mag 13
edoardo @ 09:19

SCRUBS – My Finale

Per Scrubs ci vorrebbe una sezione apposita nel sito.
Una serie TV che ho seguito sin dalle prime puntate nel 2001.
All’inizio, devo ammetterlo, con un po’ di diffidenza. Ma poi, con il passare degli anni e delle puntate, con sempre maggior interesse.
Fino ad arrivare ad oggi.

Le prime stagioni erano divertenti, ma forse un pochino troppo demenziali.
Poi, piano piano, sono maturati i personaggi, si sono evoluti e le vicende sono diventate sempre più interessanti e profonde, senza però mai lasciare quella vena ironica ed esilarante che caratterizza la serie, insieme alla colonna sonora migliore che abbia mai ascoltato in un serial per la TV.

Ho fatto davvero il tifo per la storia tra JD ed Elliot, sono rimasto in trepidante attesa dal momento in cui ho assistito al season finale della sesta stagione (My point of no return), e ora che mi resta da vedere solo l’episodio conclusivo, il series finale (8×18 – My Finale) sono abbastanza combattuto.
Da un lato voglio vedere come va a finire; ma dall’altro so che dal momento in cui finirà l’episodio avrò perso un fantastico passatempo. E anche dei magnifici compagni di viaggio.
Ho sempre fatto fatica a dire che Scrubs fosse la mia serie TV preferita. Sia perchè non è una serie drammatica (basa la maggior parte delle sue vicende sulla comicità), sia perchè a differenza di tutte le altre che guardo dura 20 minuti a puntata… quindi mi sembrava un po’ meno serie TV di tutte le altre.
Ma con il passare delle stagioni, la mia idea è cambiata…

Dopo stasera, riguarderò le puntate in cofanetto, magari ricominciando da capo, ma non sarà la stessa cosa.
E non sarà la stessa cosa nemmeno se, come qualcuno dice, la serie andrà avanti senza Zach Braff.

Insomma, stasera quando lo vedrò un po’ le cose cambieranno.
Sarà anche il Mio finale.

 

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Ed eccomi qui, dopo aver assistito alla fine della fine.
Geniale, come sempre.

Quante volte capita di piangere e ridere contemporaneamente? Pochissime…
Poco fa mi è successo.

Non è stato un finale drammatico. Non è morto nessuno.
Nessuno si è sposato, nessuno si è lasciato.
E’ stato un finale in stile Big Fish.
C’erano tutti i compagni di otto anni di storie a celebrare l’addio di JD.
E c’erano le solite, ovvie fantasie di JD che forse, per una volta, si realizzeranno.

Zach Braff è andato, signori.
Facciamocene una ragione.
Il 13 maggio 2008, ho assistito al mio primo series finale.
Di quella che, ora finalmente posso dirlo, è stata la mia serie TV preferita.


Endings are never easy. I always build them up so much in my head, they can’t possibly live up to my expectations, and I just end up disappointed. I’m not even sure why it matters to me so much how things end here. I guess it’s because that we all want to believe that what we do is very important: that people hang on to our every word, that people care what we think. The truth is, you should consider yourself lucky if you even occasionally get to make someone, anyone, feel a little better. After that, it’s all about the people you let into your life.”

feb 03
edoardo @ 18:20

timForse sono troppo di parte per descriverlo, ma proverò a trattenermi, nonostante tutto quello che mi venga in mente ora siano parole come “genio” o roba simile.
Tim Burton nasce nel 1958 a Burbank e si appassiona al cinema soprattutto grazie ai cartoni animati e ai vecchi film horror, interpretati soprattutto da Vincent Price (per gli appassionati, anche presente in una puntata dei Simpson, quando Lisa e Marge colorano le uova alle quali mancano i piedini, mentre Bart e Homer sono a vedere il Superbowl; quelle erano le uova di Vincent Price).
Questi due generi (l’animazione e l’horror) saranno fondamentali nella carriera di Burton. Infatti il suo primo impatto con il mondo dello spettacolo avviene nel 1980, anno in cui viene assunto come animatore dalla Disney e nel 1981 è il disegnatore del film Red e Toby – Nemiciamici.
Successivamente firma qualche piccola opera, sfiora la direzione de La mosca (all’ultimo rinuncia e il film viene affidato a David Cronenberg) nel 1986 e finalmente dirige, nel 1988, il primo film che lo lancia nella nicchia dei famosi: Beetlejuice – Spiritello porcello, soprattutto per il cast che si ritrova a dirigere: Michael Keaton (uno dei suoi attori feticcio), Alec baldwin, Geena Davis e Winona Ryder.

L’UOMO PIPISTRELLO

Passa un anno e arriva la grande conferma, con la trasposizione cinematografica della storia di Batman, con Michael Keaton, Jack Nicholson e Kim Basinger. Il film è un successo; campione d’incassi e la mano di Burton si vede: nei costumi, nelle scenografie e nella fotografia. In particolare, va ricordato com’era “disegnato” il personaggio del Joker (J. Nicholson). Ovviamente Burton viene confermato per il sequel Batman – Il ritorno (1992), in cui a fianco di Keaton troviamo Danny DeVito, Michelle Pfeiffer e Christopher Walken con sullo sfondo una Gotham City che sembra reale.

IL RAGAZZO OSTRICA

Nel 1990 inizia il sodalizio tra Burton e Johnny Depp (sicuramente il suo attore più amato), quando il regista porta sul grande schermo la trasposizione di un personaggio di un suo libro (che vi consiglio!) Morte malinconica del ragazzo ostrica: Edward mani di forbice. Un film bellissimo; commovente, fantasioso, ironico e romantico.

