Ottavi di finale
Giovedì 10 luglio 2008
Gara 7 – Ottavi di finale
FC Milano – Peones 7-8
Lettore, annuncia ai milanesi che qui morimmo obbedienti al loro comando

Nell’antica Grecia, dopo una battaglia o una guerra, si sceglieva un oratore per scrivere l’epitaffio agli eroi caduti.
Dopo la guerra del Peloponneso, gli ateniesi scelsero Pericle: sommo oratore che, in quanto generale, era stato sul campo. Quindi chi meglio di lui poteva dedicare parole onorevoli ai caduti?
E allo stesso modo, oggi, mi trovo a dover scrivere dei versi che riecheggeranno per sempre in ricordo degli otto epici guerrieri che ieri sera hanno combattuto strenuamente fino all’ultimo secondo, sopportando i tiri degli avversari che arrivavano come dardi scagliati da ogni luogo e oscuravano i riflettori.
Le armate del generale Peone, superiori nel numero, hanno attaccato dal primo all’ultimo minuto per conquistare il campo nella battaglia delle Baggiopili.
Per la FC Milano, degna erede dell’antica Grecia, si sono battuti come prodi guerrieri otto uomini che hanno però hanno avuto la colpa di macchiarsi di tracotanza e che quindi hanno indispettito gli dei.
Giovani e meno giovani, belli e brutti, normodotati e Max, si sono uniti per il bene della squadra della città di Milano.
Come se i filosofi guerrieri ateniesi e si fossero uniti ai cruenti combattenti spartani. Insieme per la guerra. Insieme come non mai.
In rappresentanza della capitale Attica, c’erano: il prode Mimmuz che, come Patroclo non doveva andare in guerra, lui non doveva essere in porta. Ma ci è andato, valoroso e coraggioso. E la sua presenza ha spaventato gli avversari. Solo il colpo di un dio (Apollo nell’Iliade, probabilmente Allah ieri sera) ha potuto ferirlo. Poi è stato facile approfittarsene e segnargli altre reti; e come nel capolavoro omerico, hanno avuto la meglio su di lui quei grandi figli di Troia. Assieme a lui, si sono battuti in mezzo al campo di battaglia (e di calcio) i due più valorosi eroi achei: Achille e il cugino Aiace (Luca e Oscar) che hanno lottato nella polvere come tigri nell’arena, uno senza mai chiedere l’aiuto degli dei e l’altro colpito nel momento più importante nel suo unico punto debole; poco più avanti c’erano il re degli uomini, Agamennone (Ambrogio) e lo scaltro Ulisse (Edo): il primo ha inflitto duri colpi agli avversari, schiacciandoli sotto il peso della sua possenza fisica e del suo fiuto per il gol, il secondo usando il suo multiforme ingegno, ha ideato lo stratagemma dell’infortunio (un moderno cavallo) per colpire i nemici dove faceva loro più male. Per quanto riguarda la difesa, chi poteva interpretare il ruolo meglio dello schieramento peloponnesiaco? La loro collaudatissima falange oplitica ha retto come meglio poteva, fino all’ultimo, guidata dal re Menelao (Nico) che, furente per la mancanza della fidanzata così come lo era il re di Sparta per il ratto di Elena, ha impartito ordini fino allo strenuo delle forze, dal generale Leonida (Roby) che ha gridato, sudato, sanguinato e respinto attacchi fino a che le ferite non l’hanno menomato e dall’eroico Dienece (Max) che non ha avuto paura di niente, nemmeno della sconfitta, nemmeno per un minuto.
Ecco quindi un più che meritato epitaffio agli otto della battaglia delle Baggiopili.
E che queste parole servano a spronare le generazioni future e la squadra che a settembre affronterà il prossimo torneo.
In una circostanza come la nostra è giusto e doveroso tributare agli otto eroi questo onore del ricordo, poiché nel susseguirsi delle generazioni essi, che sono stati sempre gli stessi a vestire la nostra maglia, l’hanno trasmessa, grazie al loro valore, libera fino ad adesso. La maggior parte delle vittorie l’abbiamo acquisita con il gioco di squadra, e siamo stati noi ad approntare un gruppo autosufficiente sotto tutti i punti di vista, sia per la guerra che per la pace.
