mar 20

Sogno di una notte di fine inverno

Categoria: Storie - edoardo @ 06:39

Atto Primo – LE ORIGINI
 
1

Quando ero piccolo, la mia era una famiglia povera.
Ricordo che mio papà andava in giro in tuta, mia madre si faceva tagliare i capelli da mia nonna, mio fratello ed io ci litigavamo un solo peluche. E siccome vivevamo in una zona adiacente alle case popolari del mio paese, la disgraziata volta che quel meraviglioso e tenero elefantino di pezza mi cadde dal balcone, non feci in tempo a scendere i due piani di scale del mio palazzo, che qualche marriuolo se lo stava già godendo, sicuramente ridendo di me.
Inoltre ho avuto il primo paio di Nike a 13 anni, cosa che ai tempi poteva sembrare normale, ma provate a spiegarlo ai ragazzini di oggi…
Mai mi sarei aspettato di frequentare, dall’adolescenza, ragazzi che venivano dalle famiglie borghesi della provincia di Milano, come i Bazzi o i Castiglioni.
Gente che possedeva feudi, quando i miei nonni pulivano le stalle dei nobili; famiglie numerose che banchettavano con prelibate code di rospo e patate arrosto, mentre i miei avi (sempre nella stalla) potevano permettersi al massimo code di topo condite con le mucillaggini dei funghi.
E invece oggi eccomi qua. Il lavoro e i sacrifici dei miei genitori mi hanno portato ad essere accettato anche in ambienti esigenti e snob come l’Old Fashion, nel quale vado raramente perché sono ancora un po’ in soggezione. Ma se io non sono cambiato, restando umile come sono sempre stato, per mio papà è andata in maniera abbastanza differente.
Ora lui vuole il meglio per i suoi figli e cerca di convincerci a partecipare alla vita sociale dalla quale lui è sempre stato tenuto lontano.
“Imparate a sciare, che conoscete la gente del Jet-set!”, “Siate sempre eleganti e in ordine!”, “Partecipate alle serate della Milano Bene!”… e così via. Ormai mi aspetto di sentirmi dire: “Edo, pippa, che in questo periodo va di brutto!”.
Pensandoci bene, non credo che questo me lo dirà.
Intanto ho provato a sciare e mi lavo i capelli un po’ più spesso di prima.
E, ciliegina sulla torta, martedì sera sono andato alla Scala.
All’inizio volevo andare a vedere “Tristano e Isotta”, perché mi piace la storia, ma mi sono convinto a cambiare idea quando ho saputo che è un’opera di 5 ore e in tedesco.
Allora, consigliato da chi ne sapeva più di me, ho optato per Romeo e Giulietta.
Una delle più grandi storie d’amore di tutti i tempi. Tutti la conoscono. Tutti la amano.
Nella fattispecie, la rappresentazione di matedì sera era un balletto.
Allora, martedì appunto, passo a prendere Alessandra (ragazza nota ai più, poiché legata agli ultimi 5 anni della mia vita sentimentale) e vestito in maniera elegante-ma-non-troppo (poi focalizzeremo l’attenzione sulle scarpe) mi appresto ad entrare nel Teatro più famoso del mondo.
Il San Siro dell’opera…
 
2

Atto secondo – TRE ATTI IN UNO E UN ROMANTICO ANNOIATO
 
All’ingresso,mi viene voglia di fermare un passante e, citando i Baustelle, domandargli: “Scusi, che ne pensa di un romantico alla Scala?”…
Ma mi limito a canticchiarla nella mente.
Con la mia (?) bella al mio fianco, mi faccio guidare da una maschera al nostro posto in platea (la galleria non posso ancora permettermela, non sono mica un Bazzi o un Castiglioni…) e ci sediamo. Mentre mi guardo intorno e noto la magnificenza del Teatro, mi riecheggiano nella testa le parole di mio padre. E mi sento facente parte delle “Milano da bere”.
Alle ore 20, puntualissima, parte la musica. Il sipario si apre dopo 5 minuti. E considero la cosa, presagio di noia…
Esce un damerino danzante che, a parte la giacca, sembra nudo. Io non riesco a staccargli gli occhi dal sedere, che sembra quello del David di Michelangelo (chissà cosa ne pensava la mia dama…). Poi uscito dall’ipnosi, mi rendo conto che è già passato qualche minuto. E allora, girandomi timidamente verso l’Ale, domando: “Ma quando inizia a cantare o a parlare?”.
La sua risposta, preceduta da una lieve risata, è: “Ma guarda che è un balletto! Lo dice il nome: ballano!” E io: “E basta????????” e lei: “Sì, certo”.
 