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Particolarmente evidenziate sono la solitudine e la tristezza, sensazioni in cui tutti possiamo ritrovarci e che tutti abbiamo provato almeno una volta. Così come il senso di incompiutezza di Edward (Johhny Depp) che parlando con il suo “creatore” (quel Vincent Price che aveva così fortemente condizionato il giovane Burton), si lamenta con poche, semplici, tristi parole: “Non mi hai finito…”. Un film assolutamente da vedere. La protagonista femminile è Winona Ryder.

BURTON’S NIGHTMARE

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Dopo tre successi, Burton decide di lavorare ad un documentario su Price, ma durante la realizzazione, l’attore muore. Il destino vuole che, come in Edward mani di forbice, in cui lo scienziato che crea il mostro, muore prima di aver portato a termine la sua opera, quello che probabilmente fu il fautore del successo e del genio (o più semplicemente della passione) di Burton, muoia prima che l’opera sia conclusa.
Avvolto da un alone di tristezza e solitudine, nel 1993, Burton si butta in un progetto che unisce fantasia e amore, romanticismo e idea di morte. Ne viene fuori un film a dir poco meraviglioso, realizzato con la vecchia tecnica della stop-motion aggiornata con quella moderna computerizzata, e paradossalmente il più autobiografico e personale dei suoi film: Tim Burton’s Nightmare before Christmas.

SUCCESSI MINORI

Il sodalizio con Johnny Depp prosegue nel 1994, anno di uscita di Ed Wood, omaggio a Edward D. Wood Jr., campione del cinema a budget zero, alcolizzato, eterosessuale che amava vestirsi da donna, anche pornografo, definito “il peggior regista del mondo”. Film discreto ma che ottenne uno scarso riscontro al botteghino.
Due anni dopo è la volta di un cast stellare capitanato da Jack Nicholson (Rod Steiger, Annette Bening, Glenn Close, Sarah Jessica Parker, Michael J. Fox, Pierce Brosnan, Danny DeVito, Tom Jones, Jack Black e Natalie Portman) in un film di fantascienza e dai toni volutamente e calcatamene grotteschi: Mars attacks!,giudicabile come Fantozzi giudicò l’ormai celeberrima Corazzata Potemkin…
Nel 2001, Burton decide di girare un remake de Il pianeta delle scimmie e ne esce Planet of the apes, che suscitò critiche avverse e basso rendimento al box-office.

OMAGGIO AL GENERE HORROR

In mezzo a quei tre insuccessi si piazza nel 1999 un omaggio ad alcuni registi del genere horror, come Mario Bava, Roger Corman e, ovviamente, Vincent Price, con una storia di streghe, il cui protagonista è il cavaliere senza testa (interpretato da Christopher Walken); il film, Il mistero di Sleepy Hollow, ha anche una piega ironica grazie all’interpretazione di Jhonny Depp, che dà al suo personaggio i connotati di “eterno distratto” che solo lui sa dare.

THE MASTERPIECE

Ma il vero capolavoro di Tim Burton arriva nel 2003 e incredibilmente senza il suo feticcio Depp, ma con uno splendido Ewan McGregor (Trainspotting, velvet goldmine e Guerre stellari), con Melena Bonham Carter (moglie di Burton e protagonista di Fight Club) e con Jessica Lange, Steve Buscemi e Danny DeVito.
Big Fish – Le storie di una vita incredibile è una carrellata di personaggi bizzarri.

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Edward Bloom: un ormai vecchio commesso viaggiatore contaballe ottusamente radicato nei racconti fantastici con cui ha descritto la sua vita o un personaggio misterioso e mitologico o un avventuriero dalla vita straordinaria? Agli occhi del figlio Will la risposta è certa e inappellabile: Ed Bloom (interpretato rispettivamente da Ewan McGregor nella versione giovanile e da Albert Finney nella fase della vecchiaia, entrambi magnifici) altro non è che una figura lontana e patetica, incapace di affrontare la realtà e colpevole di averla sempre sfuggita attraverso il ricorso alle fiabe con cui l’ha rivestita. Giunto al capezzale del padre vecchio e malato dopo tre anni di distanza e di silenzio, a Will non resta che tentare di decifrarne la vita partendo proprio da quei racconti che Edward Bloom si ostina a ricordare: il suo incontro con una vecchia strega e con un gigante gentile, il suo strano soggiorno nello sperduto paesino di Spectre, la sua gavetta nel circo fra nani e uomini – lupo, la sua mirabolante impresa nella guerra di Corea, la romantica conquista della moglie (Jessica Lange) e infine quella continua ricerca del “Pesce Gigante”, simbolo di una tensione alla dimensione magica dell’esistenza mai spenta, mai sopita. E la vera scoperta sarà capire come nella vita realtà e magia siano perfettamente conciliabili, a patto che si sia in grado di accogliere la vita stessa con occhi nuovi e con una nuova capacità di ascoltare. Realizzato a seguito della morte del padre e mentre lo stesso regista stava preparandosi a diventarlo, Big Fish può essere considerato un punto di svolta nella carriera di Tim Burton, il suo “film della maturità”: non più mondi fantastici popolati da uomini – pipistrello, scheletri sognatori o Frankenstein ingenui con le lame al posto delle dita, ma luoghi dell’anima in cui realtà e immaginazione possono finalmente incontrarsi. E proprio il cuore ingenuo dell’America rurale, l’Alabama delle piccole cittadine senza tempo e dai mille corsi d’acqua, diventa lo scenario per questo toccante e visionario ritratto di padre. Un film bellissimo, commovente e inclassificabile.
Alla fine starete lì a sperare che le storie di Ed Bloom siano vere. E la lacrimuccia scenderà anche ai più duri di cuore!