Per prima cosa chiarirò partendo da quali principi ispiratori siamo giunti a questa situazione e con quale modo di vivere si sia formata la nostra potenza; procederò quindi all’elogio dei caduti, poiché ritengo che nella presente occasione sia doveroso dire queste cose, e che sia utile che tutta la folla di cittadini e stranieri le intenda.
Abbiamo un sistema che non copia le leggi degli altri, e più che imitare gli altri, noi siamo da modelli per qualcuno. Abbiamo decisamente i palloni più belli e le divise più prestigiose, tutte griffate secondo il volere del Presidente. ma per quanto riguarda l’autorità questa si acquista nella misura in cui uno acquista prestigio in un certo ambito, e nella vita pubblica, come nel calcio, non si è stimati tanto per la parte cui si appartiene quanto per il merito e per i risultati, e di certo noi ci siamo comportati in modo da acquistarci la stima dei tifosi e anche degli avversari. In modo libero viviamo la vita calcistica. Abbiamo concesso alla mente moltissimi momenti di riposo dalle fatiche: siamo abituati a gare e feste con sacrifici pubblici per la durata dell’intero anno e a splendide cose private, il cui godimento quotidiano tiene lontano la pena. Anche nella preparazione alla partita siamo diversi dai nostri avversari, per questi motivi: teniamo alla nostra squadra e non succede che con decreti di espulsione degli stranieri impediamo a qualcuno di giocare con noi o apprendere o vedere qualcosa che se non rimane nascosto potrebbe essere di utilità a un nemico, perché non facciamo affidamento su preparativi e sotterfugi, ma sul coraggio che nasce nel profondo di noi e si manifesta nelle nostre imprese. Se i nostri nemici hanno la meglio su solo alcuni di noi si vantano di averci respinti tutti, e se sono sconfitti dicono di aver perso contro uno squadrone.
Anche in questo mostriamo la nostra differenza: agiamo con audacia e sappiamo ragionare freddamente su ciò che stiamo per affrontare, mentre per gli altri l’ardimento nasce dall’ignoranza, e la riflessione procura titubanza. A buon diritto dovrebbero essere considerati coloro che hanno la maggiore forza d’animo quelle persone che conoscono con estrema chiarezza ciò che è terribile e ciò che è piacevole, e che ciò nonostante non si sottraggono ai pericoli. Anche per la generosità siamo all’opposto rispetto alla maggior parte, perché ci procuriamo gli amici non traendo ma procurando vantaggi. E siamo i soli che aiutiamo un altro senza timore, non per un calcolo interessato, ma per la fiducia che deriva dalla libertà. Riassumendo, dico che la nostra squadra, nel suo insieme, costituisce un vivente ammaestramento per Milano, per i milanesi e per tutti i lettori e mi sembra che ogni uomo possa, presso di noi, sviluppare una personalità autonoma sotto molti aspetti, spigliatamente e con modi raffinati. E che non si tratti di vuote parole esagerate nella presente circostanza, ma della verità dei fatti, lo dimostra la potenza stessa che la squadra ha dimostrato arrivando tre volte agli ottavi di finale e perdendo sempre per poco. Con grandi prove presentiamo una potenza che non è certo priva di attestazioni, degna di essere ammirata sia dai contemporanei sia dai posteri, e non abbiamo bisogno delle lodi che procurino un piacere momentaneo con le proprie parole, ma la cui interpretazione dei fatti venga poi demolita dalla verità: noi abbiamo costretto i nostri ospiti e chi ci ospitava a rendersi accessibile alla nostra audacia, ed abbiamo fondato dovunque monumenti sempiterni delle nostre imprese, negative e positive.
E’ stato per noi un onore soffrire fianco a fianco e anche perire, poiché si è perito lottando per una causa comune, sfiancandosi nell’intento di perseguire la nobile vittoria, la leggendaria Nike.
Combattendo per una tale squadra, questi otto uomini persero nobilmente ritenendo che non fosse giusto che essa uscisse agli ottavi, ed è naturale che tutti coloro che rimarranno e che giocheranno il prossimo campionato, saranno disposti a soffrire ancora per essa.






