set 15

Shopaholic and Ale – Ogni maledetta domenica

Categoria: Storie - edoardo @ 07:04

In questo pezzo, mi rivolgerò direttamente a te, essere umano di sesso maschile, in età compresa tra i 16 e i 55 anni, che sei o sei stato coinvolto in una relazione sentimentale.
So che mi capirai.
 
I soggetti compresi nella fascia di età sopra citata, vivono una vita normale.
Qualcuno lavora e qualcun altro studia. Solitamente si passa con la propria ragazza/fidanzata/moglie qualche sera della settimana e poi, ovviamente, il week end.
La femmina media, passa la settimana ad essere dolce al telefono, a dire che le manchi, e a farti sapere che non vede l’ora che arrivi il week end per stare un po’ insieme a coccolarsi (il che, nell’ottica del maschio dominante, dovrebbe auspicabilmente portare a rapporti di natura intima).
Invece, arrivato il week end, la femmina si trasforma in vorace e assatanata macchina da shopping.
Non vede altro. Non sente altro. Non vuole altro.
Sembra essere stata programmata per non sentire la stanchezza e non percepire le condizioni climatiche avverse. Che ci siano 40 gradi all’ombra o 12 sotto zero dentro il negozio, la femmina macina chilometri ed entra in tutti i negozi aperti. Tutti!
Solitamente, in negozi da una o due vetrine non c’è da preoccuparsi troppo. Persino da Accessorize, non si perde più di un quarto d’ora, data la dimensione dei locali.
Ma il terrore, o mio caro maschio, lo provi passando davanti ai grandi mostri multipiano come Bershka, H&M, Sisley, Benetton e, ovviamente, il peggiore di tutti: Zara.
 
