamo a Londra… Da cosa stavi scappando? C’è pericolo?”
“No, tranquillo… non c’è più nessun pericolo!” rispose la balena con aria molto triste.
Luke provò un forte senso di compassione per quell’essere, ma si ricompose in fretta e, con un tono che si addiceva perfettamente ad un gentleman – o gentlefish – londinese, le disse: “Mi spiace, ma devo chiederti di lasciare queste acque!”
“Senti…”
“Luke!”
“Piacere Luke!”
“Piacere mio!”
“Senti Luke, io non voglio minare la tua autostima mettendo in discussione la tua leadership in queste acque. Ho solo bisogno di una mano per andarmene. Prometto che non mangerò nessuno, ma devi aiutarmi ad andarmene in fretta.”
Luke si sentì ancora più importante del solito: un pesce così grande aveva bisogno del suo aiuto. Inoltre, per la prima volta dopo tanto tempo, aveva una ragione per cui vivere e proprio quei giorni che potevano essere gli ultimi della sua triste esistenza.
Prese questo incarico come una missione d’onore e iniziò a pensare a come far uscire Wallie da quelle acque.
“E’ molto semplice, cara Wallie: girati e nuota al contrario. Raggiungerai il mare abbastanza in fretta…”
“Mi spiace deluderti, ma non è semplice per niente. Qui è troppo stretto e non riesco a girarmi. Inoltre l’acqua è troppo bassa. Poi non mangio da due giorni e hai idea di quanto mangi una balena?”
“Tanto?”
“Tantissimo!”
E poi quest’acqua è diversa da quella in cui vivo io… è meno densa e faccio più fatica a respirare… mi sento molto debole…”
”Ok, un problema alla volta: vieni con me. Poco più avanti c’è un’ansa in cui forse ti puoi girare!”
“Proviamo…”
Luke e Wallie nuotavano, mentre gli altri pesci li guardavano nascosti dietro a delle pietre o sotto la sabbia.
Il loro viaggio non fu però semplice: delle barche con a bordo delle persone li intralciavano e ne rallentavano le pinnate.
Riuscivano a non pensare, anche se solo parzialmente, alla fatica perché avevano tanto, tantissimo tempo per parlare. Luke non si sentiva così vivo da diversi anni e anche Wallie, che nell’ultimo periodo era stata molto sola, era felice per aver trovato qualcuno con cui condividere quei momenti difficili.
Era evidente che si trattava di due anime sole che non erano più felici da troppo tempo.
Inoltre, Luke sapeva che gli restava poco da vivere e Wallie conosceva bene il rischio che stava correndo e quale sarebbe stata la conseguenza se non fosse riuscita ad andarsene da lì, il più in fretta possibile.
“Devi promettermi una cosa!” disse Luke.
“Tu mi stai aiutando… chiedimi quello che vuoi!”
“Se io sarò troppo stanco per proseguire, una volta raggiunto il mare, sarai tu ad aiutare me. Voglio vedere com’è l’oceano!”
“Ma tu non sopravviveresti nell’oceano!”
“Lo so, ma non mi manca molto nemmeno qui…”
Wallie capì: “Ok, te lo prometto!”
Dopo un viaggio che sembrava non finire più, raggiunsero l’ansa che Luke aveva descritto.
“Dai, prova a girarti qui!” propose Luke.
Con uno sforzo non indifferente Wallie riusci a rivoltarsi. Nel movimento urtò però gli argini del fiume e si ferì.
Non erano ferite gravi, ma la indebolivano ancora di più.
Senza fermarsi per riposare, tornarono indietro e ripercorsero il fiume verso il mare.
La corrente li trasportava ma era troppo lenta e Wallie era troppo pesante.
Ci misero il doppio del tempo dell’andata, solo per raggiungere il punto da cui erano partiti.
Ormai Wallie era allo stremo delle forze. Luke procacciava del cibo e ne dava la metà a lei, ma non bastava per nessuno dei due.
E come all’andata, sul loro tragitto trovarono le barche degli uomini a rallentarli.
Le evitarono e proseguirono.
Si erano conosciuti da poco, ma avevano in comune così tante cose che si erano affezionati subito l’uno all’altra.
Lei apprezzava il fatto che lui, a differenza di tutti gli altri pesci, non fosse scappato e la stesse aiutando. Lui era felice di farlo perché si rivedeva in lei e capiva quanto lei potesse soffrire; e perché aveva trovato una compagnia per i suoi ultimi giorni.
Per una volta non erano una balena che scappava e un luccio che intimoriva i suoi simili: erano due pesci, che si aiutavano l’un l’altra. Erano due amici.
Il pensiero di non farcela si faceva strada in loro: una troppo debole, l’altro troppo vecchio.
Ma non volevano mollare, ci avrebbero provato fino alla fine.
Era passata la notte e l’acqua, illuminata dal sole, cominciava a schiarirsi.