RITORNO ALLE ORIGINI

Charlie e la fabbrica di cioccolato del 2005 (buon remake di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato) e La sposa cadavere (sempre nel 2005) rappresentano un ritorno alle origini: il primo perché è un desiderio che Burton realizza dopo tanti anni di attesa, il secondo perché è un film d’animazione girato con la stessa tecnica di Nightmare before Christmas. La sposa cadavere, in particolare, tratto da un’antica leggenda scandinava, sarà una delle perle più luminose della filmografia di Burton, sebbene inferiore al suo “predecessore”: la grazia, il malinconico amore, la voglia di amare che emergono da quel film traspaiono puri e immacolati, nonostante sia una storia che tratti il rapporto impossibile fra una morta e un vivente, tanto è vero che sarà nominato all’Oscar come miglior film animato dell’anno.

Insomma, per la maggior parte del pubblico Tim Burton è un visionario che fa cartoni animati. Sbagliato!
E’un regista capace di amalgamare, nei suoi film, aspetti della vita diversi e a volte contrastanti. Tim Burton è sofisticato e kitch, è triste e ironico, unisce la fantasia alla realtà, la tenerezza all’assurdità e in ogni sua opera ci sono velature sensibili e romantiche, sia che si stia assistendo ad un cartone horror, sia che si stia assistendo ad un film grottesco.
Saprà divertirvi e intimorirvi; farvi riflettere e commuovere.

feb 03
edoardo @ 18:14

Il film che attendevo da più di un anno.
Il film che potrebbe cambiare la storia del cinema.

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Dopo lo strepitoso successo di Ratatouille, Disney e Pixar tornano più in forma che mai.
Il progetto che Lasseter e soci avevano in programma, pare, già da prima che la Pixar venisse fondata, dà vita ad un altro personaggio che, così come per Remy un anno fa, è impossibile non amare!
Eh sì, perchè il paragone con il film precedente è d’obbligo quando si parla di una produzione del genere.
Ormai il livello raggiunto è difficile da descrivere; ed è anche difficile da elogiare, perchè si fa sempre più fatica a trovare le parole giuste, senza essere ripetitivi.
E il termine “capolavoro”, benchè un po’ consumato, ci sta a pennello per questa nuova opera di Andrew Stanton…

Wall-E (Waste Allocation Load Lifters – Earth), è un piccolo robot, rimasto solo sulla Terra, ormai diventata pianeta-discarica.
Il suo compito è quello di fare pulizia e mettere ordine. Ma dopo 700 anni di solitudine, se si esclude la compagnia -anzi, l’amicizia- di un piccolo e fedelissimo insetto, si è evoluto e ha acquisito una personalità.
Una personalità che gli permetterà di provare dei sentimenti quando da un’astronave sbarcherà Eve (Extra-terrestrial Vegetation Evaluator) per cercare tracce di vita sulla Terra.

Le avventure vissute da Wall-E e da Eve sono, nella loro semplicità, un tributo alla coerenza e alla linearità della sceneggiatura. Niente viene lasciato al caso, nè viene tralasciato.
Ma ad impressionare ancora di più, oltre alla stracitata capacità di rendere reali le immagini, è il tentativo (perfettamente riuscito) di dare voce a chi voce non ne ha una: in un film di un’ora e mezza, ci sono all’incirca 10 minuti di “parlato”. Il resto, come nel miglior film di Charlie Chaplin, è affidato alle emozioni che i due protagonisti provano e ci fanno provare.
Una semplice semirotazione degli occhi di Wall-E o un cambio di taglio nei led luminosi che sono gli occhi di Eve, fanno sembrare vere le facce dei due robot. E in silenzio, i due, si dicono e dicono molto più di quanto si potrebbe fare parlando o recitando.
Eccezionali sono gliocchi di Wall-E che guarda il cielo o la sua Eve “spenta”; eccezionale (l’ho detto che ormai è difficile trovare il termine giusto senza essere ripetitivi) è l’espressione di Eve che ride.
E la raffica di emozioni che travolgerà lo spettatore è intuibile da subito. In particolare dal momento in cui Wall-E, guardando per l’ennesima volta Hello Dolly, prova solitudine e ci fa capire quanto vorrebbe stringere la mano a qualcuno come fanno Gene Kelly e Barbara Streisand.
Oltre a questa e ai già menzionati richiami Chapliniani, evidenti sono le citazioni da Corto circuito e da 2001: Odissea nello spazio (anche nella colonna sonora).

Se in Ratatouille venivano affrontati temi riguardanti la critica e le scelte personali (con risultati eccellenti), in questa nuova pietra miliare che Disney e Pixar pongono nel cinema d’animazione, si spazia dal cupo futuro che potrebbe aspettarci con relative riflessioni ambientaliste, alla solitudine, fino ad arrivare al romanticismo delle più classiche storie d’amore Disneyane.
E il tutto è fatto con una sapienza e una tecnica superiori perfino a quelle del film di Brad Bird.
Tanto che sono portato ad una previsione ancor più azzardata e rosea di quella (azzeccata) di un anno fa: l’Oscar per il miglior film d’animazione sarà una formalità.
E se arrivasse una nomination per il miglior Film? Sarebbe così strano?
Assolutamente no.
E non mi sorprenderei nemmeno se, Wall-E stesso, venisse candidato a miglior attore.
Pensateci: nel film più rivoluzionario della storia della Disney, perchè non portare una rivoluzione anche in tal senso?
E poi, quante volte un personaggio è stato in grado di far sorridere come Wall-E, di farsi voler bene come Wall-E, o di coinvolgere come Wall-E?
Per quanto mi riguarda, davvero poche.