Analizziamo la tipica domenica pomeriggio, in cui tu, maschio, hai voglia soltanto di stare in casa in mutande a guardare Sky Calcio Show (vuoi per vedere tutti i gol, vuoi per le tette della D’Amico), ma la femmina vuole andare da Zara.
La femmina, che apparentemente può sembrare furba, sfrutta le debolezze maschili con subdole e bieche promesse di seratine piccanti, in cambio di una “passeggiatina”.
Come dirle di no?
Anche perché un rifiuto porterebbe inevitabilmente a scenate del tipo: “Non te ne frega niente di me, non stiamo mai insieme e quando abbiamo l’occasione preferisci stare sul divano a far niente!”.
E allora indossi un paio di scarpe comode, guardi l’orologio e constati tristemente che sono le 14.40. Mandi un messaggio a qualche amico, chiedendo di essere tenuto aggiornato sui risultati e ti prepari ad un pomeriggio di sofferenze.
Intanto va detta una cosa: a tutti piace fare shopping. Il maschio normale ed eterosessuale, resta in un negozio in media 1 minuto e 07 secondi. Entri, prendi svogliato il capo che ti piace e che già volevi comprare, non lo provi perché tanto se è una maglia la M ti va bene e se è un paio di pantaloni figurati se conosci il significato di numeri come 40 o 42, individui la cassa senza coda, paghi e te ne vai.
Felice per l’acquisto, guardi la tua compagna per proporre un pausa, un gelato e – nel caso in cui scorgesse un sorriso nella sua faccia – addirittura il rientro a casa.
La ragazza, purtroppo, è già entrata in modalità “comprare”. Ha gli occhi bianchi luminescenti, come un cyborg, cammina a non più di 5 centimetri dalle vetrine e bisogna pregare che sulla sua strada non incroci un bambino, altrimenti questo verrebbe schiacciato senza ritegno.
Ad un certo punto, in lontananza, vanno addensandosi nuvole grigie. Gli immensi portoni di Zara, spalancati per permettere l’affluenza media di 195 persone al secondo, ti accolgono e non ti sorprenderesti se accanto al brand ci fosse scritto “Lasciate ogni speranza, voi maschi ch’entrate!”.
Ti giri per chiederle se è proprio necessario, ma lei non è più al tuo fianco.
Ti rigiri verso i portoni e, nonostante la folla simile all’ora di punta a Times Square, riesci a scorgerla e ti chiedi come sia possibile che già si stia provando un cappotto, una sciarpa e un paio di stivali. Contemporaneamente ti rendi conto che ti ha lasciato in mano la borsa (che non capirai mai il perché, ma pesa 2 chili e mezzo), il giubbotto, il cappellino e qualunque altro ingombro possa recarle fastidio nel suo girovagare tra i manichini.
Nella tua nuova veste di portaborse, ti fai coraggio ed entri. I primi 45 secondi ti servono per ambientarti in un ambiente così ostile: poi, il pensiero che ti verrà in mente altre 14 volte nella prossima ora: devo trovare una poltrona.
A questo punto ci sono due fattori distinti, ma non per questo in contrasto tra loro, che ti impediranno di riposare le tue già stanchissime membra: in primo luogo, nei 7000 metri quadri (per piano) del mega-store ci sono solo due cuscinoni e la lotta per accaparrarseli ha già mietuto varie vittime; secondo e non meno importante fattore, la femmina esige la tua presenza al suo fianco. Perché? Per consigliarla!
E lo sa che non te ne frega un cazzo di quello che compra. Ma ti vuole con sé.
Sconsolato, ti guardi intorno pensando a tutto fuorché i suoi vestiti e ad ogni scalinata, angolo o via di fuga, vedi corpi ammassati come sul campo di battaglia di Braveheart. Sono i maschi che, trascinati come te in quei mostri ammassa-vestiti, non ce l’hanno fatta e sono stramazzati al suolo.
Fuori dai camerini, code interminabili che neanche all’ingresso di Gardaland il 15 agosto, in cui le femmine si scambiano pareri sui vestiti, consigliate dalle commesse (che in realtà sono robot creati dai grandi brand per accompagnare le femmine per interminabili ore di shopping), mentre tu, maschio, scorgi negli sguardi dei tuoi simili lo sconforto e la rassegnazione. Capita a volte di scambiarsi confessioni e, in casi estremi (settimana dei saldi) ultime volontà.
E tu sai che prima o poi, in quella fila, ti ci troverai…
Intanto vieni trascinato da uno scaffale all’altro come un cane al guinzaglio.
Sulle tue braccia vengono ammassati capi di ogni tipo, perché la femmina si ferma ad ogni singolo capo esposto, lo guarda, lo prende in mano facendo cadere quello appeso di fianco, nella maggior parte dei casi esclama: “Carino!”, ti guarda incazzata perché tu non hai ancora commentato, te lo sbatte in mano dicendo che poi se lo proverà e passa al capo successivo.
Se qualcosa non le piace, invece, la prassi è questa (immaginando che si parli di una t-shirt rossa): la guarda, se la mette davanti al petto con aria schifata, sta in silenzio un tempo compreso tra i 5 e i 7 secondi, ti guarda incazzata perché non hai ancora commentato, dice che non si abbina con niente e la rimette giù. Immancabilmente, poi, si sposta di 18 centimetri alla sua sinistra, prende la stessa (o almeno a te sembra così) maglietta, e ne rimane affascinata.
A quel punto non puoi fare a meno di chiederle: “Ma non è la stessa di prima?”. Grave errore.
Risposta: “Ma cosa dici? Intanto questa è scarlatta e l’altra era rosso carminio, poi non vedi il collo che è diverso?”.