Fermiamoci un secondo: io mi rendo conto di essere ignorante in materia, ma credevo che si ballasse E si cantasse. Invece mi si prospettavano 3 atti di ballerini che leggiadri, si moveano sul palco.
Vabè, torniamo in sala…
 
Mi consolo pensando che potrò stare ad osservare il guscio di tartaruga (marina) che i ballerini hanno probabilmente nelle mutande, quand’ecco che, nella fila davanti a me, un’altra coppia composta da una ragazza nana e Shaquille O’Neal, decide di scambiarsi di posto perché lei non ci vede.
E grazie al cazzo! Non avrebbe visto niente nemmeno se fosse salita in cima a una scala, tanto era bassa… Ma intanto Shaq si è posizionato davanti a me e non c’è più niente da fare.
Dopo un’ora dall’apertura del sipario, io non ho ancora capito chi interpreti Giulietta (giuro) e i miei mocassini di Armani, che sembravano così comodi quando li avevo comprati, mi hanno procurato abrasioni a tutte le dita dei piedi.
Sto davvero soffrendo. E la mia unica speranza è che l’Ale stia soffrendo come me.
Finisce il primo atto, la guardo e, candidamente, le dico: “Senti, li abbiamo già visti ballare per un’ora…” (in realtà bluffavo: per quanto avessi visto io e per quanto ne sapessi di balletto, potevano anche esser stati seduti tutto il tempo) “…inutile guardarli ancora, no? Andiamo??”.
La buona notizia è che il mio bluff ha funzionato: effettivamente avevano ballato per tutta l’ora. La cattiva, è che lei si stava (inspiegabilmente) divertendo.
Dopo venti minuti di intervallo, parte il secondo atto, durante il quale ho tempo e modo di pensare che sicuramente, la metà degli spettatori (la metà maschile) è nella mia stessa situazione. Mi basta guardarli per leggere nei loro sguardi persi, la voglia di andare a casa, mettersi in ciabatte, mangiare qualche schifezza e guardare FX su Sky…
Altri applausi, altro intervallo ed eccoci al terzo atto.
Devo ammettere che la parte finale, me la sono abbastanza goduta, visto che la conosco a memoria; e mentre i mimi danzano, io la recito nella mia mente. Però, è impossibile non sentire la delusione. Io mi aspettavo di assistere ad una cosa tipo “Shakespeare in Love”, io volevo vedere Ben Affleck… E invece niente di tutto questo. Immaginatevi di voler andare a vedere un musical e di trovarvi davanti un film muto. Questo spiega abbastanza bene la sensazione.
Dopo che Giulietta si accascia (finalmente, quando muore, capisco chi la sta interpretando), il tripudio del pubblico dice ai miei piedi che l’agonia sta per finire. Dopo aver minato il record di applausi (in verità imbattibile) fatto registrare da Fantozzi in seguito alle sue dichiarazioni sulla corazzata Potemkin, usciamo. 
E io continuo a pensare che non si può rappresentare quella tragedia senza sentire “Oh, Romeo, perchè sei tu Romeo?”

3 

Atto terzo - LA RICERCA DELLA FELICITA’
 
Decidiamo (a dire il vero, decide lei! E per la gioia dei miei piedi) di non prendere il tram e ci facciamo una passeggiata in Galleria e poi in Piazza Duomo.
La serata è bellissima, non sembra nemmeno che siamo ancora in inverno e Milano è rivestita da un’aura da sogno, in cui mi sento tanto Oberon.
Le città di sera, hanno sempre un fascino particolare.
Chissà com’era Verona ai tempi dei Montecchi e dei Capuleti…

Chiacchierando a braccetto, arriviamo sotto casa sua. Dimenticate le scene da film in cui lei chiede a lui se vuole salire a bere qualcosa. A me non è mai capitato.
La saluto. E’ contenta. La serata, per lo meno, le è piaciuta.
Tornando a casa in macchina penso alle storie d’amore. Mi chiedo come mai Giulietta, che comunque dalla sua aveva l’attenuante del matrimonio combinato al quale doveva sfuggire, non abbia pensato che a 14 anni avesse tutta la vita davanti per conoscere un altro uomo. E ancora:  perché Romeo si toglie la vita e non si ricorda che prima di conoscere Giulietta, era invaghito di Rosalina? Poteva tornare da lei, no?
Forse l’amore descritto da Shakespeare è un po’ esagerato.
O forse, e mi piace pensare che sia così, Shakespeare ha raccontato l’Amore; quello che tutti cercano. E allora mi rendo conto che non è stata una tragedia far passare all’Ale una serata in cui si è divertita, ma anzi, ne è valsa la pena.
Perché la felicità a volte sta dove non ti aspetteresti di trovarla. Anche dietro ad un energumeno, coi piedi che gridano e in un teatro dove gli esponenti di spicco della Milano da Bere battono le mani e tu non sai il perché.
E non mi importa se non ci capisco niente di opera e balletto. E non mi importa se non so sciare. E non mi importa se questo creerà delusione in mio padre.
Io continuo nella mia ricerca della felicità.
Magari la troverò ancora in maniera inaspettata. Magari (molto più probabile) la troverò tra un mese ad Amsterdam.
Intanto, per cominciare, sarebbe bello ritrovare il mio elefantino di pezza.

Lascia un commento