Alzi la mano chi non si è commosso, pochi minuti prima della fine, quando Eve cambia il cip della memoria.

Questo meraviglioso film, potrebbe davvero stravolgere gli equilibri a Hollywood.
Ed in questo senso, Wall-E, potrebbe cambiare la storia del cinema.

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feb 03
edoardo @ 18:12

FunnyGamesPosterDi Michael Haneke
Con Tim Roth, Naomi Watts, Michael Pitt e Devon Gearhart.
Estate. Primo giorno di vacanza.
Una famiglia borghese viaggia in macchina per raggiungere la casa al lago, ascoltando musica lirica.
La ripresa dall’alto della macchina ricorda molto quella del tragitto verso l’Overlook hotel di Shining.
Il tranquillo quadretto viene bruscamente interrotto da una canzone assordante e demoniaca di John Zorn, e dai titoli di testa rosso sangue.
E’ il preludio ad una vacanza, che verrà interrotta presto dall’arrivo di presenze malvagie.

Dimenticate mostri e streghe. Dimenticate il diavolo o ragazzine che escono dalla televisione. In Funny Games, remake dell’omonimo film del 1997 e girato dallo stesso Haneke per arrivare al pubblico U.S.A., il male ha l’aspetto di due ragazzi ben vestiti ed educati che entrano nella casa di questa famiglia, dicendosi mandati da una vicina, per chiedere delle uova. Mostrandosi goffi ed impacciati, i due si trasformano presto in sadici torturatori ed il film, efficace molto più di qualunque horror o splatter vi possa venire in mente, sorprende per la sua enigmaticità: forse spinti dalla noia, forse dall’odio per la borghesia, sicuramente alimentati da una vena di pazzia, questi due apparentemente innocui studenti universitari sottopongono la malcapitata famiglia ad una serie di indovinelli, giochetti sadici e tragiche scommesse che hanno come posta in palio la vita dei tre. Quello che rende il film così inquietante ed efficace è il fatto che la violenza non sia solo fisica. Le torture vengono mostrate raramente. Ci si sofferma invece molto sulle torture mentali e sull’annichilimento morale. Ed il risultato è a dir poco angosciante. Un fattore fondamentale è il non dare spiegazioni sul perché i due giovani agiscano così. “Perché ci fate questo?” chiede il padre, Tim Roth. “Perché no?” risponde sorridente Michael Pitt, ottimo interprete insieme a Devon Gearhart dell’insensatezza della violenza celata dietro ad un costruito perbenismo. E proprio questo non dare spiegazioni è la chiave del successo del film: non viene data allo spettatore nessuna motivazione che lo potrebbe rassicurare ma, anzi, lo si condanna come colpevole. Nel momento in cui Pitt si rivolge direttamente alla platea, rende partecipi delle sue immotivate aggressioni tutti i presenti in sala, che solitamente bramano l’uscita di un nuovo “Hostel” o restano attaccati alla tv a guardare le banali pellicole horror che gli vengono propinate di questi tempi. Addirittura il fruitore viene sfidato quando ad un certo punto si intravede una sorta di vendetta per le vittime. Ma il regista propone una visione della realtà che ricalca quella dei film (che poi è quella che lo spettatore stesso vuole vedere). E quindi, con una scelta apparentemente discutibile, manda in rewind la pellicola e modifica la situazione in nome del male fine a se stesso. Insomma: il pubblico, come la famiglia che subisce i funny games dei due ragazzi, non ha via di scampo e sa che certe cose succedono e potrebbero succedere a chiunque.
Nel finale, i due giovani discutono della differenza tra realtà ed irrealtà, tra ciò che succede tutti i giorni alla gente comune e ciò che si vede in televisione, sottolineando che a volte le cose si confondono e che una serie di avvenimenti, benché apparentemente surreali, se li vedi in televisione li confondi con la vita vera.

Chiaro messaggio agli spettatori.

E poco dopo, eccoli bussare alla porta di un’altra ignara famiglia, in cerca di uova.
Il primissimo piano di Pitt, accompagnato dalla solita canzone di Zorn e dai titoli di coda rossi, non può che far pensare che quella violenza senza senso e senza fine può davvero arrivare dovunque.
E senza un vero motivo.