E tu ovviamente non lo vedi, perché la femmina nota differenze che l’occhio maschile non percepisce (quando si parla di vestiti).
Tu annuisci, dubbioso, e tiri avanti.
Intanto sono le 15.50 e ti chiedi come mai nessuno ti abbia ancora mandato un sms per aggiornarti sui risultati. Saranno ancora tutti fermi sullo 0-0? No, i tuoi amici sono tutti nella tua situazione. Nessuno sta guardando le partite.
Ovviemente non puoi tirare fuori il cellulare per controllare in internet, perchè le mani le hai occupate.
Ti illudi che sarai a casa in tempo per 90° minuto e riparti.
Passi al secondo piano e inizia a girarti pesantemente la testa, anche per le esalazioni che arrivano dal reparto profumeria.
Ad un certo punto, lei si blocca. Sembra avere dei ripensamenti. Guarda quello che ti ha sbattuto in mano e ricontrolla tutto: una maglia nera, una giacca nera, un cappellino nero, due paia di scarpe (ballerine + tacco) nere, un reggiseno grigio scuro e una cintura nera.
Ti guarda e ti chiede: “Cosa ti piace di più?”
A 16 anni, i ragazzini acerbi temporeggiano in quanto, comprensibilmente, indecisi.
Più si acquista esperienza, più si sa che la cosa migliore da fare è dire subito qualcosa.
“La giacca!”.
“Perché?”
Qualche secondo per assimilare la domanda del cazzo e poi: “Perché ti sta proprio bene!”
Lei sorride.
Ma poi, dice: “Comunque non lo uso tanto il nero!”.
E tu pensi: “E allora perchè hai provato solo cose nere???”
Come se niente fosse, ti dice di lasciare giù tutto.
Dopodiché la sua attenzione viene catturata dal capo più brutto dell’intero negozio (l’ultima volta è stato un cappottone che sarebbe andato bene per pascolare il gregge).
Lo prova, estasiata, ti guarda e aspetta un tuo giudizio (positivo).
Tu, evitando il suo sguardo, borbotti qualcosa ben attento a non dirle quello che non vuole sentirsi dire e ti giri.
Ma lei ti sta già guardando male nel riflesso dello specchio. E allora tu, prendi il coraggio in mano e le dici che la cosa che ha addosso ti fa schifo. Fa schifo.
Lei non se ne capacita. Anzi, ti accusa di essere uno che non capisce niente.
E si gira, se lo mette, se lo rimette e continua a guardarti; sempre peggio.
Tu non vuoi cedere. Le hai già concesso troppo per oggi.
Ma è tutto inutile: lei starà lì finché tu non avrai cambiato idea.
Mentre i tuoi piedi gridano pietà, lei va al reparto pantaloni.
Ne tira su tre paia, li prova (dopo un’attesa di almeno 15 minuti in fila per i camerini), ti chiede quale dei tre sia il più bello, scarta quello che tu hai scelto e poi dice che tanto i pantaloni non le servono.
Tu sei al limite della sopportazione umana.
Se non avessi un orologio avresti perso la cognizione del tempo.
Da una finestra ti accorgi che fuori è già buio.
Ma non è ancora finita.
Scendendo le scale con quell’orribile montone in mano, la vedi che passa a ricontrollare tutti i capi che ha guardato e scartato, più indecisa di prima.
Tu, che non ce la fai più, sei con la testa in un altro posto.
Lei si offende a morte perché non la stai guardando: “Vuoi darmi un po’ di attenzione, o no?”, e per concludere, brandendo un foulard tirato su quasi a caso, ti chiede: “Dai, scegli: il cappotto o questo?”.
Sì perché, incredibile ma vero, lei pretende che la decisione finale la si prenda insieme, come se a te importasse qualcosa (in realtà lo fa solo per poterti poi rinfacciare un’eventuale ripensamento una volta arrivato a casa).
Tu pensi: “2 ore e passa e il dubbio è tra quella merda di cappotto e un foulard che potevi prendere alla bancarella qui fuori??? Adesso ti ammazzo!”.
Prendi fiato, ti rendi conto che qualunque cosa tu dica comporterà altri 20 minuti di coda alle casse e scegli il male minore: “Il foulard…”.
Avviandosi verso la cassa col foulard, lei fa in tempo a darti la colpa del fatto che non le hai permesso di comprare il montone, ma tu sei già con la testa 12 metri più avanti, fuori dai portoni, verso la libertà.
Ad un metro dalla cassa, lei ha l’ultimo ripensamento: “No dai, il foulard non mi piace tanto!”.
Lo lascia giù, riprende la borsa dalle tue mani e va verso l’uscita.
Tu sei troppo stanco per dire qualunque cosa, capisci solo che, come al solito, lei no ha comprato niente. Quand’ecco che la vedi fermarsi allo scaffale posto sapientemente davanti all’uscita, guardare quelli che tu chiameresti pantaloni della tuta, e dire: “Aaahh… E’ vero che mi servono i leggings!” E tu (che dentro vorresti scoppiare): “Ma amore, ce l’hai già il pigiama” e intanto la spingi fuori, camuffando la spinta con un abbraccio. E lei: “Ma cosa dici? Sono da mettere sotto il vestito…”.
Ma tu, che sfrutti l’unico suo attimo di distrazione, ormai l’hai spinta fuori.
Soddisfatto come se avessi vinto tu, ti senti come Michael Scofield dopo l’evasione, prendi dalla tasca il cellulare per chiamare un amico che forse sa cos’ha fatto la tua squadra del cuore, ma ecco che lei ti gela, dicendo: “Va bè dai… li vado a prendere da Bershka!”.
E tu ti rendi conto che l’agonia non è ancora finita.
E ti sorprendi a fantasticare su quando avrà la cellulite e non sarà più attraente e non avrà più mezzi per ingannarti e convincerti ad andare per negozi ogni maledetta domenica.

Lascia un commento