Non dormivano e non si riposavano da moltissime ore.
All’improvviso, delle reti ruppero la superficie dell’acqua: stavano cercando di catturare Wallie.
Luke usò tutti i suoi cinquecento denti per provare a strapparla da quella trappola, dimenandosi come se fosse rimasto impigliato lui, ma non ce la fece.
Risalì velocemente verso la superficie, mentre anche Wallie provava a dimenarsi.
Luke si fermò ad un passo dal confine tra il suo mondo e un altro che non conosceva.
Aveva paura.
Guardò Wallie negli occhi, che pian piano veniva trascinata fuori dall’acqua.
Si fece forza, respirò profondamente ed emerse.
L’aria era elettrica. Si attaccò letteralmente a Wallie, che all’aria, era morbida e calda. E sembrava non pesare più così tanto, mentre veniva issata.
Una corda si ruppe e Wallie ripiombò sott’acqua.
Luke si immerse subito e sentì il suo lamento, che suonava come una triste promessa che gli fece scendere una lacrima.
Una lacrima che si andò a confondere con l’acqua intorno a loro.
Una lacrima che, cadendo nel Tamigi, non fece rumore.
Si avvicinò a Wallie: “Io non ti abbandono! Andrà tutto bene. Ti salverò da ciò che ti fa paura, anche nell’oceano. E ti porterò via, lontano da qui!”
“Lascia perdere… ormai non c’è più niente da fare…”
“No!” – rispose perentorio; poi si placò e sorrise – “E poi mi hai fatto una promessa…”
“Hai fatto quello che potevi, ora pensa a salvarti tu.”
“Wallie, ormai ci resta pochissimo da vivere. E quei pochissimi istanti che ci restano li voglio passare con te. Il mare è qui vicino. Ce la possiamo fare… Liberati!”
Ma proprio mentre Luke diceva così, Wallie venne issata di nuovo.
“Aprì la bocca!” disse Luke
“No, ti condannerei a morte… non posso!”
“Aprila, ti prego! Voglio venire con te. Ovunque!”
Si guardarono per un tempo che pareva essere infinito.
Era la fine per tutti e due, ma Wallie capì che sarebbe stato meglio affrontarla insieme, così aprì la bocca, raccolse molta acqua e lasciò che Luke ci si tuffasse dentro.
Poi fu issata dalle funi e dalla rete e si sentì sollevare sopra la superficie del fiume.
Si sentiva debole e leggerissima. E saliva sempre più su.
“Dove ci portano?” chiese impaurito Luke.
“Non lo so…” rispose a fatica Wallie.
Volando, venivano trasportati verso il mare, in un disperato tentativo di salvare la vita a Wallie.
“Guarda! Quello è il mare!” gridò felice Luke che intravedeva qualcosa dalla bocca semiaperta di Wallie.
Ma Wallie era stremata e perdeva sangue: “Ci stanno portando verso l’oceano Luke, ma no so se ce la farò…”
“No, tieni duro… ormai ce l’hai quasi fatta!”
”Ma tu non ce la farai! Ed è colpa mia!”
“Tu stai mantenendo la tua promessa, Wallie” anche a Luke cominciava a mancare l’aria, visto che Wallie perdeva l’acqua di fiume dalla sua bocca – “tra finire la mia vita in quel grigio fiume da solo e finirla nell’oceano con te, bè… questa è la fine che vorrei!”
Wallie sorrise, distrutta.
Finalmente in lontananza videro l’oceano.
“Ci siamo, Luke”, disse Wallie con un filo di voce.
“Dai che forse ce la facciamo…” rispose debolmente Luke
“Non ce la faccio… guarda, avvicinati. Appoggiati sulle mie labbra” sussurrò Wallie, aprendo appena la bocca.
Luke si arrampicò a fatica tra i denti di Wallie. Sentiva che non gli rimaneva molto.
La vista dell’oceano gli pervase l’anima. Restò commosso e senza parole.
Dopo qualche secondo, Wallie disse: “Hai visto? Ho mantenuto la mia promessa!”
“Grazie Wallie, è il momento più bello della mia vita. Ed è l’immagine che voglio portare con me.”
“Grazie a te Luke, è stata una fine dolce.”
Smisero di respirare insieme, pochi metri prima che Wallie venisse calata nelle acque dell’Atlantico.
Lui non seppe mai da cosa lei stesse scappando.
Se ne andarono in un istante solo, verso un viaggio che li avrebbe visti compagni per l’eternità.
Due creature così diverse tra loro, che vivevano in due mondi diversi, si erano incontrati per caso.
Ma si erano incontrati troppo tardi.
E il tempo che non avevano avuto in vita, ce l’avrebbero avuto adesso.
Galleggiando insieme, in quelle acque color blu profondo che Luke avrebbe sicuramente amato.




