feb 03
edoardo @ 16:09

gallery54669Un pomeriggio noioso come tanti si trasforma in qualcosa di diverso per Juno, una ragazza adolescente del Minnesota, che decide di fare sesso con il suo migliore amico Bleeker, un ragazzo timido e riservato. Quando scopre di essere incinta decide di dare il bambino in adozione e cerca una coppia di genitori. Dopo qualche ricerca, incontra Mark e Vanessa, una coppia benestante che sta cercando di avere un bambino in adozione. Per sua fortuna, Juno può contare sull’aiuto e il sostegno del padre e della matrigna. Ma quando sta per arrivare la fatidica data del parto, la vita apparentemente idilliaca di Mark e Vanessa comincia a mostrare qualche crepa…
Ellen Page è una giovane attrice canadese. Ha solo 20 anni eppure mostra una bravura e una naturalezza davvero inconsuete. Non ho visto La vie en Rose, ma probabilmente Marion Cotillard dev’essere stata superba, perchè fatico ad immaginare un’interpretazione più meritevole dell’Oscar di quella della giovane interprete di Juno. E per questo motivo, mi sembra doveroso partire da questa protagonista vera, che recita un ruolo che a conti fatti sembra stato scritto apposta per lei.
E per goderselo al meglio, consiglio la visione del film in lingua originale, grazie alla quale, oltre ad apprezzare in toto l’interpretazione perfetta di Ellen Page,  non dovrete sorbirvi la fastidiosa traduzione (cioè, tipo) del gergo americano, molto più fluido e divertente.
Juno è un film particolare: tratta argomenti etici e morali molto importanti come la gravidanza di una sedicenne, l’aborto, l’adozione e le difficoltà del rapporto  uomo-donna, ma lo fa in modo molto leggero. Non per questo però, i temi trattati vengono sottovalutati. Vengono semplicemente visti con gli occhi di un’adolescente un po’ più matura dei suoi coetanei, che forse non riesce a comprendere appieno i problemi che ci stanno dietro.
E’ un film che emoziona e talvolta diverte, non solo usando la semplicità e la leggerezza di Juno, ma mettendoci sullo stesso piano della sua vita e della sua adolescenza, rendendoci partecipi dei suoi sogni, delle sue speranze e delle sue sofferenze. Alla fine ci sembrerà di aver affrontato con lei il suo viaggio verso la maternità.
Sono disegnati molto bene anche i personaggi di contorno, che pur essendole vicino, non sembrano poterla capire ed aiutare davvero, cosa che rende ancor più speciale il suo modo di vivere una situazione tanto complicata: dall’amico/fidanzatino, al padre; dalla coppia di genitori che vuole prendere in adozione il bambino (molto brava soprattutto Jennifer Gardner), alla matrigna. Fino alla migliore amica, che pur immatura, non la abbandona mai, nemmeno durante il parto.
Un insieme di personaggi che ricorda molto il nucleo famigliare di Little Miss Sunshine, fenomeno al quale il regista Jason Reitman (Thank you for smoking) si è probabilmente ispirato nel dirigere i suoi personaggi.
La notte degli Oscar ha visto il trionfo di Diablo Cody, ex spogliarellista, che firma una sceneggiatura molto ben sostenuta e dalle evidenti tinte Woody Alleniane. E probabilmente il cinismo a volte disincantato e arrogante, altre volte raffinato, è autobiografico.
E il risultato è un personaggio splendido che affronta i problemi della vita nella maniera che molti di noi vorrebbero (io per primo!): meno sentimenti, più emozioni.
Reagendo come suggerisce l’istinto. Comportandosi come il cuore consiglia di fare.
Poi non importa come andrà a finire. Perchè sarà sempre un finale genuino. Sincero.
E senza rimpianti.
Chi vuole intendere, intenda.

feb 03
edoardo @ 16:07

nonunpaesepervecchiposter1Llewelyn Moss, un saldatore texano a caccia in una zona desertica, si imbatte per caso nella scena di un crimine: un furgone carico di eroina ed alcuni cadaveri sparsi per terra. Poco lontano, un altro corpo e una valigetta con dentro due milioni di dollari. Che fare? Llewelyn decide di tenersi il denaro, dando così il via a una reazione a catena che neppure il disilluso sceriffo Bell può riuscire ad arginare. Moss dovrà fuggire, in particolare, dalla caccia di un sanguinario e misterioso inseguitore.
 
C’erano una volta i fratelli Coen. Quelli che dirigevano Il grande Lebowsky, Fargo, Fratello dove sei?, Ladykillers e L’uomo che non c’era. Quelli che producevano Romance and cigarettes e Babbo Bastardo.
C’erano una volta i due fratelli di Minneapolis, dei quali avresti riconosciuto i film, anche senza conoscerli. Perché quegli scenari, quella passione per attori come Billy Bob Thornton, George Clooney, John Turturro, Steve Buscemi e John Goodman e, soprattutto, quella tecnica erano e restano inconfondibili.
C’erano una volta due registi capaci di buoni film, ma che stentavano a compiacere in un colpo solo critica e pubblico.
 
I due fratellini sono cresciuti, abbandonando gli attori feticcio, ma non la loro tecnica.
Il risultato è un film che non ha un finale sorprendente e nel quale i colpi di scena sono volutamente oscurati, quasi a voler enfatizzare più la storia che i particolari.
Probabilmente lo scopo era far riflettere lo spettatore su un mondo che sta cambiando, più velocemente di quanto egli possa rendersene conto.
E lo scopo viene centrato appieno. Grazie anche alla bravura degli attori. Due su tutti: Tommy Lee Jones, nella parte di un disincantato sceriffo del Texas, e il sempre più eccezionale Javier Bardem, nei panni di un killer che gioca a testa o croce con la vita delle sue vittime.

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Paesaggi mozzafiato ed una sceneggiatura dal ritmo molto ben sostenuto fanno da cornice ad una caccia all’uomo in cui le scene crude non vengono per nulla risparmiate: sparatorie, suture, esecuzioni. Alla fine, chi si aspetterà il deus ex-machina o il colpo di scena, probabilmente rimarrà deluso. Ma i Coen descrivono la realtà in cui viviamo. Quella in cui il protagonista del film, un vecchio e stanco sceriffo, non riesce più ad identificarsi.
La pellicola, infatti, non ruota intorno a Moss o al misterioso killer. Bensì a quello sceriffo in carica dall’età di 25 anni, orgoglioso di ricalcare le orme del padre, in un mestiere che anni prima veniva gestito più con il buon senso che con le armi.
Ma quello di oggi è un mondo strano, in cui non si può mai dire di averle viste tutte. In cui le nuove generazioni iniziano a marcire fin dall’adolescenza. In cui si farebbe di tutto per i soldi e per la droga. In cui è impossibile insegnare ai ragazzi valori come il rispetto o l’amore.
Non è un mondo in cui si dice ancora “per favore” e “grazie”. Non è un posto in cui vincono sempre i buoni. Non è un paese per vecchi.
Aggiornamento 25 febbraio 2008:
Non è un paese per vecchi, candidato ad 8 premi Oscar, ha trionfato ad Hollywood aggiudicandosi 4 statuette: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Non Originale e Miglior Attore Non Protagonista (Javier Bardem).

