
Esce il nuovo album dei Coldplay e tutti si fanno subito la stessa domanda: “E che cazzo significa Mylo Xyloto?”. Bene, visto che la risposta pare non esserci, e forse nemmeno m’interessa, sorvolerò e mi concentrerò sull’analisi del disco. Non un’analisi tecnica, mica sono un musicista io (anche se il piglio della rockstar ce l’ho eccome), ma un’analisi di cuore, fatta da uno che un pomeriggio di undici anni fa si trovò incantato di fronte a una canzone talmente bella da essere difficile da descrivere: Yellow, secondo singolo della storia dei Coldplay.
Voglio proprio partire da lì con la mia analisi, da quell’umido pomeriggio d’autunno, quando davanti a MTV aspettavo e aspettavo che venisse trasmesso quel video. Erano anni un po’ merdosi per la musica: tante boyband, tante girlband (si chiamano così?) e poca roba di qualità. Sì ok, cantavo anch’io con i Beckstreet Boys e le Spice Girls, ma non mi convincevano. Non convincevano nessuno, dai. E poi arrivarono loro. Erano brutti, nei video non ballavano e non presentavano scenografie particolari. Pochi fronzoli insomma, ma gran bella musica. Musica vera: scritta e suonata da loro. Il primo singolo fu Shiver, poi appunto Yellow, quindi Trouble. Capite bene che chi comincia così è un grande! Parachutes (2000) fu un meraviglioso album. Il primo (nonostante qualcuno si ostinasse -e forse si ostini- a dire che esisteva un “very very first”… Ah, a proposito: mi sono documentato negli anni: avevo ragione io! Esistono tre EP precedenti, ma il primo CD è Parachutes!).
Poi arrivò A rush of blood to the head (2002). E io, che mi sono accostato alla musica con i Queen, pensavo: “Finalmente ho anch’io un gruppo che mi piace e da seguire sempre!”. Sì perché il secondo album era anche meglio del primo! In my place, Politik, Clocks e ovviamente la soave The scientist. Erano gli anni dell’amore. E i Coldplay rappresentavano la colonna sonora perfetta per quel periodo. Poi ci fu X&Y, lanciato da Speed of Sound, singolo al quale seguirono a ruota Fix you, Talk e The hardest part. Le altre canzoni non erano niente di che, ma con i quattro singoli estratti ci costruirono un’ennesima fortuna.
E rimanevano coerenti alle loro idee, alla loro musica un po’ malinconica e dal suono un po’ freddo. Erano simpatici prima che belli, non gliene fregava niente di niente. Erano perfetti! E io credevo che sarebbe durata per sempre.
Invece qualcosa cambiò: nel 2008 uscì Violet Hill. Bella canzone, per carità, ma senza quel quid che la rendesse speciale. Però dai, dopo tre dischi bellissimi -pensavo- concediamoglielo… mica potranno tirare fuori solo capolavori. E infatti poi ci fu Viva la vida, quella che secondo me è in assoluto la loro canzone migliore (sebbene sia, diciamo così, liberamente e sospettosamente ispirata a una canzone di Joe Satriani). L’omonimo album quindi era pronto ad accaparrarsi le mie rinnovate lodi. E invece i Coldplay avevano cambiato stile. Le ambientazioni cupe e i costumi illuministici (intendiamoci: meravigliosi! Per avere quella giacca ho passato di tutto!) non c’entravano nulla con il resto dell’album. Canzoni come Lovers in Japan, Lost o Strawberry Swing sono carine, ma non convincono del tutto. Sono “canzonette” se paragonate ai capolavori dei primi album. E poi quegli esperimenti di mettere due canzoni in una? E poi l’EP Prospekt march con i vari remix e le collaborazioni improbabili? Ma che roba è? Non è certo roba da Coldplay!
Quindi un’attesa snervante prima del Natale scorso, celebrato dal singolo Christmas lights e una nuova attesa dopo il Natale. Doveva uscire il nuovo CD a gennaio, poi in primavera, poi a inizio estate… Buon marketing, ok. E molto bella la canzone di Natale. Ma in sostanza? In sostanza siamo arrivati all’estate 2011. Lo scorso giugno, a Venezia, ho assistito al mio quarto concerto dei Coldplay. C’ero nel 2002 al Forum a Milano, piccolo e per la prima volta innamorato. C’ero nel 2005 all’arena di Verona, un po’ più grandicello e in una serata che ricorderò per tutta la vita. C’ero, di nuovo, al forum nel 2008, incazzato ma felice (sì, è possibile). Ci sono praticamente sempre stato! E loro ci sono sempre stati a fare da cornice a momenti indimenticabili.
