feb 03
4 mesi, 3 settimane, 2 giorni
Categoria: Cinema - edoardo @ 15:56
Riporto il mio commento di un film molto bello che ho visto un po’ di tempo fa.
(4 luni, 3 saptamini, si 2 zile)
di Cristian Mungiu
1987. Otilia e Gabriela sono due studentesse universitarie che alloggiano nel dormitorio di una città rumena. Le ragazze affittano una stanza d’albergo con uno scopo preciso: con l’intervento di un medico, Gabriela vuole interrompere la propria gravidanza.
Il film di Mungiu è il primo di una serie di lungometraggi (“Tales from the Golden Age”) che intende proporre l’epoca che precede la fine del comunismo in Romania passando attraverso piccole storie individuali. Lo scenario che abbiamo davanti agli occhi ci mostra un impero in disfacimento: polizia poco efficiente, mercato nero, corruzione, malasanità, sesso usato come moneta di scambio e famiglia ipocrita e perbenista.
Nonostante sia Gabriela a dover abortire, la storia ruota intorno all’amica Otilia. E’ infatti attraverso la sua sofferenza che lo spettatore diventa partecipe del dramma. E mentre l’amica reagisce quasi distrattamente all’avventura che sta vivendo, Otilia viene risucchiata in un vortice di amarezza, incredulità e solitudine.
La protagonista viene pedinata per gran parte del film da una telecamera a mano, e questo culmina spesso in lunghi piani sequenza che rappresentano il suo stato d’animo. Otilia è inquadrata anche quando a parlare è qualcun altro. Alla fine la camera fissa rappresenterà quasi una condanna nei confronti dello spettatore, che non potrà volgere altrove lo sguardo, ma sarà costretto, a volte per minuti, a fissare il nulla che avvolge la ragazza mentre altri personaggi parlano, ad osservarla ansimare in una fredda notte di febbraio in cui l’innocenza sembra essere perduta e a guardare, in un misto di intenerimento e raccapriccio, quel feto che fa l’effetto di un pugno nello stomaco.
Mungiu sceglie uno stile freddo e distaccato: nell’evitare forme di patetismo come pianti e disperazioni, nel descrivere i momenti che portano all’interruzione della gravidanza di Gabriela (a partire dalla mattina nella residenza studentesca, sino ad arrivare alla sera in albergo), nel lasciarci in ansia mentre Otilia è trattenuta a casa del fidanzato. Indicativa è l’assenza di musica di accompagnamento nei momenti salienti della pellicola. Niente deve allietare la visione di quello che è, a tutti gli effetti, un dramma personale.
Sconvolgente il finale, al ristorante di fronte a un piatto di varie carni animali: fegato, midollo, cuore, cervello. Le componenti fondamentali di ogni essere vivente evoluto.
Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes
Nonostante sia Gabriela a dover abortire, la storia ruota intorno all’amica Otilia. E’ infatti attraverso la sua sofferenza che lo spettatore diventa partecipe del dramma. E mentre l’amica reagisce quasi distrattamente all’avventura che sta vivendo, Otilia viene risucchiata in un vortice di amarezza, incredulità e solitudine.
La protagonista viene pedinata per gran parte del film da una telecamera a mano, e questo culmina spesso in lunghi piani sequenza che rappresentano il suo stato d’animo. Otilia è inquadrata anche quando a parlare è qualcun altro. Alla fine la camera fissa rappresenterà quasi una condanna nei confronti dello spettatore, che non potrà volgere altrove lo sguardo, ma sarà costretto, a volte per minuti, a fissare il nulla che avvolge la ragazza mentre altri personaggi parlano, ad osservarla ansimare in una fredda notte di febbraio in cui l’innocenza sembra essere perduta e a guardare, in un misto di intenerimento e raccapriccio, quel feto che fa l’effetto di un pugno nello stomaco.
Mungiu sceglie uno stile freddo e distaccato: nell’evitare forme di patetismo come pianti e disperazioni, nel descrivere i momenti che portano all’interruzione della gravidanza di Gabriela (a partire dalla mattina nella residenza studentesca, sino ad arrivare alla sera in albergo), nel lasciarci in ansia mentre Otilia è trattenuta a casa del fidanzato. Indicativa è l’assenza di musica di accompagnamento nei momenti salienti della pellicola. Niente deve allietare la visione di quello che è, a tutti gli effetti, un dramma personale.
Sconvolgente il finale, al ristorante di fronte a un piatto di varie carni animali: fegato, midollo, cuore, cervello. Le componenti fondamentali di ogni essere vivente evoluto.
Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes