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feb 03
edoardo @ 16:03

4603Mi sembra doveroso partire con una nota di demerito: il titolo.
Dall’affascinante ed intrigante Cassandra’s dream, si è arrivati ad una banale traduzione italiana che non vuol dire proprio niente. Complimenti a chi ha scelto il titolo (che con ogni probabilità è anche chi ha curato il pietoso doppiaggio degli attori).

Sogni e delitti racconta le aventure e le disavventure di due fratelli londinesi. Ian (Ewan McGregor) sogna di andare a vivere in California per aprire una catena di hotel; Terry (Colin Farrell) è malato per il gioco d’azzardo e sta per comprare una casa per sè e per la sua fidanzata.
I due comprano una barca che chiamano Cassandra’s dream. Da quel momento, partono una serie di vicissitudini che li porteranno a dover chiedere l’aiuto economico del ricco zio Howard.
E per avere tale aiuto, dovranno spingersi oltre limiti che mai avrebbero immaginato di dover varcare.

Il film risulta abbastanza piacevole, perchè la trama è interessante. Inoltre la colonna sonora è molto impegnata e ben accompagna i momenti di tensione.
Purtroppo la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare: le battute sono banali e i dialoghi sono lenti e poco originali.
Ed è un vero peccato perché di questa mancanza, ne risente anche la regia: gli attori principali stentano un po’, in particolar modo Colin Farrell, che si conferma un attore mediocre, probabilmente incapace di interpretare ruoli importanti; Ewan McGragor, invece, se la cava un po’ meglio (soprattutto quando fa il timido o l’impacciato, ruoli che gli sembrano stati cuciti addosso), ma si vede che certi momenti (quelli più seri ed intensi) fatica a sostenerli. Ed è una cosa che a Woody Allen, che di solito cura molto la preparazione e la cura degli attori, non si può perdonare.
Bene invece la bellissima Hayley Atwell e il solito Tom Wilkinson.

Il tema di fondo è ispirato al Delitto e castigo di Dostoevskij, in cui si paga per le colpe di cui ci si è macchiati.
Il filo conduttore con il titolo (originale) è probabilmente la barca (e non solo per il nome): nel mito, Cassandra vedeva nei suoi sogni sventure future, ma nessuno le credeva.
L’acquisto della barca, Cassandra’s dream, è di fatto ciò che dà origine a tutti i problemi dei fratelli: è infatti l’euforia data dal veleggiare bevendo birra e fantasticando su un futuro più roseo che convince Ian e Terry a cambiare vita, cercando denaro, fortuna, donne apparentemente inarrivabili e macchine lussuose.
Beni inarrivabili per i due ragazzi e la loro famiglia.
Beni che avrebbero portato solo guai.
E cassandra lo sapeva.

feb 03
edoardo @ 16:00

ratatouille2 Sono parecchio in ritardo, lo so.
Ma questa “recensione” non sapevo se pubblicarla o meno, in quanto è… personalizzata.
Mi spiego: vedere questo film, mi ha fatto pensare molto alla mia, indimenticata, ex.
ovviamente chi legge queste righe non la conosce e probabilmente faticherà a capire.
Ma sapete? meglio così!

Passiamo al film.
Bellissimo. E con un finale meraviglioso!

