Funny games
Di Michael Haneke
Con Tim Roth, Naomi Watts, Michael Pitt e Devon Gearhart.
Estate. Primo giorno di vacanza.
Una famiglia borghese viaggia in macchina per raggiungere la casa al lago, ascoltando musica lirica.
La ripresa dall’alto della macchina ricorda molto quella del tragitto verso l’Overlook hotel di Shining.
Il tranquillo quadretto viene bruscamente interrotto da una canzone assordante e demoniaca di John Zorn, e dai titoli di testa rosso sangue.
E’ il preludio ad una vacanza, che verrà interrotta presto dall’arrivo di presenze malvagie.
Dimenticate mostri e streghe. Dimenticate il diavolo o ragazzine che escono dalla televisione. In Funny Games, remake dell’omonimo film del 1997 e girato dallo stesso Haneke per arrivare al pubblico U.S.A., il male ha l’aspetto di due ragazzi ben vestiti ed educati che entrano nella casa di questa famiglia, dicendosi mandati da una vicina, per chiedere delle uova. Mostrandosi goffi ed impacciati, i due si trasformano presto in sadici torturatori ed il film, efficace molto più di qualunque horror o splatter vi possa venire in mente, sorprende per la sua enigmaticità: forse spinti dalla noia, forse dall’odio per la borghesia, sicuramente alimentati da una vena di pazzia, questi due apparentemente innocui studenti universitari sottopongono la malcapitata famiglia ad una serie di indovinelli, giochetti sadici e tragiche scommesse che hanno come posta in palio la vita dei tre. Quello che rende il film così inquietante ed efficace è il fatto che la violenza non sia solo fisica. Le torture vengono mostrate raramente. Ci si sofferma invece molto sulle torture mentali e sull’annichilimento morale. Ed il risultato è a dir poco angosciante. Un fattore fondamentale è il non dare spiegazioni sul perché i due giovani agiscano così. “Perché ci fate questo?” chiede il padre, Tim Roth. “Perché no?” risponde sorridente Michael Pitt, ottimo interprete insieme a Devon Gearhart dell’insensatezza della violenza celata dietro ad un costruito perbenismo. E proprio questo non dare spiegazioni è la chiave del successo del film: non viene data allo spettatore nessuna motivazione che lo potrebbe rassicurare ma, anzi, lo si condanna come colpevole. Nel momento in cui Pitt si rivolge direttamente alla platea, rende partecipi delle sue immotivate aggressioni tutti i presenti in sala, che solitamente bramano l’uscita di un nuovo “Hostel” o restano attaccati alla tv a guardare le banali pellicole horror che gli vengono propinate di questi tempi. Addirittura il fruitore viene sfidato quando ad un certo punto si intravede una sorta di vendetta per le vittime. Ma il regista propone una visione della realtà che ricalca quella dei film (che poi è quella che lo spettatore stesso vuole vedere). E quindi, con una scelta apparentemente discutibile, manda in rewind la pellicola e modifica la situazione in nome del male fine a se stesso. Insomma: il pubblico, come la famiglia che subisce i funny games dei due ragazzi, non ha via di scampo e sa che certe cose succedono e potrebbero succedere a chiunque.
Nel finale, i due giovani discutono della differenza tra realtà ed irrealtà, tra ciò che succede tutti i giorni alla gente comune e ciò che si vede in televisione, sottolineando che a volte le cose si confondono e che una serie di avvenimenti, benché apparentemente surreali, se li vedi in televisione li confondi con la vita vera.
Chiaro messaggio agli spettatori.
E poco dopo, eccoli bussare alla porta di un’altra ignara famiglia, in cerca di uova.
Il primissimo piano di Pitt, accompagnato dalla solita canzone di Zorn e dai titoli di coda rossi, non può che far pensare che quella violenza senza senso e senza fine può davvero arrivare dovunque.
E senza un vero motivo.