Ed eccoci qua, all’autunno 2011 e all’album Mylo Xyloto. E quindi siamo anche arrivati (finalmente) all’analisi che avevo promesso.
Il giudizio è semplice: per me non ci siamo. Ho ascoltato il CD per due settimane dopo averlo legalmente scaricato da iTunes (perché io sono un vero fan e i soldi ai Coldplay glieli do volentieri). Il singolo d’esordio (Every teardrop is a waterfall), oltre a essere uno spiacevole plagio, è un’altra canzonetta: un motivetto allegro, ma non è né carne, né pesce. Paradise, l’ultimo singolo estratto è carina, ok. Però non va da nessuna parte. Ha un gran bell’inizio, vero. Certo che se butti dentro dei violini in una canzone rock hai fatto la magia e questo loro devono saperlo molto bene, infatti quando entrano i violini nell’introduzione è da pelle d’oca…. Ma poi ci si ferma lì: il ritornello non è niente di speciale.
Per il resto, sono dichiarate quattordici canzoni, ma in realtà sono dodici, perché due sono degli intro musicali dei una trentina di secondi l’uno. Nei 44 minuti totali di musica, ci sono un paio di canzoni che vale la pena menzionare, e sono quelle che stanno in testa alla mia classifica di questo CD. La canzone con Rihanna, probabilmente costruita a tavolino per vendere milioni di copie, non vale niente. Anche se almeno serve a far capire al mondo che Rihanna sa cantare anche con la bocca e non solo con il naso.
Eppure va detto che, nel complesso, Mylo Xyloto è piacevole. Cioè, lo puoi mettere su in macchina e ascoltare dall’inizio alla fine e non t’annoia, anzi! Le musiche sono molto valide. E il packaging funziona alla grande! I temi cupi e misteriosi del 2008 hanno lasciato spazio a giacche freschissime, a colori fluo e a bombolette spray che fanno quello che vogliono.
Però, se in Viva la vida almeno il capolavoro c’era, qua manca. E’ un album più che accettabile eh! Ma non spacca. Non come spaccavano i primi! Mi sembra che ci si sia troppo concentrati sul marketing, sulla presentazione, sul mistero che aleggia riguardo al titolo, sul look… su tutto tranne che sulle canzoni. Ed è un peccato. Perché un fan come me pretende il top dai Coldplay. Un gruppo che ha rappresentato un punto di svolta dalle boyband inglesi e americane, non può ora omologarsi al sistema, fare canzonette che piacciono subito quando le ascolti (perché in fondo sono tutte orecchiabili) ma che poi non ti lasciano nulla.
Insomma ragazzi, qui mi sa che volete far colpo sui nuovi diciassettenni e invece io vorrei che rimanesse soddisfatto anche chi diciassette anni li aveva quando voi avete cominciato…
In un’intervista recente Chris Martin ha dichiarato: «Siamo in quell’età in cui o lasci o rilanci. Solo perché siamo stati famosi, non significa che lo dobbiamo essere ancora».
Verissimo, Chris! Ora scegli se vuoi diventare una leggenda o essere uno che ha fatto cinque dischi e poi è sparito.
Come preannunciato, stilo una piccola top 5 interna. Le cinque canzoni migliori dell’album secondo il mio parere (sempre dettato più dal cuore che dal giudizio tecnico):
1- Hurts like Heaven
2- Don’t let it break your heart
3- Paradise
4- Every teardrop is a waterfall
5- Us against the world
Chiudo qui, comunque in trepidante attesa dei biglietti per il concerto che dovrebbe vederli a giugno a San Siro e convinto che anche quello diventerà un momento indimenticabile. E speriamo che con Mylo Xyloto o con il prossimo album, si torni ai fasti di Shiver, di The Scientist e di Fix You. E che si vada anche più in là.