“Sorprendimi”! E Remy che fa quel segno con la zampina…
Il miglior film Disney ever!
Sia per l’aspetto tecnico-visivo, sia per i messaggi.
Quando dicevo che Ratatouille mi ricorda molto Alessandra, non mi limitavo a guardare Parigi, città in cui è ambientato il film e in cui lei stava trascorrendo il periodo d’Erasmus.
Pensavo al tema di fondo: è la ricerca della propria via contrariamente alle aspettative altrui.
E ciò, è evidenziato in un aspetto di remy che spesso ho visto in lei: il coraggio di scegliere la propria strada anche se questo significa andare contro tutto e tutti (bellissima, a tal proposito, la scena in cui si Remy “perde” nelle fogne dopo la riflessione nella casa della vecchietta e, di fronte al bivio, si chiede “Quale strada?”).
Tutti gli ultimi film disney/pixar sono delle critiche alla società o al modo di vivere.
Ratatouille, invece, è un film di critica… alla critica (che prende spunto da uno degli ambienti in cui questa sembra esprimersi meglio: la critica gastronomica).
E la genialità, tutt’altro che scontata, è proprio questa: il film rinuncia totalmente alla critica! Non solo: il discorso esplicativo di tutto questo viene affidato proprio al critico di turno, il quale ci apre gli occhi, dopo averli aperti lui, sulla bellezza di ciò che sorprende e stupisce, e che come tale non può essere incasellato in un criterio oggettivo di cui gli stessi critici si vantano, boriosi, di possedere le chiavi di lettura.
Molto coraggiosa è anche la scelta di usare come protagonista un topo. Ma attenzione: non pensate a Mickey Mouse, sempre su due zampe, con pantaloni e bretelle e che guida una macchina. No; Remy è un ratto. Un bel rischio mettere in discussione tutto ciò che la Disney ha sempre propagandato. Eppure è stata una scelta azzeccata. Perchè alla fine sarà impossibile non amare il piccolo Remy. Un richiamo al primo cartone Disney che rappresenta anche un ritorno alle origini della tradizione dello spirito fanciullesco e, per certi versi, ingenuo che accompagnava i primi cartoni animati di Walt Disney, privi di messaggi subliminali o strizzate d’occhio alla critica (per l’appunto!). Quelli che nascevano per essere film per bambini. Ora non è più così, ma il fatto che sia stato realizzato un film che piace ai bimbi e che fa sentire piccoli anche i più grandi è una cosa fantastica e al contempo difficilissima da ottenere.
Insomma, i signori Pixar, dopo aver “abbandonato” per qualche anno la strada disneyana (per concentrarsi più sull’aspetto tecnico, nel quale – nel caso occorresse sottolinearlo – sono impareggiabili), non hanno potuto fare altro che tornare a quelle atmosfere di tanti anni fa, e usarle proprio per ribadire come la critica, quando fine a se stessa ed autocompiaciuta, porti solo a gonfiare l’ego (guarda caso, il nome del critico nel film), e arrivi a costuituirsi essa stessa “arte”, sostituendosi a quella vera, gastronomica o cinematografica o musicale che sia.
Pensiamoci: l’arte vera è fatta di creatività, genuinità e coraggio; e il fatto che l’artista arrivi a creare in base a cosa si aspetti il critico, è tarparle le ali!
Nel film è emblematica quindi la scelta di presentare, con creatività, genuinità e coraggio, ad Ego un piatto povero, un piatto che va contro tutte le aspettative, contro tutte le “leggi del fare bella figura con un critico”.
E questo non mi ricorda lei solo perchè l’arte la studia e la giudica, ma perchè in lei c’è sempre stato qualcosa di artistico ed anticonformista! Qualcosa che la faceva apparire diversa e che la “elevava”. Quelle scelte, a volte strambe, a volte coraggiose (foulard, campanellini alle scarpe…) che rappresentano la critica alla critica di cui parlavo prima. E che mi avevano colpito.
E il finale è per lei! Sì perchè quel meraviglioso happy-ending non è fatto per compiacere i critici! E’ dedicato a coloro che rompono lo schema critico, e si lasciano andare al coraggio, alla creatività, a quello stupore che come tale non può sottostare a regole, ma che ogni volta lo fa sembrare come la prima volta (i piatti della mamma). E poi il finale le appartiene perchè quel “sorprendimi” è ciò che lei ha sempre saputo fare con me…

La ciliegina sulla torta, secondo me, è rappresentata dal fatto che gli americani (critici e boriosi per eccellenza), prima ci dicono che la cucina migliore del mondo è a parigi (nel prologo), poi affidano a Gusteau il commento sulla città di Parigi (“la più bella che ci sia”), ma alla fine riescono ad inserire l’unica vera critica diretta di tutto il film, quasi a non poterne fare simpaticamente a meno: quella in cui, durante l’intervista, dovendo scappare via, Colette dice: “scusate la crudezza, ma siamo francesi… ed è ora di cena”, salvata in corner poi da Linguini che, cambiando la punteggiatura, aggiusta la frase in un più diplomatico “Lei voleva dire: scusate la crudezza… ma siamo francesi ed è ora di cena”.
E quest’unica critica in un film che volutamente la elimina, non è un’ulteriore uscire dagli schemi?

Mi soffermo solo un secondo sugli effetti visivi: la Pixar si è superata. E’ straordinario quanto il pelo dei topi sembri vero. In particolare, all’inizio del film, il fratello di Remy sta mangiando della torta. Ebbene, quella torta sembra davvero sui suoi baffi. Eccezionale.
Particolarmente azzeccata anche la colonna sonora con le canzoni di Camille., nella quale spicca la splendida “Le festin”

In sostanza un capolavoro nel suo genere, adatto a tutti e che -mi sbilancio- vincerà a mani basse l’oscar per il miglio film d’animazione.

Et voilà: la mia prima recensione personalizzata!
Ma non chiamarla critica, eh! Perchè io odio i critici…
Io sono genio e sregolatezza!

feb 03
edoardo @ 15:57

Attenzione: di seguito verrà rivelata la trama.

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Le disavventure matrimoniali di Mariano e Miranda (Leonardo Pieraccioni e Laura Torrisi). Sposati da dieci anni, i due hanno un banco di frutta e verdura al mercato: levatacce mattutine per gli approvvigionamenti ma anche una bella carica vitale che tiene unita la coppia e la lega a un gruppo variopinto di amici. A smuovere le acque della tranquilla vita di provincia arriva Andrea (Gabriel Garko), fotografo e rubacuori, che nota Miranda e le propone di diventare la protagonista di un calendario sexy: una settimana di lavoro alle Seychelles in cambio dei soldi che potrebbero permettere alla coppia di lasciare il banco al mercato e aprire un negozio vero e proprio. Titubanze e dubbi «morali» si dissolvono ben presto: sotto il sole dell’equatore lei si spoglia, lui spiega ai locali i misteri delle tasse italiane e il «malamente» getta le reti della seduzione tra uno scatto e l’altro. Finendo per conquistare la sua preda e rompere il matrimonio.

