Una moglie bellissima
Attenzione: di seguito verrà rivelata la trama.

Le disavventure matrimoniali di Mariano e Miranda (Leonardo Pieraccioni e Laura Torrisi). Sposati da dieci anni, i due hanno un banco di frutta e verdura al mercato: levatacce mattutine per gli approvvigionamenti ma anche una bella carica vitale che tiene unita la coppia e la lega a un gruppo variopinto di amici. A smuovere le acque della tranquilla vita di provincia arriva Andrea (Gabriel Garko), fotografo e rubacuori, che nota Miranda e le propone di diventare la protagonista di un calendario sexy: una settimana di lavoro alle Seychelles in cambio dei soldi che potrebbero permettere alla coppia di lasciare il banco al mercato e aprire un negozio vero e proprio. Titubanze e dubbi «morali» si dissolvono ben presto: sotto il sole dell’equatore lei si spoglia, lui spiega ai locali i misteri delle tasse italiane e il «malamente» getta le reti della seduzione tra uno scatto e l’altro. Finendo per conquistare la sua preda e rompere il matrimonio.
Diciamoci la verità: aspettarsi, per questo suo settimo film, qualcosa di migliore -o anche solo di simile- a Ti amo in tutte le lingue del mondo, era decisamente un’utopia. Partendo da questo presupposto non si può uscire dalla sala delusi. Perchè come sempre, Pieraccioni sa far ridere.
Bisogna però tener presente una cosa, che non si può non sapere se si è visto Il ciclone o I laureati: Pieraccioni sa anche far riflettere; sa far commuovere; e, dote che me l’ha sempre fatto adorare, sa vedere ed estrapolare la poesia anche nelle situazioni della vita di tutti i giorni.
Cosa che, purtroppo, in questo film non succede praticamente mai.
In Una moglie bellissima c’è tutto: la storia d’amore, il tradimento, la punizione per chi ha tradito e l’immancabile lieto fine Pieraccioniano.
Ma, a ben guardare, c’è anche “il contrario di tutto”. Perchè ogni tema viene trattato in maniera superficiale e svelta. Non viene approfondita la sofferenza di un amante tradito; non c’è menzione alla naturale rabbia che segue eventi del genere; e il ricongiungimento avviene talmente rapidamente da domandarsi cosa abbia portato a ciò e se sia veramente possibile. Dando per buono che sia possibile, io credo che si sarebbe potuto (e dovuto) affrontare meglio l’argomento, dando più spazio a riflessioni e metafore (e sì che Pieraccioni è così bravo in questo…basti vedere la sottolineatura ad alcuni dei temi più cari al regista, come l’amicizia -e a questo punto bisogna citare il bravissimo e divertentissimo Papaleo- o la solidarietà) e magari tagliando scene di contorno che alla fine risultano totalmente avulse dal resto della trama, come il prete in crisi mistica, la lezione sulla politica italiana data agli abitanti delle Seychelles, una misteriosa vicina di casa e spasimante che serve soltanto a dare il là alle canzoni della -banale- colonna sonora e la preparazione di uno spettacolo teatrale che, a conti fatti, non verrà praticamente messo in scena. Ma soprattutto, arrivato a questo punto, il buon Leonardo è sicuro di essere ancora credibile nei panni del grullo gigioneggiante che fa innamorare la più bella del paese? Il prssimo febbraio le candeline sulla torta saranno 43…
Insomma, non dico di essere deluso, perchè qualche risata ci è scappata. E non è mancata nemmeno la bellona di turno. Ma da Pieraccioni mi aspetto anche la commozione e la poesia. Quelle della premiazione del fratello Cateno (alias Panariello) in Ti amo in tutte le lingue del mondo, quelle del discorso a Letizia (alias Cucinotta) nei Laureati, quelle dell’”Olè” di nonno Gino (alias Monicelli) che chiudeva il Ciclone.
Questo è il Leonardo che mi ha fatto appassionare.
Ed è anche quello che mi aspetto nel suo prossimo film; che, nonostante tutto, sono già qui ad aspettare, ansioso.