Diciamoci la verità: aspettarsi, per questo suo settimo film, qualcosa di migliore -o anche solo di simile- a Ti amo in tutte le lingue del mondo, era decisamente un’utopia. Partendo da questo presupposto non si può uscire dalla sala delusi. Perchè come sempre, Pieraccioni sa far ridere.
Bisogna però tener presente una cosa, che non si può non sapere se si è visto Il ciclone o I laureati: Pieraccioni sa anche far riflettere; sa far commuovere; e, dote che me l’ha sempre fatto adorare, sa vedere ed estrapolare la poesia anche nelle situazioni della vita di tutti i giorni.
Cosa che, purtroppo, in questo film non succede praticamente mai.
In Una moglie bellissima c’è tutto: la storia d’amore, il tradimento, la punizione per chi ha tradito e l’immancabile lieto fine Pieraccioniano.
Ma, a ben guardare, c’è anche “il contrario di tutto”. Perchè ogni tema viene trattato in maniera superficiale e svelta. Non viene approfondita la sofferenza di un amante tradito; non c’è menzione alla naturale rabbia che segue eventi del genere; e il ricongiungimento avviene talmente rapidamente da domandarsi cosa abbia portato a ciò e se sia veramente possibile. Dando per buono che sia possibile, io credo che si sarebbe potuto (e dovuto) affrontare meglio l’argomento, dando più spazio a riflessioni e metafore (e sì che Pieraccioni è così bravo in questo…basti vedere la sottolineatura ad alcuni dei temi più cari al regista, come l’amicizia -e a questo punto bisogna citare il bravissimo e divertentissimo Papaleo-  o la solidarietà) e magari tagliando scene di contorno che alla fine risultano totalmente avulse dal resto della trama, come il prete in crisi mistica, la lezione sulla politica italiana data agli abitanti delle Seychelles, una misteriosa vicina di casa e spasimante che serve soltanto a dare il là alle canzoni della -banale- colonna sonora e la preparazione di uno spettacolo teatrale che, a conti fatti, non verrà praticamente messo in scena. Ma soprattutto, arrivato a questo punto, il buon Leonardo è sicuro di essere ancora credibile nei panni del grullo gigioneggiante che fa innamorare la più bella del paese? Il prssimo febbraio le candeline sulla torta saranno 43…

Insomma, non dico di essere deluso, perchè qualche risata ci è scappata. E non è mancata nemmeno la bellona di turno. Ma da Pieraccioni mi aspetto anche la commozione e la poesia. Quelle della premiazione del fratello Cateno (alias Panariello) in Ti amo in tutte le lingue del mondo, quelle del discorso a Letizia (alias Cucinotta) nei Laureati, quelle dell’”Olè” di nonno Gino (alias Monicelli) che chiudeva il Ciclone.
Questo è il Leonardo che mi ha fatto appassionare.
Ed è anche quello che mi aspetto nel suo prossimo film; che, nonostante tutto, sono già qui ad aspettare, ansioso.

feb 03
edoardo @ 15:56

Riporto il mio commento di un film molto bello che ho visto un po’ di tempo fa.

film0(4 luni, 3 saptamini, si 2 zile)
di Cristian Mungiu

1987. Otilia e Gabriela sono due studentesse universitarie che alloggiano nel dormitorio di una città rumena. Le ragazze affittano una stanza d’albergo con uno scopo preciso: con l’intervento di un medico, Gabriela vuole interrompere la propria gravidanza.

Il film di Mungiu è il primo di una serie di lungometraggi (“Tales from the Golden Age”) che intende proporre l’epoca che precede la fine del comunismo in Romania passando attraverso piccole storie individuali. Lo scenario che abbiamo davanti agli occhi ci mostra un impero in disfacimento: polizia poco efficiente, mercato nero, corruzione, malasanità, sesso usato come moneta di scambio e famiglia ipocrita e perbenista.
Nonostante sia Gabriela a dover abortire, la storia ruota intorno all’amica Otilia. E’ infatti attraverso la sua sofferenza che lo spettatore diventa partecipe del dramma. E mentre l’amica reagisce quasi distrattamente all’avventura che sta vivendo, Otilia viene risucchiata in un vortice di amarezza, incredulità e solitudine.
La protagonista viene pedinata per gran parte del film da una telecamera a mano, e questo culmina spesso in lunghi piani sequenza che rappresentano il suo stato d’animo. Otilia è inquadrata anche quando a parlare è qualcun altro. Alla fine la camera fissa rappresenterà quasi una condanna nei confronti dello spettatore, che non potrà volgere altrove lo sguardo, ma sarà costretto, a volte per minuti, a fissare il nulla che avvolge la ragazza mentre altri personaggi parlano, ad osservarla ansimare in una fredda notte di febbraio in cui l’innocenza sembra essere perduta e a guardare, in un misto di intenerimento e raccapriccio, quel feto che fa l’effetto di un pugno nello stomaco.
Mungiu sceglie uno stile freddo e distaccato: nell’evitare forme di patetismo come pianti e disperazioni, nel descrivere i momenti che portano all’interruzione della gravidanza di Gabriela (a partire dalla mattina nella residenza studentesca, sino ad arrivare alla sera in albergo), nel lasciarci in ansia mentre Otilia è trattenuta a casa del fidanzato. Indicativa è l’assenza di musica di accompagnamento nei momenti salienti della pellicola. Niente deve allietare la visione di quello che è, a tutti gli effetti, un dramma personale.
Sconvolgente il finale, al ristorante di fronte a un piatto di varie carni animali: fegato, midollo, cuore, cervello. Le componenti fondamentali di ogni essere vivente evoluto.
 
Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes